Categoria: Narrativa

Il nastro rosa

 

Era una notte buia, senza luna, d’inizio autunno; nuvoloni neri ingombravano il cielo e promettevano pioggia – che sarebbe arrivata, copiosa, nei giorni a seguire. Era qualche mese che non vedevo R.: eravamo stati molto amici durante l’adolescenza, ma poi le nostre vite avevano preso strade diverse, facendoci purtroppo perdere di vista. Camminavamo senza meta, con una birra ormai quasi terminata in mano, lungo le vie del nostro quartiere. Si parlava di ricordi, di aneddoti, ma anche di progetti futuri, di sogni. Continue reading “Il nastro rosa”

La dama silenziosa

La vide uscendo dal suo ufficio: era un giorno qualunque; un altro insignificante e grigio giorno che, per un uomo d’affari come lui, significava nient’altro che altri soprusi, altre speculazioni, altro guadagno. Era ferma all’angolo della strada: gli bastò uno sguardo, e subito s’accese di desiderio per lei.
Antiche e sfarzose vesti avvolgevano la sua sinuosa figura; un turbante cilestrino incorniciava il suo volto, intriso di una rara e languida bellezza, sul quale sfavillavano due grandi e vivi occhi in perfetta simmetria a degli eleganti e splendenti orecchini di perla. Continue reading “La dama silenziosa”

La maledizione del primo ottobre

Pensaci. Meno di un mese fa stavi al mare. E non è “meno di un mese” tanto per dire: soltanto 29 giorni fa eri a bagnomaria in Salento. Meno di un mese fa faceva così caldo che Frodo e Sam si sono affacciati sull’orlo della tua stanza per gettarvi un anello, c’era chi si professava condizionatorista e i ghiacciai dell’Antartide non sarebbero bastati per rinfrescare un solo Martini. Continue reading “La maledizione del primo ottobre”

Pietà

Guardandolo ho provato una tristezza diversa; emanava una disperazione profonda, azzurra nei suoi occhi sconfinatamente vuoti, spenti. Sembrava incapace di parlare ormai: lo sguardo sull’anima a terra come uno straccio; trascinava la sua ruggine, relitto, senza futuro. La morte la temeva, si capiva dalla paura delle sue rughe contratte, dalla bocca amara e chiusa, dagli occhi spalancati al riflesso di orizzonti desolati, deserti. Disabitato come un vecchio faro, era muta la sua luce, abbandonata; aveva un tatuaggio sul braccio, la sua unica voce, la sola storia che avesse il coraggio di raccontare. Una vergine, il suo velo incerto, gli occhi piccoli e neri da icona corrotta dal fuoco, l’indifferenza, in un sorriso assenza di fede e vendetta, senza il bambino tra le braccia. La sua fede era miseria, fede di terra, di sale, fatta di sangue sulle labbra, lui era ombra, l’ombra di una bestemmia: la madre odiò il cielo lasciandolo alla carità delle suore, lasciò una lacrima, un bacio, legò al suo polso ali nere di libellula, lo lasciò per non vederlo perdersi. La vita tra la sfortuna e le soglie del mare era il suo ultimo, unico avere. Stringeva come un’ostia il palo della metropolitana, si guardava le mani. Non so cosa provasse, sembrava leggere quei segni, le cicatrici, gli errori incisi sulla pelle, sembrava ricordare e compatire e soffrire dimenticando, raccolto in un silenzio colpevole: la sua condanna un esilio, la follia. Marinaio, naufrago,  quante volte sei morto, quante volte ancora morirai?

Lorenzo Pironi