D10 è morto

Fa sempre uno strano effetto rivedere il proprio volto riprodotto su una superficie che non sia quella di uno specchio o di una fotografia. Certo ancor più strano dev’essere rivederlo sul polpaccio di qualcuno, tatuato, indelebile. Quell’espressione è ben visibile sul volto di Fidel Castro, nello scatto iconico in cui Diego Armando Maradona gli mostra il tatuaggio che lo rappresenta. Non può stupire dunque che, tra gli intrecci del destino, il più grande abbia scelto lo stesso giorno del Líder Máximo; non può stupire ma può far male per ciò che ha conseguito questo incrocio: come in una canzone di Guccini o in una sentenza di Nietzsche, Dio è morto.

Non è la prima volta che Dio muore, ma fino a ora era sempre riuscito a risorgere.

En una villa nació, fue deseo de Dios
Crecer y sobrevivir a la humilde expresión
Enfrentar la adversidad
Con afán de ganarse a cada paso la vida

L’infanzia difficile, il nulla della provincia di Buenos Aires, la povertà del barrio: Villa Fiorito, baraccopoli dove la fame è seconda per quantità solo alla polvere. Già solo per far arrivare quel bambino, Diego Armando, al campo di allenamento dell’Argentinos Junior, il viejo e la vieja Don Diego e Doña Tota dovettero investire tutto, perché anche se aveva solo otto anni e il pallone era quasi ancora più alto di lui il talento si vedeva, ed era abbagliante.

Io sono grasso, piccolo e goffo. Però quando ho un pallone tra i piedi io sono quanto di più vicino a Dio voi riusciate a immaginare. Sono il divino aborto. Io sono la fame e la sete. Io sono la Maddalena, io ho peccato e sono troppo stanco per pentirmi. Sono un sorriso storto, un abbraccio mal riuscito. Io sono caduto e mi sono rialzato. Io ho due vite. E nella prima vi ho reso tutti più felici. Vi bastava guardarmi. Io mi sentivo Dio, ed era bello crederci. Io ero una promessa mantenuta. Io avevo il coraggio dei sognatori: volevo essere il migliore. «Oh Mamma mamma mamma. Oh mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazon. Ho visto Maradona, ho visto Maradona: e mammà, innamorato son» ve lo ricordate? Io non ho mai tradito nessuno. Io ho tradito solo me stesso. Se sono stato felice, lo sono stato da povero. La mia vita sembra un reality, ma non c’è niente di più reale di quanto mi è successo.

Capitano, guida, capopopolo. Simbolo del riscatto di un Paese e di una città, di un movimento sportivo che andava perdendo la veracità dei campi di periferia e andava imbellettandosi, passando dalla pozzolana al fard: passami il pettine, che devo entrare in area di rigore. Lui fu il brutto anatroccolo che se n’è voluto sbattere di diventare cigno, perché già con le sue ali corte poteva volare più in alto di tutti, e con la sua aletta sinistra ha fatto magie.

Y todo el pueblo cantó
Marado, Marado
Nació la mano de Dios
Marado, Marado
Sembró alegría en el pueblo
Llenó de gloria este suelo

Il momento più rappresentativo di tutto ciò che è stato: un furto, un errore, una furbata da scugnizzo, e nessuno lo vide all’inizio, perché lui quando saltava saltava con tutto il corpo, in un blocco unico, sgraziato e bellissimo allo stesso tempo. “Ma con che l’ha presa? Con la spalla? Con la schiena? Ma mica l’ha presa con…”

Io sono la Mano di Dio. Quel giorno, in Messico. Alzai la mano per colpire il pallone, nell’area inglese. Nessuno se ne accorse. Dio, forse. Ma giocava con me. Poi mi feci perdonare da voi umani. Fu quando segnai il più incredibile dei gol, scartando tutta l’Inghilterra, ballando leggero, dalla metà campo alla porta avversaria, nacqui bruco e mi feci farfalla.

E come farfalla danzò, andando a strappare le ali dell’altra farfalla, quella di ferro e veleno che guidava politicamente l’Inghilterra. Quello di Maradona allo stadio di Città del Messico, in quel bollente 22 Giugno 1986, fu un affronto non solo calcistico ma politico, a tratti militare. Scrive il leggendario Osvaldo Soriano in “Maradona sì, Galtieri no”: “Quando Diego Maradona saltò davanti al portiere Shilton e gli fece passare con la mano la palla sopra la testa, alle Malvinas il consigliere municipale Louis Clifton avvertì il primo mancamento. Il secondo, più prolungato, si verificò quando Diego dribblò mezza dozzina di inglesi e segnò il secondo goal per l’Argentina. Fuori un vento gelato spazzava le strade deserte di Port Stanley e le truppe britanniche chiuse in caserma ascoltavano, turbate, come come il piccolo diavolo del Napoli stava rovinando la festa del quarto anniversario della riconquista di quelle che loro chiamano Falkland.”

Maradona il politico, sinistro di piede e di cuore. La già citata amicizia con Castro, unito a lui tra le altre cose dall’odio nei confronti dell’imperialismo degli Americani, ai quali Maradona non ha mai perdonato anche quella che lui ha sempre definito la trappola dell’efedrina, quando fu cacciato dal Mondiale ’94: «Para mí, il Comandante è Dio». L’amicizia con Chavez, il tavolo d’onore riservatogli da Maduro, il sostegno ai brasiliani Dilma e Lula, il dialogo con Pepe Mujica in Uruguay ed Evo Morales in Bolivia, Daniel Ortega che lo ha insignito dell’Ordine Sandinista in Nicaragua, la partita di calcio con Ahmadinejad e il sostegno alla causa palestinese.

