Chissà se mi leggerai

Ti avverto. Ti avverto dicendoti a malincuore che questa non sarà una lettera gioiosa, non sarà una lettera d’amore. Ti avverto, questa lettera sarà una lettera d’addio.

Cara,

i miei timori si sono avverati. Tornavo prudente verso il mio rifugio quando un gruppo di soldati sopra un camioncino mi ha fermato. Non era la prima volta che succedeva, confidavo nei miei documenti falsi che più di una volta mi avevano salvato. Questa volta però il graduato ha urlato un ordine, non potevo scappare altrimenti mi avrebbero sparato e mi ero promesso, all’inizio di questa guerra silenziosa, che non sarei morto per un colpo alla schiena. Mai. Mi fecero salire sul camion e mi portarono in una vecchia bettola. Prima di farmi scendere, uno di loro mi colpì al labbro distruggendolo completamente. Sapevo cosa sarebbe successo. Così prima di entrare decisi di smettere di amarti. Non fermare la tua lettura per colpa di queste parole. Non ti avrei di certo odiato. In un modo o nell’altro mi sarei annullato. L’annullamento di me come uomo fatto di affetti, ricordi, interessi, pensieri. Quello che avrebbero torturato senza alcuna pietà non sarebbe stato l’uomo che poco prima le tue dolci mani avevano accarezzato, ma solo un pezzo di carne. Quanta pena per una sola idea. Mi gettarono in una gattabuia dove il nero m’attorniava e tutt’ora m’attornia. Mi lasciarono lì per un paio di giorni, la mia gola tanto era secca che non riuscivo a parlare. Cercai di dimenticare il tuo nome. Cercai di dimenticare il mio. Alla fine del secondo giorno di detenzione, la porta si aprì e una fioca luce entrò in quel buco scuro.  La luce come fuoco divorò i mie occhi. Un uomo in divisa nera poggiò un bicchiere d’acqua all’entrata accompagnato da un pezzo di pane e brodaglia. L’indomani le torture efferate, di cui si era tanto parlato tra i miei compagni, iniziarono. Ogni due giorni 2 ore di tortura. Sapevano che avrei potuto fare il nome di molti ricercati o indicare loro uno dei tanti rifugi nascosti nella città. Non dissi nulla. Nulla. Non feci il nome di nessuno dei miei compagni perché non erano più nei miei ricordi. Loro non esistevano. Le torture si fecero giorno dopo giorno più violente e crudeli. Stamane nella topaia sono rientrato ma privo di sensi. E ora ti chiedo perdono. Perdonami per quello che sto per scrivere. Perdonami per l’uomo debole che oggi ho scoperto di essere. Privo di sensi nel confuso riemergere della mia coscienza, nel limbo di cruda sofferenza tra la vita e la morte ho sognato di poter esistere ancora. Sognato l’immortalità dentro i tuoi occhi, fra i tuoi seni, fra le tue gambe. La tua testa poggiata sopra il mio addome sprigionava un forte calore che si espandeva lungo i miei arti. Portai la mia mano con delicatezza sopra il tuo capo per accarezzarti i capelli, ma incontrai qualcosa di peloso. Alcuni topi erano montati sopra di me per mangiare il tozzo di pane poggiato proprio sul mio ombelico. Quelle bestie, che nel corso della mia permanenza si erano moltiplicate, mi avevano dato calore. Vomitai. Piansi. Per la prima volta le lacrime cosparsero il mio viso, perché capii che non potevo annullare quella sensazione di felicità, il ricordo del nostro amore. Questa è la fine della mia resistenza, il fallimento del mio annullamento. Non posso sopportare un’altra tortura. Non posso sopportarlo. Non posso farlo più, il dolore sarebbe troppo grande.

Il primo giorno di detenzione mi consegnarono un foglio di carta con una matita.  Se avessi scritto informazioni riguardanti la resistenza mi avrebbero lasciato libero. Non credevo sarebbe finita così. Dietro questa lettera ho inciso 4 nomi e 4 indirizzi. Mi spezza ciò che sono. Tra le righe, fra quei nomi, c’è anche il mio. 

Addio cara Agata.

Addio amata libertà.

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Oscar Raimondi

In copertina: illustrazione di Agnese Raimondi

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