“Quello che non ti dicono”: una storia che non cerca colpevoli

Carlo è un bambino prodigio, nato in una delle famiglie più ricche di Milano, i Saronio. Suo  padre, un uomo di vecchio stampo, ha creato una fortuna durante il periodo fascista, costruendo  un’enorme industria chimica che a distanza di anni ha causato danni ecologici irreparabili. Il  giovane trascorre la sua infanzia all’interno dell’élite lussuosa di corso Venezia e non conosce i  benefici sociali del frequentare una scuola pubblica. Fin da piccolo vive come chiuso in una teca di  cristallo. Con il passare del tempo Carlo manifesta una crescente genialità alla quale associa un bisogno sfrenato di libertà; desidera spogliarsi del “senso di colpa” per essere nato in una  famiglia agiata e si attiva per aiutare i poveri e i diseredati. Non è facile, però, allontanarsi del  tutto dalle proprie origini; cercare una propria identità non rappresenta un’impresa facile,  soprattutto per chi, come lui, vive nell’Italia degli anni ’70, segnati dalla comparsa del terrorismo.

Il drammatico epilogo della sua storia sarà riposto per anni nel dimenticatoio.  Tuttavia, nessun racconto può vivere troppo a lungo rinchiuso nel fondo di un baule; prima o  poi ci sarà sempre qualcuno che troverà la chiave per riportare alla luce vecchie verità o  scoprirne delle nuove. Il mondo è forse collegato da un filo invisibile che, come in una perfetta  ragnatela, intreccia le storie di ognuno di noi. È così che un giornalista alla ricerca costante di  nuove curiosità da svelare, un missionario e una donna orfana di padre in cerca di risposte, si  incontrano nel mezzo del cammino della vita. Tutto inizia una mattina di ottobre del 2019 quando, in uno dei tanti messaggi Facebook, ne appare uno indirizzato ad un famoso giornalista.

“Buonasera Dott. Calabresi, la leggo con piacere, perché sono legato a lei dalla perdita di una  persona cara a causa del terrorismo. Mi chiamo Piero Masolo, sono prete missionario del Pime in Algeria, sono nipote di Carlo Saronio, rapito e ucciso il 15 aprile 1975. Mi piacerebbe poterle  inviare una mail per chiederle consiglio su come celebrare l’anniversario dello zio. La ringrazio di cuore”.

È così che nasce dalla penna di Mario Calabresi “Quello che non ti dicono”. Un  racconto in stile giornalistico che senza giudicare i fatti storici, nè proferire giudizi morali, mira a trovare delle risposte per colmare il senso di vuoto del nipote. Piero, non incontrerà  mai suo zio, mentre sua cugina Marta, figlia di Carlo, non riuscirà a conoscere il proprio  padre. “Mentre lui se ne andava, lei stava arrivando, non si sarebbero mai incontrati”. Carlo  Saronio, infatti, protagonista fantasma dell’inchiesta, venne assassinato per errore nel lontano 1975, in un fallimentare tentativo di rapimento da parte dei movimenti sovversivi dell’estrema  sinistra dell’epoca. In quegli anni, l’Italia intera si vedeva divisa tra diverse forze extraparlamentari, di destra e di sinistra, il movimento delle Brigate Rosse iniziava a dilagare  e a insinuarsi in diversi comitati ed associazioni operaie, in concomitanza con oscure forze miranti a cancellare lo stato di diritto, anche ricorrendo all’utilizzo della violenza con estorsioni e  rapimenti. Fu’ uno dei periodi bui della storia italiana in cui al desiderio di cambiamento pacifico della massa dei giovani italiani si contrapponeva una parte che esprimeva i propri ideali attraverso  l’uso della criminalità e il desiderio di seminare paura. Si moriva e si uccideva per ideali apparentemente libertari.

Ora può sembrare follia, ma negli anni ‘70 vi erano sempre ordigni pronti ad esplodere e i rapimenti erano all’ordine del giorno, come quello del giudice Mario Sossi, “processato e condannato a morte ma poi liberato” dalle Brigate Rosse. Erano gli anni di Toni  Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno, fondatori di “Potere Operaio”, organizzazione  extraparlamentare di sinistra, in vita tra il 1969 e il 1973. Intorno a queste figure si aprirono scenari  di lotta armata che si voleva rifare a quella dei Tupamaros uruguaiani, un’organizzazione  guerrigliera di ispirazione comunista. In tale panorama, si colloca in maniera sorprendente la storia  di Carlo Saronio. Il suo desiderio di distanziarsi dall’ambiente familiare e di dare voce all’altro Sé, lo porteranno a frequentare quegli ambienti ricolmi di speranze, ma anche di disperata violenza. La sua personalità è circondata da linee d’ombra, ma anche spiragli di luce che lo porteranno a creare  una storia d’amore indissolubile con la fidanzata Silvia, a frequentare gli ambienti difficili e bisognosi di Quarto Oggiaro, a dedicarsi costantemente alla ricerca in ambito scientifico. Un ragazzo con un’anima generosa, ma allo stesso tempo famelica di ribellione. Si ritroverà coinvolto  nelle vicende di quegli anni perché, bisogna ammetterlo, il luogo e l’epoca in cui si vive può  profondamente incidere sul corso della propria vita. Nel cercare un tentativo di “espiazione” entrerà  in contatto con Carlo Fioroni, militante della sinistra extraparlamentare e mandante del suo  rapimento. Una storia di un tradimento all’interno di un’amicizia a metà tra gli ideali di rivoluzione  e il desiderio di potere.

Nel libro Calabresi non fa emergere né santi né carnefici, né vittime e  né colpevoli, poiché già individuati dai processi storici ormai chiusi e sepolti in vecchi faldoni. Esiste unicamente il desiderio di indagare sulla figura di Carlo e sulle diverse motivazioni che  lo hanno portato a ritrovarsi in una strada senza via di fuga. Un tentativo, dunque, di offrire a sua figlia Marta l’immagine di un uomo con le proprie passioni e paure, che vada al di là di  una semplice fotografia.

Irene Pulcianese

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