Ilva, non Ilva o altro: un caso eminente di inconciliabilità tra sviluppo e sostenibilità

La vera domanda, quando si parla di “sviluppo sostenibile”, è: cos’è che non funziona nello sviluppo, nella logica dello sviluppo? 
In auge almeno dalla Seconda Rivoluzione Industriale, essa sembra essere oggi in crisi. Messa alle strette da un fattore imprevisto: l’ambiente. 
Riadattare la produzione ai nuovi limiti ecologici è un’operazione complessa: ne è caso esemplare la vicenda che coinvolge l’ex Ilva di Taranto, dilaniata nell’alternativa tra una riconversione che sacrifica parte del personale e una mantenimento “normale” della produzione, che grava sulla salute degli abitanti. 
Un dramma industriale che cela un dramma filosofico: la fine di un modo di pensare, quello dialettico. E, forse, l’alba di un nuovo senso. 

In principio era Marx 

L’Ilva è figlia dello sviluppo industriale occidentale. O, meglio, è l’incarnazione italiana tristemente più famosa del capitalismo moderno e della sua logica: logica sulla quale si basa il funzionamento dell’economia industriale. 
Potendo raccogliere la varietà e complessità della galassia produttiva di matrice capitalista in un unico sistema composto di elementi comuni diversamente articolati, otteniamo un concetto utile: quello di Economico. 
Nello specifico, l’Economico capitalistico è il sistema produttivo che si basa sull’accumulo di plusvalore, da parte dell’industriale, attraverso uno sfruttamento del lavoro che ingrossa il capitale investito nell’azienda. 
In estrema sintesi, è questa la realtà descritta da Marx nel Capitale. Dal punto di vista economico. 
Com’è facile capire, ciò ha importanti conseguenze sul piano sociale e politico. Per quel che riguarda il primo aspetto, una simile organizzazione produttiva genera una contrapposizione netta tra i due gruppi partecipi in diverso modo del processo produttivo: capitalisti e proletariato, infatti, sono le due parti di una lotta di classe dagli esiti, secondo Marx, ben determinati. 
Sul piano politico, una tale organizzazione strutturale produce una sovrastruttura ideologica liberale alla quale lo stesso Marx contrappose un modello alternativo: l’organizzazione collettivistica del lavoro, fondamento dell’ideologia comunista. 
Ma qual è il senso di tale prospettiva marxiana? Come possiamo leggere le varie articolazioni, economiche politiche sociali, di tale pensiero? Forse come parti di un sistema, erede di Hegel, in cui la regola è il conflitto, e la logica la dialettica? 
È, questa, una interpretazione verosimile. Se le diamo ascolto, allora dobbiamo accettare che sul paradigma Tesi-Antitesi-Sintesi si dispiega la realtà dell’umano per Marx. Innanzitutto la realtà storica, il senso della storia: il progresso, infatti, è storia di negazione. 
Dell’Altro, se guardiamo al rapporto economico-sociale. Della Natura, se assumiamo uno spettro ampio, esteso al significato stesso del produrre. 

