Chi ha paura del politicamente corretto?

“Elencheremo tutte le parole che non si possono più dire in tv, quelle bandite: ‘n***o′, ‘f****o′, tutte. Perchè la cattiveria non è mai nella lingua, ma nelle intenzioni.” Queste sono le parole di Pio e Amedeo in un’intervista rilasciata a Libero riguardo il loro show, Felicissima Sera. E l’hanno fatto davvero: perché affermare di voler utilizzare determinati termini in tv, in quanto non ritenuti offensivi da chi non li subisce, per poi farlo sapendo di non doversi preoccupare delle conseguenze, non è altro che una manifestazione del proprio potere. Potere di cui sono altre categorie a pagarne le conseguenze. Due comici italiani, bianchi, benestanti, cisgender ed eterosessuali che vogliono arrogarsi il diritto di decidere cosa è discriminatorio o no per le categorie più svantaggiate. E non è assolutamente la prima volta che assistiamo a scene del genere, perché qui in Italia sono sempre i privilegiati a rubare il microfono alle persone oppresse e persino una buona fetta di sinistra ha il terrore del famigerato politicamente corretto. È da pochi anni a questa parte che si sente parlare di politicamente corretto, solitamente in accezione negativa, ma di cosa si tratta davvero?

L’espressione “politicamente corretto” si riferisce a tutti quei comportamenti e atteggiamenti che designano estrema attenzione e rispetto alle richieste altrui, in particolare delle categorie marginalizzate e/o discriminate. Si tratta dunque di assecondare e ascoltare le minoranze ed evitare alcuni atteggiamenti, slur, sketch, comportamenti ritenuti offensivi e/o dannosi nei confronti di un determinato gruppo sociale. Da quest’ottica, il termine sembra avere un’accezione positiva. Ma non è così: il concetto di “politicamente corretto”, così come lo intendiamo oggi, ebbe origine dagli ambienti della destra americana intorno agli anni 80 in risposta a determinate linee di pensiero progressiste che richiedevano una maggiore attenzione all’inclusività in ambienti che, prima di allora, erano sempre stati a maggioranza bianca, benestante ed eterosessuale. Dunque, il mito del politicamente corretto è in realtà un’invenzione della destra, creata apposta per screditare le rivendicazioni dei gruppi meno privilegiati. Man mano, il “politicamente corretto” sta prendendo sempre più piede anche nel mondo europeo. Ma non allo stesso modo. Ebbene sì, perché nonostante la “dittatura del politically correct” sia un prodotto della destra reazionaria, in Italia anche molti personaggi di sinistra cadono nella trappola del “non si può più dire niente”. Proviamo a fare il punto della situazione.

