Mondo, 2020

Ieri sera ho sentito il bisogno forte di vedere nuovamente scorrere dinanzi ai miei occhi Selma – La strada per la libertà. Ho sentito il bisogno forte di aggrapparmi a immagini di lotta, di forza, di rivincita, di conquista di diritti, di valori, di vita. Ho sentito il bisogno forte di ritornare indietro nel tempo, fino a quel grande sogno nel cassetto di Martin Luther King: «I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character. I have a dream today!». Ho sentito il bisogno forte di nutrire i miei sentimenti di disprezzo per ciò che ancora non siamo riusciti a essere: umani. 

Così il 25 maggio 2020, in America, un’altra vita si è spenta e no, questa volta il suo nome non verrà inserito in quella “perdita incalcolabile”, in quel memoriale delle vittime da coronavirus redatto dal New York Times.  George Floyd aveva 46 anni quando un poliziotto gli ha tenuto il ginocchio premuto sul collo fino a soffocarlo. Non si è trattato di una cattiva decisione di pochi secondi, ma di un atto volontario verso un nero indifeso. Ah giusto, quasi dimenticavo di scrivere il colore della sua pelle, come se questo potesse giustificare la privazione del diritto alla vita di uomo. Prima di morire Floyd ha pronunciato le sue ultime parole che risuonano come un lamento funebre, come un desiderio mancato, un grido d’aiuto soffocato: “I can’t breathe”. Poi la perdita dei sensi. La rinuncia al lottare. L’arresto cardiaco. Poi lo scoppio di violente proteste per la morte di George Floyd: la rabbia non si placa. 

Una morte simile non è stata né la prima né sarà l’ultima. Nel 2014 un altro nero, Eric Garner, quando stava per essere strangolato, si aggrappò forte alla vita, “I can’t breathe”, ma anche quella volta fu inutile. 

Il tragico destino dell’uomo è tutto racchiuso in quella frase: in un mondo in cui l’essere umano non è più capace di prendersi cura della sua casa madre, la Terra, che lascia perire tra i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria e delle acque, sempre l’essere umano decide di uccidere altre vite innocenti. 

Invece Alton Sterling? Una storia simile, perché i protagonisti sono sempre gli stessi: da un lato un trentasettenne nero, dall’altro due ufficiali di polizia bianchi. Quella sera del 5 luglio 2016, però, a soffocare le parole di Alton fu un colpo di pistola secco e mortale. Michael Brown, ve lo ricordate? Colpito con le mani in alto. Il diciottenne afroamericano è deceduto dopo essere stato ripetutamente colpito da proiettili sparati da un agente bianco della polizia. Sembra una sola storia recitata da diversi personaggi che si alternano: la fragilità e il potere. Antonio Martin, altro ragazzo nero ucciso a colpi di fuoco in una stazione di benzina nel 2014. Ahmaud Arbery, ucciso da due uomini bianchi dopo essere uscito di casa per fare jogging, perché scambiato per un ladro.

Questi episodi che si sono verificati nel giro di diversi anni diventano la grande lezione epica di un mondo dove protagonista è un’umanità sfigurata, alla quale la storia non ha insegnato nulla. 

Allora spiegatemi, per favore, il significato di sogno americano, perché io veramente non l’ho ancora capito. Spiegatemi allora cosa significa definirsi un Paese democratico, perché io veramente non l’ho ancora capito. Spiegatemi allora cosa significa nascere neri in America: no, purtroppo questo l’ho capito veramente. 

Arianna Morganti

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