Materia Grigia

In oltre 20 città italiane il 29 Maggio noi medici siamo scesi in piazza per far esplodere il tema centrale del futuro della sanità pubblica. L’emergenza Covid ci ha consegnato la fotografia di una sanità al collasso, una situazione che era già era allo stremo prima dell’avvento del nuovo Coronavirus e di tutte le sue conseguenze. Negli ultimi dieci anni sono stati tagliati alla sanità oltre 37 miliardi di euro, praticamente un’intera finanziaria. Una percentuale importante di nuovi abilitati alla professione medica sono fermi in un limbo poiché non possono accedere alla formazione specialistica a causa della carenza di fondi statali e ad una miope programmazione. Quest’anno nonostante l’irrisorio aumento del numero di borse di formazione ci saranno probabilmente oltre 10000 medici che non riusciranno a continuare il loro percorso a fronte di un fabbisogno di medici specialisti che la Conferenza Stato-Regioni ha stimato essere circa di 27.000 unità. Tuttavia non siamo scesi in piazza solo per raggiungere il rapporto 1:1 tra nuovi laureati e posti in scuola di specializzazione, lo abbiamo fatto anche per ribadire che durante la specializzazione dobbiamo essere tutelati e che il contratto attuale permette troppe storture per gli specializzandi, i quali non hanno diritto alla rappresentanza sindacale non hanno diritto allo sciopero, alla maternità o alla malattia come tutti gli altri lavoratori. Di seguito riportiamo delle testimonianze che sono arrivate al nostro coordinamento da studenti, medici bloccati nel limbo (anche detti comunemente “camici grigi”), medici specializzandi e pazienti.

STUDENTESSA:

Sono una studentessa di medicina ormai al quinto anno. Qual è il problema più grande? Che non so se mai riuscirò ad entrare in scuola di specializzazione, perché il numero di borse, come tutti sappiamo, è insufficiente! 

“CAMICI GRIGI”:

Mi chiamo Luca e sono un medico, un “camice grigio” veneto. Mi sono laureato perfettamente in tempo, nonostante una vita universitaria passata a lavorare e a fare il pendolare. Sono rimasto intrappolato nell’imbuto formativo un po’ per scelta, un po’ per circostanza. L’anno scorso risultai vincitore di una borsa, volendo, anche nella specialità per cui mi sento più portato ma, a causa di un incidente piuttosto grave, non mi sarei mai potuto spostare di casa. Se il sistema mi avesse permesso quantomeno di restare nel mio territorio, probabilmente avrei preso la mia strada, seppur con difficoltà. Dopo qualche mese di convalescenza sono tornato a lavoro, con difficoltà ho affrontato le mie nuove disabilità, fortunatamente lievi e in lenta regressione, e attualmente sono tornato a fare il medico sostituto MMG e il ricercatore, seguendo le attività del professore che all’epoca della laurea mi fece da relatore. Le soddisfazioni sono tante e i risultati importanti; sto costruendo, in effetti, un curriculum di tutto rispetto. Peccato che tutto questo non valga nulla, peccato che le nostre competenze vengano valutate da un test in stile quiz televisivo. Peccato che ci sia posto solo per un medico su due e che, anche nell’ipotesi di vittoria al concorso, poi si perda con altissime probabilità la possibilità di continuare a lavorare sul proprio territorio, in una rete di collaborazioni già avviata. Peccato che all’avvicinarsi dei 30 (per qualcuno anche già superati) si venga trattati ancora da studentelli, sfruttati in ospedale per tappare buchi e spostati come pedine dello scacchi da una sede all’altra, senza alcuna considerazione per la nostra vita come persone. Spesso mi chiedo, quando mai potrò costruirmi qualcosa? Una famiglia? Una casa? Non c’è veramente alcuna alternativa al sacrificare tutti noi stessi sull’altare della professione, o siamo noi a non vedere e pretendere un futuro migliore?

Sono un medico precario a partita iva, come tanti miei colleghi ho provato ad arginare il caos che il covid 19 ha generato, ho sentito gli applausi fragorosi provenire dai balconi delle abitazioni e sono stato definito “eroe”. Non mi sento un eroe, ho svolto il mio lavoro con passione e umiltà ed ora mi sento tradito e umiliato da un sistema che non mi consente di completare il mio percorso di formazione.

SPECIALIZZANDI:

Sono stata specializzanda di chirurgia e ho dovuto rinunciare alla borsa perché ero costretta a lavorare 15/16 ore al giorno (dalle 7:30 alle 23, vi assicuro che non esagero) tutti i giorni (lun-ven) + 2 weekend al mese (lavorando ininterrottamente per 14 gg 15/16h con un turno di reperibilità di 72h non stop). Condizioni disumane, orari alienanti. Responsabilità di gestione di interi reparti, con guardie notturne in totale autonomia già durante i primi tre mesi del primo anno. Possibilità di un futuro nel reparto in cui ero: nulle. Formazione neanche lontanamente garantita, solo bieco sfruttamento, peraltro apertamente sessista. Sono delusissima e arrabbiatissima. Io, in un mondo cosi, non sono disposta a lavorare: altrochè coronamento di un sogno, in molti casi si tratta di un incubo.

Lavoro senza timbrare il cartellino fino a 80 ore a settimana. Chi ha figli semplicemente non li vede , non li cresce e non si riposa mai. E avere figli nella fascia di età 25-30 dovrebbe essere la normalità, non un’estenuante corsa a ostacoli. Nessuna possibilità di uscire prima occasionalmente per colloqui a scuola, nessun permesso per malattie, nessun diritto.

PAZIENTI:

Sono una cittadina che usufruisce del SSN presso un centro regionale per la cura della Psoriasi, vengo seguita da ottimi specialisti, purtroppo fra non molto andranno in pensione. Chiedo il potenziamento delle borse di studio per specializzandi per permettere a noi cittadini di essere curati c/o le strutture SSN.

Per motivi di salute sono stata paziente oltre ad essere dipendente e di pecche ne ho trovate e vissute sia nell’una che nell’altra esperienza fermo restando che il nostro è il miglior sistema sanitario al mondo a mio avviso tutti dal medico al lavavetri hanno la loro importanza ed hanno diritto al riconoscimento del loro valore puntare su figure professionali sempre più specializzate senza però diminuirne il numero sarebbe un ottimo incentivo dare a tutti la possibilità di specializzarsi nella propria disciplina senza scalare montagne o sfidare mulini a vento forse non risolverebbe tutti i problemi ma sarebbe secondo me un ottimo inizio.

Manuel Colangelo

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