In riferimento al contesto italiano, non si può non parlare di politicamente corretto senza partire dalla destra conservatrice che ama provocare reazioni di pancia agli italiani. La cosiddetta “dittatura del politicamente corretto”, che non esiste, è un cavallo di battaglia della destra sovranista. Non sono pochi i politici che hanno deciso di cavalcare l’onda dell’astio per il politicamente corretto per fomentare gli animi di una parte della popolazione. “Signore e signori, ecco a voi i nuovi talebani. Ecco a voi la civiltà del politicamente corretto”: l’opinione di Giorgia Meloni dopo che la statua di Indro Montanelli venne imbrattata dalle attiviste di Non Una Di Meno. E non è l’unica politica schierata contro questa imperante “dittatura” che impedisce ai privilegiati di discriminare i più oppressi. Anche Matteo Salvini si è dichiarato più volte contrario alle “follie del politicamente corretto” così come tanti altri leghisti. Insomma, qualsiasi richiesta da parte delle minoranze viene prontamente bollata come una follia, una censura o un attacco alla libertà di espressione. In particolare, in Italia la discussione mediatica sul tema si è accesa particolarmente dopo la morte di George Floyd per mano dell’agente Derek Chauvin nel 2020. Da lì in poi, l’opinione pubblica si è scatenata ferocemente contro qualsiasi tipo di richiesta che andasse oltre determinati limiti ritenuti accettabili da chi non subisce nessuna discriminazione. Uno dei casi più emblematici qui in Italia è stata la questione della blackface di Tale E Quale Show, su Rai Uno. La blackface è un tipo di trucco che veniva usato nel XIX durante gli spettacoli teatrali per imitare e ridicolizzare le persone nere tramite delle caricature stereotipate e la Rai, durante alcune puntate del porgramma, ha deciso che fosse una buona idea utilizzare un make-up simile su delle persone bianche per l’imitazione di artisti neri. La blackface ha un background culturale molto doloroso per le persone nere, retroscena che i bianchi e la Rai hanno dimostrato di non conoscere. La Rai non voleva offendere, discriminare o altro, ma in certi casi le intenzioni contano poco, perché il risultato è stato quello di continuare a perpetrare atteggiamenti discriminatori nei confronti di una categoria sistemicamente svantaggiata. Le polemiche non sono mancate, ma il punto più frustrante è stato sicuramente il vittimismo dei bianchi. La dinamica è sempre la stessa: una categoria oppressa chiede di non usare determinate parole discriminatorie, di non fare determinate battute o di evitare atteggiamenti che alimentano una disuguaglianza già esistente, e quelli a sentirsi discriminati, attaccati e offesi sono sempre gli individui più in alto nella gerarchia sociale. Si sente spesso dire che “non si può più dire niente” e che “il politicamente corretto è un attacco alla libertà di espressione”, ma è veramente così? La verità è che il politicamente corretto, inteso come “rispetto per le rivendicazioni altrui”, esiste principalmente sul web, sulle pagine “safe spaces” delle minoranze e quindi non ha lo stesso potere sociale delle posizioni maggioritarie, appoggiate da politici, media, giornali, programmi in prima serata. Infatti, basta accendere la tv e sintonizzarsi su uno dei soliti programmi targati Rai o Mediaset per assistere a sketch razzisti, l’uso di slur razzisti e omofobi, narrazioni sbagliate sulle questioni di genere, dichiarazioni sessiste che vengono mandate in onda senza che nessuno se ne dissoci. E programmi come Striscia La Notizia, Tale E Quale Show, Sanremo, Il Grande Fratello e così via hanno un potere mediatico decisamente maggiore di una pagina di attivismo transfemminista su Instagram. Questo significa che il potere sociale del politicamente corretto è pari a zero. Eppure, a qualcuno fa molto comodo gonfiare la questione per dare l’idea che ormai le minoranze abbiano ottenuto tutti i diritti di cui hanno bisogno o che ci sono “problemi più importanti”. E qui viene di nuovo da chiedersi: ma perché persone che non subiscono alcuni tipi di discriminazione si sentono in diritto di decidere per gli altri quali battaglie (non) combattere?

Gli ambiti in cui si sente più spesso parlare negativamente del politicamente corretto sono in particolare due: il linguaggio inclusivo e il mondo dell’arte. Ultimamente si sta prendendo in considerazione l’idea di utilizzare la schwa (ə) al posto del maschile per rendere la lingua italiana più inclusiva anche per le persone non binarie. Ovviamente, le persone che si oppongono a questa iniziativa sono cisgender e lottano continuamente contro il “pensiero unico del politicamente corretto” perché a loro dire esistono problemi peggiori di un linguaggio fortemente genderizzato che non rispetta le identità di genere che non si rispecchiano nel binarismo. Inutile dire che il pensiero unico (altro concetto tanto caro alla destra sovranista) non è quello delle minoranze, ma coincide sempre con le opinioni maggioritarie dei detrattori dei movimenti sociali.

Per quanto riguarda il mondo dell’arte la questione diventa ancora più spinosa (e strumentalizzabile) perché entra in gioco anche il concetto di libertà di espressione, altro cavallo di battaglia di chi combatte assiduamente contro il politically correct. Nel 2020, sempre dopo la morte di Floyd, la piattaforma streaming HBO decise di togliere momentaneamente dal catalogo dei film Via Col Vento per poi reinserirlo in seguito con un banner in cui si denunciavano delle rappresentazioni del film, tipiche dell’America razzista degli anni 30-40. Questa decisione ha infiammato gli animi di molti “odiatori” del politicamente corretto, la vicenda è stata poi manipolata da politici, attivisti dei diritti maschili, giornali, titoli acchiappa-like, telegiornali e media. Il caso di Via Col Vento non è stato l’unico nel suo genere, purtroppo non sono poche le persone che pensano che il rispetto per il prossimo sia una forma di censura artistica, così come non sono pochi i giornali e i media tradizionali che continuano a manipolare vicende simili per guadagnare tramite i titoli clickbait che scatenano tutta la ferocia degli haters stanchi di questa fantomatica ed inesistente oppressione.

