Quando il divertimento è una cosa seria – intervista a Giuseppe Festa

Ci sono domande che accompagnano l’uomo dall’alba dei tempi: c’è vita dopo la morte? Esiste Dio? Cosa fanno gli animatori quando è finita la stagione estiva? Delle prime due in realtà non è che mi importi granché, sulla terza invece mi interrogavo qualche giorno fa, mentre mi rammaricavo per l’apparente abbassarsi delle temperature e dalle finestre coloro che non si arrendono alla fine dell’estate sparavano a sale contro chi cercasse di mettere già gli addobbi di Halloween. Ho chiamato così Giuseppe Festa, una vita passata a far divertire le persone, tra le figure di spicco in un luogo che diventa di spicco in un periodo di spicco dell’anno: insomma, un capo-animatore in Salento. La nostra è stata una lunga chiacchierata, che ho provato a mantenere negli argini di un’intervista canonica ma che presto è andata per conto proprio, anche perché sarebbe stato impossibile fare altrimenti. Noterete che ben presto le mie domande diventano negli sporadici interventi: d’altronde, come provare a condurre con chi la conduzione ce l’ha nel DNA?

Giuseppe, cosa fai nella vita?
Cerco di fare quello che mi riesce meglio, una delle poche cose che mi è riuscita veramente bene: prendermi cura degli altri, o almeno cercare di farlo. Nel limite delle mie possibilità cerco di regalare sorrisi, compagnia. È quello che ho sempre fatto anche quando non me ne rendevo conto, hai presente quando si andava in giro con le comitive? Ho sempre avuto questo “peso” di organizzare qualcosa. Mi piace creare cose che possano intrattenere.

È il peso delle persone divertenti.
Oltre che divertenti, quelle intraprendenti dal punto di vista del cazzeggio. Cosa faccio nella mia vita? Il funcazzeggiatore. Con la u eh.

Da quanto tempo lo fai per professione?
A tredici anni ho visto per la prima volta gli animatori in spiaggia, e lì è cambiato qualcosa. Devi sapere che io fino alle medie venivo molto bullizzato, ma proprio che venivano dalle altre scuole per bullizzarmi neanche fossero i pastorelli che andavano alla grotta, ero il target preferito delle bombolette spray. Lì in spiaggia la compagnia di animatori era formata da tre ragazzi e due ragazzi, e io mi spacciavo con le ragazze dell’equipe per loro collega, una sorta di aiutante, perché ero troppo piccolo per essere pagato. Venni scoperto l’ultima sera: fu una gran bella figura…

A volte le migliori carriere nascono da eventi traumatici.
Al mio primo provino mi presentai quasi a malincuore. Cioè, lo volevo fare, ma io non sapevo manco di cosa si trattasse, non sapevo come funzionasse un villaggio, cosa fosse uno stage… Notai inoltre che già c’erano gruppi di amici formati, senza contare le equipe già pronte dagli anni precedenti. Quando uscivano gli altri dal colloquio finale c’era chi usciva dicendo “mi hanno preso” e chi con un “ti faremo sapere”, ma già era chiaro che quello voleva dire “vattene”. Io entrai convinto di ricevere un sì, invece uscii con un “ti faremo sapere”: è stato il primo “no” ricevuto. Arreso, mi preparai a partire per conto mio in vacanza, ma il giorno prima della partenza non uno ma quattro ragazzi non sarebbero più potuti partire: ero la quinta scelta! In ogni caso partii e sembrava tutto andare benissimo, tanto da ricevere spesso i complimenti. Non che facessi niente di particolare, semplicemente mi divertivo, anche con cose senza senso: considera che una volta mi presentai in anfiteatro con una giacca e dieci cravatte al collo, così. In fondo, non avevo particolari regole a casa, né con gli amici… Perché mai avrei dovuto averne in un luogo dove, tranne quella dell’educazione, non ci sono regole? Quando arrivo in un luogo lo esamino e mi chiedo: dove posso portare la novità? Dove posso fare l’inaspettato? Dove posso creare il teatro dell’assurdo? Lì lo facevo però senza adottare tattiche, seguendo semplicemente quello che mi andava di fare.

Diciamo che con il tempo hai maturato un po’ di esperienza.
Sì, ho capito tante cose. Aspetta però, non è finita la storia.

Prego, l’intervista è tua.
Manca un pezzettino, un altro no. Al villaggio il capo-animatore aveva la propria cerchia personale, non mi vedeva proprio. Era un periodo diverso, quelli più esperti se sapevano qualcosa se lo tenevano per loro, non ti insegnavano nulla. Per un sacco di tempo non mi fece fare neanche uno spettacolo, poi mi ritrovai per la prima volta sul palco per circostanze fortuite, dopo che uno dell’equipe era dovuto andar via all’improvviso dal villaggio; e mi ci ritrovai senza fare nessuna prova. Non perché non ci fosse il tempo eh, ma perché mi ci voleva proprio far arrivare senza nessuna preparazione, per umiliarmi di fronte al pubblico. Mi raccontava le situazioni del cabaret come se fossero barzellette, e io dovevo improvvisare. Fu una standing ovation alla fine. Da lì non sono più sceso dal palco: l’anno dopo ero responsabile diurno, due anni dopo capo-animatore.

