Draghinomics: come cambia l’Italia con la Dottrina Draghi

Sono passati alcuni giorni dall’insediamento effettivo del Governo Draghi e possiamo cominciare a  tirare le prime conclusioni. 

Molti di noi, appassionati di politica, erano incollati agli schermi da giorni, seguendo gli  aggiornamenti di una crisi di governo inaspettata, innescata quasi un mese prima da Matteo Renzi,  con il ritiro delle ministre del suo partito, Italia Viva, che non trovava sbocchi. Erano i giorni del mandato esplorativo al Presidente della Camera Roberto Fico, una personalità che si considerava in grado di coniugare le sensibilità sia del M5S che del centro sinistra, i giorni di un  serrato tavolo di confronto programmatico a cui sedevano i delegati di tutti i partiti che avevano  sostenuto l’esperienza del decaduto Governo Conte II. 

Spiazzando tutti, ma forse non troppo, quella stessa sera Renzi comunicò unilateralmente il  fallimento di quel tavolo e nelle ore successive il Presidente della Repubblica annunciò la  convocazione di colui che già da tempo era il convitato di pietra del dibattito politico-istituzionale:  Mario Draghi. 

Sono seguiti giorni di festa e giravolte, nei quali tutti, o quasi, si sono affrettati a salire sul carro di  Mario, il salvatore della Patria, l’uomo della provvidenza.  

Giorni nei quali ci raccontavano di quanto Draghi fosse eccelso anche nel bere il caffè la mattina e  Matteo Salvini, quello delle felpe “No Euro”, si dichiarava europeista e pronto ad appoggiare  l’esecutivo. 

Dopo un ennesimo giro di consultazioni, questa volta di extra-lusso, considerando la presenza del  redivivo cavaliere Silvio Berlusconi e del garante-guru del M5S Beppe Grillo, è nato il Governo  Draghi. 

L’esecutivo guidato dall’ex presidente della BCE nasceva, secondo le indicazioni stesse del  Presidente Mattarella, per essere il governo dei migliori, costituito da personalità di altissimo  profilo. Nella realtà si è trattato di un chiaro disegno politico, più che di un tentativo di unità  nazionale, con l’obiettivo di separare i settori strategici del Paese dalle questioni di dibattito politico, equilibrando tale operazione con lottizzazione partitica dei posti governo. 

Questo non è solo il governo di Mario Draghi, è la Draghinomics. 

Innanzitutto partiamo con il segnalare come in 18 ministeri su 23 siano di stanza personalità di  provenienza settentrionale. In particolare, tutti i ministeri strategici, quelli economici in primis, sono in mano a figure provenienti dal Nord Italia. 

Assistiamo quindi ad un palese ricambio di classe dirigente e conseguente riassestamento di focus e metodologia d’azione, soprattutto riguardo ai meridionalissimi governi Conte, nonostante la  presenza della Lega nel primo. 

Ma non si tratta solamente di una questione geografica, le prerogative più importanti sono infatti  assegnati a personalità che possiamo definire organiche ad un deep state italiano. Dove per Deep  State non andiamo a corroborare strampalate teorie del complotto d’oltreoceano, ma identifichiamo  l’alta amministrazione e gli apparati economici, industriali e militari italiani. Un tentativo quello di Draghi, che visto da una certa prospettiva, rappresenterebbe anche un  passaggio obbligato nella storia di tutte le nazioni che aspirano ad essere di più e configurarsi come  potenze. L’allineamento fra apparati e decisori politici, l’organicità dello stato, sono elementi tipici  delle potenze, ma non è questa la sede d’analisi opportuna per un discorso che presenterebbe mille  questioni opposte. 

L’intervento di Draghi ha portato inoltre una riforma istituzionale de facto, nella quale il Ministero  dell’Economia e delle Finanze diventa un’appendice esecutiva della presidenza del Consiglio stesso,  manovra favorita sia dall’expertise di Mario Draghi, sia dalla collocazione al vertice del MEF dell’ex membro del suo board alla BCE: Daniele Franco. 

Non è un caso, infatti, che qualsiasi questione economica, Recovery Plan inclusa,venga percepita  come materia personale di Draghi. Semplicemente è davvero così. 

Proviamo a tracciare, al netto di queste considerazioni, delle linee guida di una Draghinomics, una  dottrina Draghi. 

Innanzitutto un riassestamento istituzionale, su di un modello esecutivo-aziendale di strong  governance, che vede la questione economica appannaggio principale e diretto del vertice  dell’istituzione, Draghi stesso in questo caso, nella veste di una sorta di Amministratore Delegato o  Chief Director. 

A seguire: un tentativo, molto all’americana, di coinvolgimento degli apparati nelle questioni  strategiche del paese, sganciandole dai condizionamenti di politica interna. 

La tecnicizzazione della Giustizia, nella persona di Marta Cartabia, l’affidamento della questione  energetica ad un altro tecnico, proveniente da uno dei principali centro di potere in Italia: la  Leonardo, azienda partecipata dallo Stato impegnata nell’industria militare e aerospaziale.  Ancora la gestione dell’emergenza Covid affidata ad un’appartenente dei vertici Militari, il generale  Figliuolo (al posto del silurato Domenico Arcuri) ed il posizinamento dell’ex capo della polizia  Franco Gabrielli al vertice dell’Intelligence.  

Tutto ciò accompagnato da altri interventi più velati, come la nomina di Giancarlo Giorgetti al  Ministero dello Sviluppo Economico, sulla carta in quota lega, nella realtà uomo dei Palazzi, vicino  alla classe industriale e di gradimento bipartisan, oppure il caso del Ministero della Pubblica  Amministrazione, ufficialmente affidato ad una personalità politica (Renato Brunetta, quota Forza  Italia), ma de facto iper-tecnicizzato, nominando Marcella Panucci, ex numero uno di  Confindustria, come Capo di Gabinetto e Carlo Cottarelli come consulente. 

La Draghinomics è questo: verticizzazione della questione economica, trasformando il sistema di  governance economica in un modello simile al board di un’azienda o di una banca, coinvolgimento  degli apparati e dell’alta amministrazione nei settori strategici del Paese ed infine un riassestamento  del focus nazionale verso l’area settentrionale, che ama definirsi “mitteleuropea” e sostanzialmente  interna alla catena del valore tedesca (alla fine in qualche modo i soldi del Recovery Fund  dovevamo restituirli).

Lorenzo Giardinetti

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