Maradona la guida religiosa, che critica aspramente Papa Giovanni Paolo II spornandolo a fare qualcosa di concreto per i poveri e dice a Papa Francesco di essere il capitano della sua squadra, che tra argentini ci si capisce. “San Genna’, non ti crucciare, tu lo sai ti voglio bene. Ma na fint’ ‘e Maradona squaglia ‘o sangue rint’e vene!”, diceva il Professor Bellavista, dando voce ai pensieri del filosofo suo autore, al secolo Luciano De Crescenzo. Il riccio di Maradona è d’altronde conservato come una reliquia sacra in un’edicola votiva a Piazza Nilo a Napoli, e la Iglesia Maradoniana è una vera e propria religione sincretica, nata il 30 Ottobre 1998 a Rosario da Hernán Amez e Alejandro Verón e che conta a oggi oltre 820.000 seguaci iscritti in più di 60 paesi nel mondo e 600 città.

Maradona che è disceso negli Inferi per i suoi peccati.

La fama le presentó una blanca mujer
De misterioso sabor y prohibido placer
En su hábito al deseo y usarla otra vez

Ma d’altronde: ¿Si Jesús tropezó, por qué él no habría de hacerlo?

Il dolore fu il suo e di chi lo aveva amato, la sua pesantezza fu quella nel petto di tutti coloro che si erano sentiti più leggeri vedendolo accarezzare la palla con il mancino, come si accarezza un’amante.

Fumo, alcol, cocaina, cibo. Pesavo centocinquanta chili e non sembrava un’impresa, la mia è una vita da prendere a morsi. Barelle, letti d’ospedale, flebo e preghiere. Ero vizio, mai virtù. E fango, oro e polvere: ero il re nudo, sdrucido di ricordi, con le borse pesanti sotto agli occhi e lo sguardo altrove. La mia è la cattiva strada. Tutto il mio dolore lo troverete nel viso sfatto, nella pancia gonfia, nelle gambe tozze, nelle mani svelte e nell’occhio che brilla, di una allegra tristezza che viene da lontano e che nessuno di voi mai saprà.

Sembrò morire, e forse lo sperò guardandosi allo specchio, vedendo quell’immagine che gridava al mondo che anche Dio può far schifo. Risorse poi, come fenice, e poi da fiamma si fece macchietta. Allenatore dell’Argentina più scarsa della storia, quell’Argentina che il suo “““successore””” Lionel Messi non è mai stato in grado di guidare. I litigi con la Fifa, di cui disse «Piuttosto che appartenere alla famiglia Fifa preferisco essere orfano», ellos son el gran ladrón, e con il suo allora presidente Sepp Blatter soprattutto: «La Fifa è governata da dinosauri. Blatter è uno che non ha mai tirato un calcio ad un pallone e dunque credo sia la persona meno opportuna per ricoprire un ruolo istituzionale così importante».

Il declino poi come allenatore dopo aver lasciato la panchina dell’Albiceleste: Al-Wasl negli Emirati Arabi, poi la lunga pausa e il ritorno sempre nella terra degli sceicchi, ma più in basso in classifica, con il Fujairah.

Il ritorno nell’amato Sud America, nella serie B messicana, come allenatore dei Dorados, il cui nome non riflette la situazione sportiva. Ma di dorato c’è il trattamento riservato a Diego: amato, coccolato, glorificato. In mezzo al niente calcistico, il Dio si riprende la sua corona di spine e torna profeta, seppur non in Patria. In Patria ci tornerà l’anno dopo: Gimnasia La Plata, nella massima serie calcistica argentina, quella Primera División che aveva assaggiato per la prima volta ben 43 anni prima, con la maglia dell’Argentinos Junior.

Poi le notizie che si accumulano rapide, caotiche, confuse: Maradona sta male, l’hanno ricoverato, e che ha fatto?, era il suo compleanno, eh allora chissà che ha fatto, ma più che altro quello che non avrà fatto: le malelingue si affilano, i sorrisetti si allargano, il vecchio vizio inizia a essere riportato in auge, si mormora e i mormorii si fanno boato, oh dio, ma che ha riniziato a…? No, è caduto, spiegano. L’Angelo caduto, che precipitando dal Paradiso ha sbattuto la testa, ha un ematoma cerebrale. Un colpo di testa, l’ultimo, forse fatale? No, lo dimettono, è salvo, è risorto di nuovo. Ma questa volta non ce la fa più Diego, il suo cuore ne ha sopportate troppe, e il suo è un cuore pasionario, socialista e rivoluzionario: che fa? Sciopera. Io son stanco, sembra dire, e si ferma.

Tradito dal suo cuore, lui che lo ha messo in ogni sua giocata.

La vida es una tómbola
De noche y de día
La vida es una tómbola
Y arriba y arriba

E sembra ancora di vederlo palleggiare, sulle note degli Opus: Life is Life, e poi all’improvviso lo è più, e poi all’improvviso si fa leggenda.

Paolo Palladino

I primi tre blocchi di versi di cui non è specificata nel testo la fonte sono tratti dalla canzone “La mano de Dios (Homenaje a Diego Maradona)” di Rodrigo Bueno, mentre l’ultimo è tratto dalla canzone “La Vida Tombola” di Manu Chao. Il brano che ritorna nell’articolo è tratto dal capitolo “Maradona” del libro “Gamba tesa. Brut(t)i, sporchi e cattivi: 100 figurine da salvare in corner” di Furio Zara, RCS Libri, Milano, Novembre 2008.
Ulteriori siti consultati:

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