Quest’avversione si nota particolarmente quando si dibatte su quanto sia legittima la comicità a danno delle categorie sociali discriminate, perché a quanto pare ridere delle minoranze è l’unico tipo di ironia che piace all’italiano medio. “Non si può più scherzare su niente” e “fatevi una risata” urlati come mantra dai leoni da tastiera e da qualsiasi personaggio pubblico che viene colto nel sacco a fare gaffe discriminatorie. I casi più recenti sono stati gli sketch razzisti nei confronti delle persone nere (n word compresa) ed asiatiche mandati in onda da Striscia La Notizia e il sopracitato monologo di Pio e Amedeo in cui si sono arrogati il diritto di decidere quanto sia giusto utilizzare slur discriminatori se le intenzioni non sono cattive.

Rimanendo nel mondo dell’arte, si sente spesso dire che “per colpa del politicamente corretto, ormai tutti i personaggi dei film appartengono alla comunità LGBT+”.  Ovviamente, è un’altra bufala messa in circolo da chi non vorrebbe vedere altro che personaggi cisgender ed eterosessuali sul piccolo e grande schermo. La verità è ben diversa: nella stagione tra il 2020 e il 2021 la percentuale di personaggi queer nei film è calata dal 10.2% al 9.1%. Dunque, solo una minuscola parte dei personaggi immaginari dello spettacolo si identificano come LGBT+ ma a qualcuno piace gonfiare i numeri per farci credere che avere una rappresentanza nei media sia qualcosa di inutile e che “esistono problemi maggiori”. Ma non è così, la comunità LGBT+ continua ad essere sottorappresentata, e non è con il benaltrismo che si combattono la queerfobia e la transfobia.

Abbiamo parlato brevemente del ruolo che gioca la destra sovranista nella strumentalizzazione del politicamente corretto, ma anche la sinistra italiana ha le sue colpe. Anche molti personaggi notoriamente di sinistra si infarciscono la bocca di critiche al politicamente corretto. Un esempio piuttosto recente è il monologo di Luciana Littizzetto che, dall’alto del suo privilegio che le concede un ruolo non poco importante nello studio di Fabio Fazio, ha pensato fosse giusto ribadire che “non si può più dire niente” e che “ci hanno insegnato ad offenderci per tutto”. Di nuovo: non sta a Littizzetto decidere cosa offende e discrimina le categorie più oppresse. E non è così funzionano le dinamiche di potere, non è solo l’offesa il problema: la discriminazione continua ad esistere anche se i diretti interessati non si sentono individualmente offesi. Perché quando vieni pagata meno del tuo collega uomo a parità di mansione o quando ricevi la cittadinanza dopo 18 anni nonostante tu sia cresciuto in Italia, puoi anche non offenderti, ma la disuguaglianza resta: parti comunque cento gradini indietro rispetto al tuo collega uomo e ai tuoi amici bianchi.

Viene quindi spontaneo chiedersi: perché la sinistra in Italia continua ad adottare gli stessi meccanismi retorici della destra? Teoricamente è un paradosso: la sinistra è quella fazione che ha sempre lottato per la giustizia sociale e per i più deboli, mentre ora, in certi casi, quando si parla di diritti civili, sembra quasi aver trovato un punto di incontro con la destra. Il motivo è molto più semplice di quel che si pensa: nessuno è esente dalle discriminazioni sistemiche, a prescindere dall’orientamento politico. Riconoscere di avere dei privilegi è frutto di un lavoro di decostruzione e autocoscienza continuo, e non tutti gli esponenti di sinistra sono disposti a spendere tempo ed energie in questo. C’è da dire, però, che nonostante questo, i cambiamenti sociali sono sempre partiti dalla sinistra. In conclusione, ci sarà sempre una parte della sinistra interessata a perseguire la giustizia sociale, mentre il resto della stessa fazione sarà troppo impegnata a crogiolarsi nel benaltrismo e nei propri privilegi. La sinistra italiana ad oggi è molto frammentata, e quella fetta che ha deciso di occuparsi della decostruzione di privilegi e stereotipi è veramente minima rispetto al resto. Questo vuol dire che si può benissimo parteggiare a sinistra pur avendo dei pregiudizi sessisti, razzisti e omofobi. Il politicamente scorretto, in Italia, non ha colore politico e questo è preoccupante, perché coloro che ascoltano le minoranze senza prendersi la briga di “consigliare” loro come combattere le battaglie sociali sono quasi invisibili.

Giorgia Brunetti

In copertina: foto di Deborah Perrotta, si ringraziano Emma Greco e Sabrina Amatore per aver prestato i loro volti.

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