Carriera lampo.
Lampissimo. Il primo anno in effetti feci più danni che altro.

Eri anche piuttosto giovane. Quanti anni sono che fai l’animatore?
Ormai sedici.

Non era scontato, date le premesse iniziali.
Le difficoltà all’inizio sono il motore di ciò che cerco di comunicare ogni anno ai nuovi arrivati: non fermatevi al primo no. Soprattutto: non fermatevi al vostro primo no. Non esiste il “non ce la posso fare”, esiste solo il “ci devo provare”. È  impossibile tanto che nella vita non ti accada mai nulla di brutto, è utopico. Inutile impegnarsi a pensare come non far accadere le sventure, perché tanto arrivano comunque, anzi: io ho sempre cercato di affrontarne il più possibile, così che poi quando accadono agli altri so già cosa dire loro. C’è stato un periodo nella mia vita in cui, in uno dei miei slanci di egocentrismo, mi sentivo come John Coffey de “Il miglio verde”, che assorbivo tutto il male degli altri per farli stare bene.

C’è qualche caso emblematico che ricordi con particolare piacere?
Sarà stato una decina di anni fa. Venne un ragazzo solo per accompagnare la fidanzata che faceva l’animatrice quell’anno. Lei era scalmanata, faceva di tutto, lui la portava e stava lì, immobile, una statua di sale. Tra l’altro un ragazzo veramente con la testa sulle spalle, cresciuto in una periferia abbastanza malfamata di Brindisi, la mattina faceva il muratore e il pomeriggio studiava, si è laureato qualche anno fa in ingegneria. Una sera riuscii a convincerlo a provare a fare qualcosa con noi, anche se era convinto che quello non fosse decisamente l’ambiente per lui. Indovina? Dopo qualche giorno faceva di tutto, dalla costumeria agli spettacoli. È questa un’altra cosa importante per me: oltre al fatto di credere in se stessi, scoprire qualcosa di nuovo dentro di te al quale fino a quel momento non avevi proprio pensato.

Di cosa si occupa il capo-animatore all’interno di un’equipe?
È  una sorta di master of puppets. Deve stare lì a rendersi conto di cosa stia andando nel modo giusto e cosa nel modo sbagliato, e trasmetterlo agli altri in modo tale che possano continuare da soli. Se le cose vanno bene, può anche occuparsi di altro, altrimenti deve continuare a muovere le pedine. Poi ovviamente organizzare le serate e dare un’impronta a tutto ciò che avviene sul palco, il suo pensiero deve essere sempre evidente, non può limitarsi a mettere insieme il talento delle persone che ha a disposizione.

Come nasce l’idea di uno spettacolo?
Sicuramente dalla passione. Io faccio uno spettacolo nello stesso modo in cui vivo la mia vita: quando mi piace una cosa, provo per lei immediatamente un amore viscerale, diventa il mio micromondo. Uguale per gli spettacoli: deve diventare il mio micromondo, devo sentire un pugno allo stomaco quando lo guardo realizzato come l’avevo pensato. Poi sono maniacale nella preparazione, faccio ripetere le prove finché non è perfetto, da farmi rizzare i peli sulle braccia.

I cabaret sono il tuo cavallo di battaglia. Quanti ne hai fatti?
Ma tantissimi… Non te li so numerare. Tra quelli estemporanei, le improvvisazioni, quelli di meno di un minuto, quelli che nel corso degli anni ho fatto sempre in maniera diversa… Vorrei dirti un paio di migliaia, ma ripeto, non li ho mai contati.

L’ispirazione da cosa nasce?
Sono sempre situazioni preesistenti, raramente qualcosa nasce da zero, ma quelle tendo a tenerle per me.

A chi ti ispiri, invece?
Per la parte della presentazione, al grande Paolo Bonolis. Sia chiaro, mi ispiro: non lo voglio imitare né assolutamente copiare, anche perché sarebbe impossibile. Per il cabaret invece a Francesco Scimemi, per le sue battute dissacranti e per la sua simpatia al contrario, cioè il trattare male la gente per farla ridere. Poi naturalmente io sono stato cresciuto da mio padre a pane e Totò. Il mio idolo però è un altro, al quale non riesco nemmeno a ispirarmi per quanto è grande, che è Gigi Proietti.

Per chiudere: progetti per il futuro?
Ne ho talmente tanti nella mia testa. Ho un libro intero di progetti irrealizzabili o quasi.

Paolo Palladino

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