Cosa vedi?

Abbiamo parlato con tre ragazzi che soffrono o hanno sofferto di Disturbi del Comportamento Alimentare e abbiamo provato ad immergerci anche noi nella malattia ponendo loro delle domande molto intime e precise. Tutti i ragazzi si sono messi a nudo davanti a noi, raccontandosi apertamente e senza paura e rispondendo alle nostre domande con molta profondità. Chiara, Sebastiano e Francesca lottano ogni giorno per migliorare la loro vita e oggi vogliono raccontarsi un po’.

Chiara, come ti senti quando ti guardi allo specchio? Come si fa a vivere in un corpo che non vuoi?

Partendo dalla considerazione che il corpo è la “bestia nera”, il fulcro, il punto nevralgico attorno al quale nasce e si sviluppa la malattia, io non direi che non voglio il mio corpo… Non lo voglio così com’è… Ma non adesso, in qualsiasi condizione mi trovassi, che fossero 5 o 10 chili in più o in meno degli attuali 27, io l’ho sempre detestato, violentandomi, massacrandomi quotidianamente con digiuni forzati o abbuffate, in una ricerca spasmodica affinché possa aderire all’immagine interna di una perfezione che di fatto non esiste. Ma il corpo è anche l’unica fonte di vera soddisfazione, perché quando mi guardo allo specchio, più mi vedo scavata, emaciata, magra e sofferente e più mi sento gratificata. Elemento fondamentale nella dispercezione corporea da cui siamo affette è anche il peso, quel numero sulla bilancia che tenta invano di restituirti una realtà che rifiutiamo. 

Io sono una bulimica con compenso da ormai venti anni e questa definizione mi corrisponde, la sento profondamente radicata nella mia essenza più di quanto non faccia il mio stesso nome. 

Mi capita quasi quotidianamente di venire fissata in modo insistente, a volte con disgusto, altre con commiserazione, in particolare da bambini che si rivolgono alle mamme: “Perché è così magra?” e di assistere al disagio delle genitrici che liquidano con poche fredde parole la curiosità dei loro pargoli: “è malata amore”… In un’occasione addirittura una bimba di circa tre anni mi si avvicinò e mi toccò la pancia e le cosce, non riuscendo a farsi capace di quell’immagine così inconcepibile per lei. Vorrei permettermi di suggerire a quelle mamme che si trovano in imbarazzo di fronte alla mia figura, che i vostri figli, in particolare quelli piccoli e sensibili, lo percepiscono e invece che “preservarli” da una realtà di sofferenza, li incuriosite ancora di più e paradossalmente potrebbero rimanere affascinati da un qualcosa che per loro rimane misterioso. Quindi spendete due parole per spiegare loro che la nostra è una malattia terribile, purtroppo sempre più diffusa, ma non siamo esseri alieni o mostruosi… Esattamente come fareste di fronte ad una ragazza in carrozzina perché diversamente abile… 

Noi siamo al contempo vittime e carnefici di noi stesse, ma non l’abbiamo scelto, non ci crogioliamo nella nostra disperazione senza porci quotidianamente domande e tentativi di limitare la forza di un disagio che ci rovina la vita. Per fortuna oggi esistono tanti validi terapeuti e anche qualche struttura funzionale in grado di aiutarci e tante/i guariscono, una speranza che mi accompagna e, nonostante tutte le ricadute e i fallimenti, mi sprona ad andare avanti giorno dopo giorno.

Sebastiano, cosa significa essere invisibile nella malattia? Quanto ti sei sentito solo?

