Clouzot e il mistero Picasso

La semplicità e il “diretto” in arte sono cose sospette, tanto che una certa prevenzione contro la scioltezza felice di qualche verso o un disegno sintetico ed espressivo fa pensare ad un inganno, a “robetta da fiera” (Dino Campana).

Ci si può sentire presi per i fondelli, a meno che gli artisti d’oggi non facciano ricorso ad una base teorica, magari fondata su una qualche decostruzione dei linguaggi o un attacco diretto a coloro che li hanno preceduti.

Ancor peggio, li si elogia per la capacità di averci dato uno shock: nulla viene concesso al valore essenziale del godimento, il “valore Re- delle opere”: il loro essere “ripetute, ricomprese, ripensate, riviste” (Paul Valéry).

Non possiamo dire con certezza che Henri-Georges Clouzot (1907-1977), negli anni ‘50, avesse in mente queste parole. Fatto sta che il suo documentario del ‘56 su Picasso (1881-1973) è fatto per visioni ripetute e non permette alcun aggancio letterario o interpretativo.

Tom Wolfe, nel suo saggio The painted word (1975), si lamenterà anni dopo di una critica del New York Times su una mostra realista a Yale, che affermava quanto segue: “mancare di una teoria persuasiva equivale a non avere qualcosa di cruciale”. Come se si dovesse dipingere per portare su tela le idee di un comitato politico o di un Derrida!

Ne Le Mystère Picasso (1956) sembra che Clouzot stia già rispondendo anni prima, quanto Wolfe o un Matteo Marangoni, a quelle parole, ai critici “contenutistici”, per cui non esiste un fatto pittorico di materia, forme e colori senza un “messaggio”.

Clouzot decide di dire la sua sul processo artistico con la sicurezza di uno dei registi francesi più significativi del Novecento, con il marchio del suo stile crudele che non ha avuto paura, con Les diaboliques (1955), di tradire le aspettative del pubblico e lanciarsi in virtuosismi di sadismo psicologico.

Il_mistero_Picasso

C’è da dire però che questo cult del ‘55 si snoda ancora per dei percorsi narrativi, adatti a stimolare il senso gotico del regista e la sua crudeltà giocosa di baro. Un anno dopo, con Le Mystère, Picasso e Clouzot s’alleano per eliminare la narrazione e non mostrare che un processo nudo, che la camera può solo seguire. 

Unico supporto è la musica, pochissime le parole, giusto le indicazioni tecniche del regista e l’intento di Picasso espresso durante una pausa dalle sessioni di disegno e pittura: mostrare i quadri al di sotto del quadro.

La suspense di Les diaboliques si è placata, è diventata un fatto atmosferico, più sottile: quando pensiamo di aver colto il progetto di Picasso, questo si ricrea e ci sfugge. 

L’uso dei pannelli vetrati permette di creare un nesso preciso, perfino poetico, tra il tratto dell’artista nel suo movimento, senza che la mano sia visibile, e il cinema: è tutto un fatto di proiezione.

Si può dire che in questo punto preciso Le Mystère Picasso si mostri per “iniziati”: si deve essere capaci di ampliare il tratto e i colori, di espandere nella mente le impressioni, le figure e gli spazi per buttarsi dentro la composizione nel suo farsi o disfarsi.

Solo in questo modo si può comprendere quanto la ricerca della semplicità picassiana sia gioco spensierato, che trova la sua ragione nelle proprie forme e nella propria materia: la pittura (come la migliore grafica in generale) è un linguaggio dove la percezione è prima armonica (coesistenza del rappresentato nell’unità dello stile o degli stili) e poi melodica (percezione dei dettagli nella successione), cioè il contrario del linguaggio scritto.

Spetta a noi interpretare il segno e ciò che si dispiega davanti a noi. Sarà anche utile a chi, col desiderio di diventare artista, stia cercando il proprio stile e non pensa che in arte la forma venga prima del messaggio e abbia già in sé il proprio significato e la propria giustifica una volta unita allo stile.

Non c’è pesantezza né tetraggine in questo esempio di metacinema e meta-arte: è semmai una prova che passione e mestiere possono andare a braccetto, a patto che si sia disposti a giocare, a sgrassare da sé la Cultura e le aspettative del pubblico (concetto, questo, poi portato al massimo sviluppo da N. Senada con la Teoria dell’Oscurità). 

Picasso è il miglior esempio di questa leggerezza da pietra pomice, da augurare a chiunque scelga l’arte plastica o pittorica per esprimersi, capace com’è stato di arrivare ad una sua personale infanzia, da arte cicladica o iberica delle origini.

Antonio Canzoniere

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