Ci hanno seppellito, ma eravamo semi

Nido di Vespe. Così era come i tedeschi chiamavano il Quadraro, quartiere a sud-est di una Roma città aperta. Contro la brutale presenza nazista, la capitale era stata divisa in otto zone dal Comitato di Liberazione Nazionale e quella del Quadraro era la più concentrata e temuta dall’esercito straniero. L’VIII zona.

“Qui s’era antifascisti pe’ natura, pe’ fame, pe’ solidarietà coi poveracci. S’era antifascisti pe’ politica, pe’ religione, s’era antifascisti pe’ coraggio, pe’ dileggio, pe’ senso de Giustizia. Qui Roma resisteva.” (dallo spettacolo teatrale Nido di Vespe di Simona Orlando e Daniele Miglio).

Nella borgata erano attive le formazioni partigiane del Partito Comunista Clandestino, del Partito d’Azione, del Partito Socialista, di Bandiera Rossa e del Fronte Militare Clandestino della Resistenza che controllavano le operazioni di sabotaggio delle truppe naziste sul fronte di Anzio e Cassino, azioni che diventeranno fondamentali per la liberazione di Roma.

Partigiani e residenti avevano gli stessi ideali, erano ribelli contro un nemico comune in un tutt’uno talmente forte che a Roma era diventato comune dire che “pe scappa dai nazisti ce stanno solamente du posti: er Vaticano e er Quadraro”. Il paragone con il Vaticano fa percepire quanto fosse forte la resistenza in quella zona, quasi ad associarla ad un territorio autonomo dal resto della città. Nascondeva i partigiani in fuga, i disertori e partecipava attivamente alla lotta. 

Il 23 marzo 1944 i gappisti posizionano un ordigno al numero 20 di via Rasella in attesa del passaggio dei nazisti che, quel giovedì, festeggiavano il venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento. Il reggimento Bozen perde 33 militari e il maresciallo Kesselring ordina di fucilare 10 italiani per ogni soldato ucciso, esecuzione immediata.

La compilazione della lista degli italiani da eliminare, i Todeskandidaten, è piuttosto caotica. Il capo della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, disponeva di 290 prigionieri detenuti nelle prigioni di via Tasso e Regina Coeli, ma non tutti potevano essere coinvolti nella rappresaglia, in parte perché già condannati in altro modo, in parte perché donne, che furono volontariamente escluse. 75 furono gli ebrei già inseriti nella lista di coloro in attesa di deportazione che vennero aggiunti su esortazione del generale Wilhelm Harster, comandante in capo della Polizia tedesca in Italia, al novero di quelli da giustiziare per la rappresaglia. Per arrivare al numero necessario per la strage, vennero poi aggiunti 37 militari italiani, e poi sacerdoti, professori, partigiani.

Nel primo pomeriggio di venerdì 24 marzo 1944 i condannati vengono portati in via Ardeatina, dentro le cave tra le catacombe di san Callisto e di Domitilla. Pochi minuti dopo le quindici e trenta iniziano gli spari. Sono le otto di sera quando 335 corpi di uomini assassinati, 5 in più dei 330 previsti, giacciono in mucchi in fondo alle gallerie.

I tedeschi tentarono di occultare la strage minando gli ingressi alle gallerie e facendoli esplodere, ma la loro attività fu notata da religiosi salesiani, che nel corso della notte riuscirono a entrare nelle fosse e testimoniare poi l’orribile scenario.

Oggi, a 77 anni dall’eccidio, siamo in piazza per ricordare.

Zoe Votta
Paolo Palladino

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