“Il dolore non aspetta”: la storia di Walter De Benedetto

Quando tre anni fa mi dissero che ero affetta da Miastenia, mi resero al corrente che si trattava di una malattia neurodegenerativa, rara, e cronica. Mi spiegarono anche che una cura ancora non esisteva, ma che potevamo sperimentare alcuni trattamenti. Io sono stata davvero molto fortunata, ho incontrato sulla mia strada un’equipe di medici che mi segue costantemente, mi monitora, mi trasmette un senso di amore e protezione. Ormai mi conoscono quasi tutti al reparto di neurologia al terzo piano. Il mio neurologo è riuscito a farmi approvare dalla direzione sanitaria un farmaco biologico in sperimentazione, che su di me ha avuto effetti più che positivi. Ma mettiamo conto che io non fossi stata tanto fortunata. Mettiamo conto che tutti i trattamenti a cui sono stata sottoposta non hanno dato frutti. Mettiamo conto che la mia patologia tende ad essere recidiva, e che i dolori a volte sono talmente tanto forti e martellanti da non permettermi di svolgere una vita come tutti gli altri, da costringermi dolorante a letto. La mia condizione è una prigione che mi invalida e nulla può darmi un po’ di sollievo, se non l’uso della cannabis terapeutica, che, però, non riesco a procurarmi. Molto probabilmente, la sofferenza e la mia volontà di salvarmi mi spingerebbero a produrla per conto mio.

Questa è la storia di Walter De Benedetto, ma è un po’ anche la storia di tanti pazienti in Italia. Walter ha 49 anni e a 16 anni gli è stata diagnosticata l’artrite reumatoide, malattia infiammatoria cronica e sistemica, che lo ha reso invalido al 100% e gli ha provocato dolori lancinanti, che lo hanno costretto a letto. Non esiste cura per questa patologia, ma con la cannabis Walter riusciva a contenere i dolori e soffrire un po’ meno. Nonostante avesse una prescrizione medica, non riusciva a procurarsi la quantità giusta di cannabis curativa che gli occorreva per affrontare le sue giornate. Siccome, come da lui detto, non avrebbe mai acquistato dal mercato nero, alimentando la criminalità, si è visto costretto all’autoproduzione, per colpa delle carenze del sistema sanitario. In Italia, infatti, la cannabis può essere prodotta solo nello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (SCFM) di Firenze, che ne produce circa mezza tonnellata all’anno, quando la richiesta dei pazienti supera le due tonnellate. La cannabis viene anche in parte importata dall’Olanda, ma con costi elevatissimi e spesso notevoli ritardi.

Walter è stato accusato di coltivazione di stupefacenti in concorso (in concorso perché un amico lo aiutava ad annaffiare le piantine, dato che lui non riesce a muoversi) e il 23 febbraio al Tribunale di Arezzo si è tenuta l’udienza preliminare. Rinviato a giudizio, andrà a processo il prossimo 27 aprile. Questo accanimento giuridico, come si può definire senza dubbio, ha sconvolto Walter, ma non lo ha piegato. Chi, come lui, soffre costantemente ogni giorno della propria vita, di certo non viene spaventato da un’aula giudiziaria. Ma è mai possibile che una persona che già deve lottare per sopravvivere, per aggrapparsi alla vita, debba ora anche affrontare questa battaglia? È mai possibile reprimere in questo modo condotte personali spinte dal dolore, dalla malattia, dalla noncuranza della sanità pubblica, in un paese dove le narcomafie gestiscono milioni e milioni di incassi e tanti pazienti rimangono senza terapia?

Walter si è presentato il 23 Febbraio, trasportato da un’ambulanza. Prima di tornare a casa, fuori dal Tribunale di Arezzo ha spiegato che questa non è la battaglia di uno, ma è la battaglia per tutti i malati che come lui vengono dimenticati dalla sanità e non riescono a procurarsi la cannabis per la terapia medica di cui hanno pieno diritto.

Purtroppo, ancora esiste un assurdo atteggiamento oscurantista nei confronti della cannabis, nella falsa convinzione che si combatta la criminalità mantenendola illegale.

Nel nostro paese se la si acquista dal mercato nero, per un qualunque uso, si è sanzionati solo amministrativamente. Mentre se si coltiva per uso personale, contrastando la criminalità e non andando ad alimentarla, si viene sanzionati penalmente e si rischiano anche fino a 6 anni di reclusione. Paradossalmente, questa legge incita il consumatore a rivolgersi al mercato illegale.

Sarebbe opportuno permettere ad alcuni soggetti controllati dallo Stato la produzione, così da assicurare ai pazienti il loro diritto alle cure.

Lo scorso ottobre 2020 Walter De Benedetto si era rivolto al Presidente della Repubblica Mattarella, con un appello che al momento ha raggiunto più di 20.000 firme. Nella lettera, scrive:

«La mia richiesta di aiuto è anche un atto di accusa contro un Paese che viola il mio diritto alla salute, il mio diritto a ricevere cure adeguate per il mio dolore. Che è un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione. 

E non solo non mi garantisce questo diritto fondamentale, ma mi persegue davanti alla legge per aver provato a risolvere da me il mio stato di necessità. Oggi oltre ad essere malato e inchiodato a un letto sono anche indagato davanti al tribunale di Arezzo per coltivazione di cannabis. 

Caro Presidente, mi appello a Lei perché non ho più tempo per aspettare i tempi di una giustizia che ha sbagliato il suo obiettivo, e non ho più tempo di aspettare le ragioni di istituzioni così caute da essere irresponsabili. Il dolore non aspetta. […] Caro Presidente, io rimango, nonostante tutto, aggrappato alla vita. Ma il dolore non aspetta. Ed è un vostro dovere istituzionale confrontarvi con questa mancanza.»

È vero Walter, la giustizia ha sbagliato il suo obiettivo e non è colpa tua se le istituzioni non si sono confrontate con questa mancanza. Nella speranza che tutto questo circo finisca il più presto e che tu, come tutti gli altri pazienti, potrete avere le cure che vi aspettano, ti auguriamo di non perdere il coraggio che ti contraddistingue.

                                                                                                                 Giorgia Andenna

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