Tanna: Amore e morte in Melanesia

Ad Hollywood la presenza di tre esponenti della tribù Yakel, sul tappeto rosso degli Oscar 2017, deve aver dato un tocco esotico alla cerimonia di presentazione, non meno di quando si presentarono alla Mostra di Venezia

Il film che quegli attori alle prime armi avevano portato in California ha di certo ricordato che luogo bellissimo sia il Pacifico sud-occidentale, visto che l’arcipelago di Vanuatu (a nord-est dell’Australia) ha offerto i suoi paesaggi come scenario della storia d’amore di Tanna (2015).

Soprattutto se inglesi o amanti di Shakespeare, è quotato a zero che si sia portati a definirlo un ‘Romeo e Giulietta australe’: commento assai sciattò, anche perché il tema degli amanti contrastati non si fa problemi di latitudine, lingua o dialetto.

Tant’è che questa “straightforward story” (Brad Wheeler) è ispirata al fatto che nell’87 scosse Vanuatu portando le tribù locali ad accettare il matrimonio d’amore: quel suicidio di due amanti è ricreato in Tanna dalla tribù Yakel che s’è messa in gioco a recitare sotto la regia di Martin Butler e Bentley Dean.

Gli innamorati protagonisti appartengono ad un pacifico villaggio in contrasto con la più violenta tribù degli Imedin: Wawa (Marie Wawa) è la nipote dello sciamano, donna appena sbocciata e Dain (Mungau Dain) è un guerriero destinato a prendere il posto del nonno come capo villaggio. Per rappacificare le due tribù in conflitto, Wawa è promessa al figlio del capo Imedin e i due reagiscono con la fuga.

Errando per l’isola sognano una vita insieme, cercano un posto tutto per loro passando dalla foresta e da un villaggio di loro conterranei convertiti al cristianesimo, per poi ritrovarsi con le spalle al muro.

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Il vulcano dell’isola che era stato testimone della loro promessa di fedeltà diventa quello della loro messa a morte. Il Kastom (summa delle regole fondamentali delle comunità locali) verrà riformato con la loro scomparsa.

Con Tanna non è tanto la storia a contare ma la cornice sociale del racconto, anche più di quella naturalistica sul cui fascino non serve discutere.

Le scene sul vulcano, anche per l’uso della musica, sono di una ‘maniera’ stucchevole che nulla aggiunge alla descrizione dei rapporti e all’espressione dei sentimenti tra i nativi.

L’importanza spetta alle pieghe del racconto ed il quotidiano della tribù principale: si tratta in fondo di un mondo dove esiste ancora un mondo degli uomini ed uno delle donne descritti nei lati teneri e coercitivi; la morte, come in ogni società arcaica è vissuta collettivamente come lacerazione e scandalo; puntuale è la caratterizzazione del mondo infantile attraverso il personaggio di Selin (Marceline Rofit), sorellina di Wawa, che si rivela solare, matura e poi commossa testimone della scomparsa della sorella.

Chissà come sarebbe stato il film, con una costruzione più complessa, visto interamente dai suoi occhi…

Nondimeno il plauso va alla tribù tutta che non aveva mai visto un film e si è rivelata cast efficacissimo semplicemente mostrando sé stessa. Quanto poi gli Yakel siano sempre rimasti lontani dalla modernità basta ricordare che l’attore di Dain sia morto nel 2019, a soli 24 anni, per un’infezione non trattata alla gamba, lasciando moglie e due figli, come ricordato da uno dei registi sul Guardian.

Antonio Canzoniere

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