La solitudine ti sbrana più della stessa malattia. Invisibile credo che significhi innanzitutto sentirsi soli, separati, distanti dal mondo che ti circonda. Invisibile è una sensazione che va oltre lo sguardo, la superficie delle cose, il piano della materia. Invisibile è una sensazione che ha a che fare con le connessioni, le intimità, la comprensione, il riconoscimento. Invisibile è stare tra gli altri e avvertire e manifestare un dolore e non riuscire a comunicarlo, o forse, anche di più, comunicarlo e non avvertire un riscontro. Avvertire. Una questione di sensazioni, spesso di fatti: sei tra i tuoi simili, ma ti senti altro. “Ho sperato che il cielo si lacerasse”, scrivevano (forse il mio incipit preferito). Ed è così: nella malattia l’ho sperato a lungo. Che il cielo si lacerasse, che le persone intuissero, che qualcuno o qualcosa potesse essermi abbastanza accanto da capire fino quasi a sovrapporsi. Ammetto. Ho sperato a lungo gli altri potessero infettarsi, lacerarsi, anche soltanto per un secondo. Boccheggiare nel mio dolore e poi tornare a galla, senza fiato, ma con più consapevolezza. Solitudine è quando ti osservano colare a picco e tutto e tutti intorno urlano di farcela e di tornare in superficie soltanto battendo i piedi e le mani. Come uno show. Ma intanto l’acqua ristagna nelle orecchie e tu non senti niente. Solo, invisibile. Eppure questa solitudine può essere spezzata, il mare tornare il cielo, la spiaggia la mano calda che rincorre la schiena – come una formica – fino a farti sorridere prima di dormire.

Francesca, come ti senti quando ti guardi dentro? Cosa provi per te stessa?

Non mi piace guardarmi dentro, soffro molto quando lo faccio. Eppure, a volte, arriva il momento in cui bisogna guardarsi dentro e fare i conti con se stessi. Quando arriva questo momento ho sempre molta paura perché neppure io so chi sono, ancora devo scoprire la mia identità. Scoprire se stessi è un percorso lungo e pieno di ostacoli: si inciampa, si cade e ci si rialza, ma non è affatto semplice. Quando mi guardo dentro provo molta tristezza per me stessa, una grande sensazione di vuoto mi accompagna sempre ed è quasi impossibile colmare questo vuoto. 

Mi guardo dentro e mi sento a pezzi. Sento che la mia identità è divisa in pezzetti minuscoli di me che non riescono a ricongiungersi tra loro. Alcuni pezzi di me sono sani, sono la parte sana di me, quella che vuole lottare e quella che mi urla che posso farcela ad andare avanti; altri pezzi, invece, sono la parte malata di me e mi sussurrano con una voce bassa e decisa, che non ce la farò mai, che sono una fallita, che non devo mangiare, che sono senza speranza, che merito di stare così male. Questa voce maledetta fa da colonna sonora alla mia vita, è un tormento, non mi dà pace, non mi lascia un attimo di tregua. 

Ricomporre tutti questi pezzi di me è molto difficile e spesso non riesco a ricomporre il mio puzzle, oppure perdo i pezzetti sani di me e in mano mi restano solo i pezzetti malati. Che si fa in questi casi? Do ragione alla malattia. Sì, le do ragione. E così, oltre ad una voce malata che mi rimbomba nelle orecchie, c’è anche il mio animo che impazzisce e si colora di nero, e così anche tutta la mia vita. Il nero diventa lo sfondo del quadro della mia vita. Questo colore mi intrappola, mi stringe forte a sé, non mi fa vedere la luce, che invece da qualche parte c’è. Avete presente quando è sera e piano piano si spengono tutte le luci, una alla volta? Ecco, dentro di me succede la stessa cosa. Lentamente tutto diventa nero e in questi momenti sono io che devo trovare la forza per riaccendere una luce o trovarla da qualche parte. Con il tempo ho imparato che posso illuminarmi solamente da sola, non c’è nessuno che possa farlo al posto mio. So che devo concretamente aumentare la luminosità della mia vita e si può fare davvero, serve molta forza di volontà. Quando è tutto nero, mi focalizzo su un ricordo bello che ho e alzo al massimo la luminosità del mio ricordo, fino a farlo brillare. E così, piano piano, la luce torna. In questi casi è inutile stare a rimuginare sui pensieri perché in questo modo aumentano solamente le paranoie e ci si perde nei nostri stessi pensieri.

Tornando alla domanda iniziale, quando mi guardo dentro provo tante emozioni differenti, forse anche troppe, così tante che non so nemmeno distinguerle. Ancora non so bene cosa provo di preciso, sto imparando a conoscermi piano piano e con il tempo imparerò a guardarmi dentro e a decifrare ogni pezzetto di me. Per adesso, mi accontento di guardarmi e basta, mi guardo a distanza, mi guardo da lontano, senza andare troppo a fondo perché ho ancora molta paura del dolore e di scoprire chi sono.

Francesca Motta

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