La regina Margot

Parigi, agosto 1572. I Valois sono incubi viventi: la madre, Caterina de’ Medici (Virna Lisi), è una larva di donna incancrenita nel suo nero vedovile; i suoi figli gareggiano tra loro per instabilità a partire da Carlo IX (Jean-Hugues Anglade) che vive di crisi e debolezze passando per l’infido Henri (Pascal Greggory) e l’inesperto Francesco (Julien Rassam) che è ancora estraneo ai giochi di potere; la figlia Margot (Isabelle Adjani) ha fama di Messalina incestuosa, è amante del sanguinario duca di Guisa (Miguel Bosé) e moglie riluttante del re zotico Henri dei Borbone di Navarra (Daniel Auteil), protestante e topo a casa dei gatti.

L’amore del protestante Joseph Boniface de la Mole (Vincent Perez) cambia totalmente la visione del mondo di Margot che sembra volersi riscattare. La storia però ha altri progetti e tutti rimangono investiti dalla guerra religiosa che ha il suo apice nella notte di San Bartolomeo (tra 23 e 24 agosto).

Per ricordare Patrice Chéreau (1944-2013) è sembrato giusto parlare de La regina Margot (1994), dei suoi personaggi malati e della violenza che li attraversa e definisce. È un film strano che stimola il tatto, l’olfatto e il calore, avvolto com’è dall’afa estiva che fa da eccitante ai sangui caldi.

Si potrebbe dire che faccia perfino sudare, tanto la camera di Philippe Rousselot s’addossa ai corpi con primi piani, andamenti sinuosi e un’ossessione costante per i loro movimenti, le scene di gruppo o di folla.

Questa coscienza spaziale rende palese ai profani la sapienza di Chéreau come regista di teatro e ancor più di corpi. Che lui stesso abbia chiamato un suo film dell’83 L’homme blessé (L’uomo ferito) non fa che sottolineare l’evidenza di un interesse per il fisico portato all’estremo, per il corpo che raggiunge il limite per violenza fisica o psicologica.

Chéreau non sceglie una chiave bassa per la rappresentazione ne La regina Margot e sceglie le luci di Delacroix, Velazquez e del Seicento pittorico inoltrato per raccontare il Cinquecento che muore sfaldandosi per lo strappo religioso tra cattolici e protestanti.

Giacché l’eccesso è figlio non della gioia “ma della sua mancanza” (Nietzsche), non tocca piano i tasti del suo pianoforte. Se prova gusto per i corpi che mostra lo fa notare per la costanza nel filmarli durante la lotta, lo sforzo, la seduzione, tutte attività aggressive: ad un certo punto questi uomini d’arme e principi di Francia sembrano più felini che uomini.

Virna-Lisi-nei-panni-di-Caterina-dè-Medici

È questo fatto che rivela quanto lui sia riuscito a far arrivare Virna Lisi (1936-2014) a quel livello di caratterizzazione, lei che era una delle nostre attrici migliori e una delle più sottovalutate. 

La sua Caterina de’ Medici è una figura mostruosa, abortita, unsexed dallo stigma del Potere, pronta a dissolvere ogni resistenza “con sangue e crudeltà” (Marlowe). Si riesce a percepire che sul suo corpo si sono condensati anni di lavoro di un’ossessione.

L’Adjani, nel ruolo di Margot, sbiadisce completamente al confronto. Questo non è un film fatto per il suo viso e per le sue movenze quasi bloccate sulla scia di Adele H. (1975) di Truffaut

Il territorio scelto da Chéreau è quello del teatro elisabettiano più sanguigno, crudele e concentrato che partendo da Marlowe arriva a John Ford e Webster: già questo preclude ogni accesso alle note tenui e il melò amoroso tra Margot e LaMole non può che essere calpestato.

L’influsso di Saturno pensa inoltre a togliere di mezzo il Carlo IX di Anglade e l’ammiraglio Coligny di Jean-Claude Brialy, incattivendo nel tono il soggetto di origine del film, il romanzo omonimo di Dumas padre

Che La regina Margot sia un film malato e ridondante nessuno può negarlo. Ma che potere sensoriale, che movimenti, che luci, che attori (tolta la protagonista che protagonista vera non è), perfino contando il piccolo ruolo della dama di Margot, Henriette, destinato a Dominique Blanc che è una delle migliori interpreti di Francia.

E che bisogna dire delle musiche di Goran Bregović, tra cui si segnalano Lullaby e La nuit de Saint Barthélémy, se non che l’ascolto sia d’obbligo?

Antonio Canzoniere

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