Le eredità della “nuova” economia 

L’economia capitalistica, tuttavia, non rimane invariata dai tempi di Marx. Raggiunto il suo apice produttivo durante le due guerre mondiali e toccati i limiti della sua espansione al termine della Guerra Fredda, il “vecchio” sistema economico-industriale ha oggi cambiato pelle. Tanto che, dalla sua muta, è uscito un che di nuovo, che conserva un’eredità del passato solo perché non sa come sbarazzarsene. 
La fine della contrapposizione tra i due blocchi, e il trionfo dell’egemonia capitalistica, ha portato ad una espansione del mercato verso i Paesi che prima ne erano fuori, poi ad una industrializzazione in senso capitalistico dei nuovi arrivati, e, infine, ad un relativo livellamento degli standard produttivi dei Paesi industrializzati. 
Ciò significa che la concorrenza tra prodotti pressoché identici si è dovuta spostare dal piano della loro produzione al piano della loro vendita: essendo minime le differenze tra i sistemi produttivi per quanto riguarda la capacità di immissione di beni sul mercato nella maggiore quantità possibile al minor costo possibile, le società industriali hanno cominciato ad investire sulla vendita. Cioè sulla forma del prodotto, sulla sua pubblicità, in senso lato. Anche per questo si parla, oggi, di una società post-industriale, in cui la produzione e la fabbrica sono passate in secondo piano rispetto alla pubblicizzazione e al marketing. Inoltre, importanti cambiamenti sono avvenuti anche nel campo della conformazione della società. Nel quale la marxiana identificazione (e contrapposizione) per classi è andata sempre più sfumandosi a vantaggio dell’espansione del ceto medio, avvenuta sia per allargamento del mondo capitalistico, sia per integrazione di fette sempre più ampie della popolazione in nuovi settori lavorativi. 
Quest’ultima è divenuta possibile grazie al processo socio-politico definito “burocratizzazione” degli Stati. Un fenomeno che ha raggiunto i suoi massimi esempi negli Stati a regime totalitario o semi-totalitario, ma che ha coinvolto in generale quei Paesi in cui lo Stato è divenuto, per un certo periodo, pervasivo nella vita economica della nazione. 
Il ceto medio così artificiosamente ingigantito, plasmato dall’economia diretta dallo Stato, ha visto, con il ritorno ad una economia di mercato, spalancarsi più ampie libertà di scelta. Anzi, maggiori opportunità di investimento: dove i “beni” investiti erano e sono il denaro in surplus e il tempo libero. Ciò significò una immissione sul mercato di quantità sempre maggiori di prodotti pubblicizzati attentamente. Con l’obiettivo di gonfiare a dismisura i bisogni già creati per dopare i consumi e mantenere vitale il mercato, ed il processo produttivo alle sue spalle. 

Necessità nella dialettica 

Eppure, questo sistema è in crisi. Non apparente; sostanziale. 
Facciamo finta di poter astrarre dalle leggi di mercato, ignoriamo i “naturali” cicli della produzione. Immaginiamo, per l’oggi, una diversa causa di crisi, attingendola dal futuro prossimo: l’irreversibile alterazione degli equilibri ambientali che implica l’esaurimento delle risorse e, soprattutto, il mutamento delle condizioni di abitabilità del pianeta. Una tale causa comporta uno stravolgimento della logica industriale: la necessità passa dall’essere un attributo sostanziale della dialettica, del suo dispiegarsi, al darsi come elemento ineliminabile che si frappone allo scorrere fluido degli ingranaggi del Logos Economico. Una necessità nella dialettica, fuori dal suo controllo. Che implica un ripensamento del sistema che su questa dialettica si fonda. 
Ciò che abbiamo chiamato necessità, e che abbiamo contrapposto alla logica del progresso dialettico, cioè al capitalismo, non è altro che la determinatezza del futuro. Un fattore, questo, che sconvolge il meccanismo di accumulazione di capitale da reinvestire, tanto sul piano economico quanto sul piano finanziario: la logica dialettica, infatti, presuppone l’indeterminatezza del futuro. È la clausola basilare per lo sviluppo. 
Ora, data l’inaggirabilità di questo ostacolo, è chiaro che parlare di sviluppo accoppiandogli l’aggettivo sostenibile non risolve il problema. E ciò perché tale proposta si regge ancora su di una logica dialettica. 
Lo sviluppo, il progresso non possono fare a meno dello sfruttamento: dell’ambiente e del lavoro. Nell’ottica di un allontanamento illimitato dell’orizzonte presso cui tale sfruttamento si esaurisce. 
Oggi, un simile allontanamento si mostra nella sua faccia più illusoria. E, in più, lo sfruttamento appare svantaggioso: perché impiegare certi tipi di risorse per la produzione altera pericolosamente gli equilibri dell’ecosistema, avvicinando ancor di più l’orizzonte. E perché il mercato coinvolge un ceto medio sempre più partecipe del giudizio sulla vendibilità di un prodotto. 
Perciò, la possibilità della riconversione industriale nell’epoca della necessità si riduce all’adozione della prospettiva della sostenibilità, piuttosto che dello sviluppo sostenibile. Ciò significa instaurare una cooperazione tra capitalista e fruitore (in cui il lavoratore sia al centro come essere umano) nella creazione di una nuova produzione, capace di far fronte alla necessità di una conversione dei mezzi di produzione. Una conversione ecologica. 
Rimane aperta, tuttavia, la questione relativa ai costi di una simile conversione. Testimone l’ex Ilva. Una questione che, se abbandonata dalla mediazione politica, rischia di ridursi al solo piano dei meccanismi di mercato, capaci di riadattarsi semplicemente sostituendo i mezzi vecchi con mezzi nuovi, ma con lo stesso fine di sempre. 

Lorenzo Ianiro

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