Cultura dello stupro: la gerarchia della violenza di genere (pt. II)

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Femminicidio: la punizione per aver rifiutato gli standard patriarcali

femminicidio
/fem·mi·ni·cì·dio/
sostantivo maschile

Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte. Il termine femminicidio fa uscire il fumo dalle orecchie a tanta gente che lo vede come una sorta di discriminazione nei confronti degli uomini. Si sente spesso dire “La morte di una donna per mano del compagno non è più importante di un uomo morto sul posto di lavoro”. Attenzione: qui nessuno sta cercando di creare una gerarchia dei morti. Il termine “femminicidio” sta ad indicare il movente dell’omicidio: una donna che viene uccisa in quanto donna. Il femminicidio comprende tutti quegli omicidi in cui un uomo (partner, compagno, marito, fratello, amico, uomo rifiutato etc) uccide una donna che ha osato riprendersi la sua libertà. Dunque, non tutte le donne che vengono uccise sono vittime di femminicidi. Il termine femminicidio ammette che ci sia un problema di sistema: non si tratta di omicidi generici, c’è una matrice patriarcale e misogina all’origine. Il concetto stesso di femminicidio implica che ci sia disparità di genere in una società. Quindi, quando urlate alla discriminazione maschile ogni volta che sentite il termine femminicidio, riflettete su quanto siete fortunati riguardo al fatto che non esista un corrispettivo maschile. E se credete che un termine specifico per il nostro omicidio in quanto donne sia un privilegio, ve lo concediamo volentieri.

La violenza di genere rappresentata dai media

Qual è il mezzo che permette di alimentare al meglio questo tipo di cultura? I media, naturalmente. Le testate giornalistiche mainstream italiane sono totalmente impreparate sulle questioni di genere. “Raptus di gelosia”, “Donna uccisa dal marito: lei non puliva né cucinava”, “Il gigante buono”, “La uccide perché la ama troppo”, “Ragazzine ubriache fradicie violentate dall’amichetto”. Questi sono solo alcuni esempi dei migliaia di titoli che riportano notizie di femminicidi e violenze sessuali. Converrete con me che è agghiacciante: titoli di questo tipo, in un paese egualitario sarebbero inammissibili, ma è evidente che in Italia siamo ancora indietro sulle questioni di genere. I media sono l’espressione della società in cui viviamo: disinformata, che non analizza le vicende, né riflette sulle conseguenze delle proprie azioni. Ci avete mai pensato a come si sente una survivor che legge un titolo del genere? Doppia violenza: prima da parte del suo abuser e in seguito da parte dei media. In relazione al caso Genovese, i media si sono sbizzarriti nel dipingerlo come un genio, il mago delle start up, un grande uomo d’affari che ora, poverino, dovrà fermare la sua attività perché ha stuprato una modella per ore! Ma non è la prima volta. Non è affatto raro che i giornali, ad esempio, per narrare la vicenda di un femminicidio, dopo aver dato un movente totalmente errato dell’omicidio (raptus di gelosia docet), descrivano l’omicida come un “marito devoto e padre amorevole”, quasi come se volessero far empatizzare il pubblico con l’assassino. Gli stessi giornali che, sulle pagine dei social network, non disattivano mai i commenti sotto i post delle notizie di femminicidi e altre violenze di genere. Come se si potesse avere un’opinione “diversa” sulla violenza. Sembrerà stupido e di poco conto, ma così facendo si legittima la possibilità di esprimere la propria idea su un fatto oggettivo che tutti dovrebbero condannare. Non si tratta di censura, ma di buon senso: non ci deve essere nessuna libertà di espressione sulla violenza, perché è questo che incoraggia il victim blaiming e lo slut shaming che nei commenti non mancano mai, e che a loro volta, incoraggiano la cultura dello stupro. Ma non è tutto: le testate giornalistiche, così come i loro assidui commentatori, non disdegnano la minimizzazione della violenza né la colpevolizzazione della vittima. “Il deejay con il vizietto”: è così che Il Mattino si riferisce a un deejay che ha stuprato per ore una donna. Perché lo stupro è un vizietto, non il frutto di un problema sistemico e culturale! O vogliamo parlare di Feltri che in prima pagina ci propone il titolo “Ingenua la ragazza stuprata da Genovese”, come se andare a un festino ed entrare in camera con un uomo gli desse il permesso di violentarla! E giù di victim blaiming. Ma del resto, parliamo di Libero, che con titoli e articoli discutibili, ci convive da tempo ormai. Purtroppo questi titoli non sono affatto l’eccezione, ma la regola, altrimenti non staremmo parlando di problema sistemico. C’è una forte ignoranza in materia di violenza di genere (ma in generale, riguardo le discriminazioni sociali) da parte dei media e questo non fa altro che fomentare la cultura dello stupro, poiché i tg e i giornali esprimono ciò che pensa l’opinione pubblica, ed è inconcepibile che si pensi che lo stupro possa essere provocato o che il femminicidio sia causato da un eccesso di gelosia improvvisa.

Per tutti coloro che saranno arrivati alla fine dell’articolo ancora convinti che il femminismo in Italia non serva più e che il termine femminicidio sia una forma di sessismo verso gli uomini, c’è altro da dire: le denunce. Le donne non vengono incoraggiate a denunciare per mille motivi: non ci sono prove, temono di non essere credute, l’iter da seguire è troppo lungo. Spesso sono anche gli stessi poliziotti a dissuadere la donne dalla denuncia. Rendiamoci conto: poliziotti, che dovrebbero esprimere autorità e sicurezza, rendono ancora più difficile (e talvolta umiliante) la denuncia. Anche da questo si può notare che è un problema culturale e soprattutto a livello di sistema: le forze dell’ordine sono esse stesse il sistema.

Noi abbiamo bisogno del femminismo. Sono anni che veniamo uccise, molestate e stuprate. L’abolizione del matrimonio riparatore e del delitto d’onore, così come gli altri diritti, non ci è stata certo concessa gentilmente. Il femminismo non è silenzioso (come piacerebbe al giornale “La Verità”), né tutto rose e fiori, è un movimento rivoluzionario che punta a sradicare la società per costruirne una il più paritario possibile. Non riuscirete a silenziarci, sebbene siano anni che ci proviate. Nel 2020 il femminismo è più vivo che mai, pronto a far crollare le vostre certezze. E alcune femministe sono arrabbiate, ma dopo millenni di patriarcato non potete biasimarci.

Giorgia Brunetti

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