Si alza il vento

Il piccolo Jirou Horikoshi (1903-1982) sogna aeroplani con cui sfrecciare nel cielo e di poter parlare col suo idolo Gianni Caproni (1886-1957), che gli instilla la passione per la progettazione di aerei. 

Per un’infelice sincronia con la Storia anche il suo Giappone punta alla conquista del cielo ma col piano di usare gli aerei per la guerra, nella foga di dover raggiungere le nazioni occidentali sul piano dello sviluppo ingegneristico-militare.

“Gli aeroplani sono uno splendido sogno” dice Caproni al piccolo Jirou, già affermando con questa frase l’incompatibilità tra la distruzione e la passione per il cielo, che in Porco Rosso (1991) già si trovava svilita a causa del profitto.

Per comporre questo film, l’ultima sua opera completa, Miyazaki s’è basato sulla figura del creatore dei Mitsubishi A6M Zero, le cui memorie pubblicate nel ‘92 lo rendono un fratello ideologico di Howl del Castello errante per la lucidità critica con cui riuscì a descrivere il fallimento bellico nipponico, senza farsi abbagliare, pur a contatto con i massimi ranghi del mondo militare, dalla retorica governativa.

Si alza il vento (2013) è una biografia totalmente rivisitata attraverso il sogno, cui manca però una volontà capace di tenere a bada l’aspetto sentimentale. Il problema è la cucitura di due temi che avrebbero fatto meglio a rimaner distanti, ognuno con un film a sé: la passione per gli aerei e l’amore del protagonista per Nahoko, malata di tubercolosi.

Lo Jirou di Miyazaki si innamora di un personaggio che è in sé tutto un omaggio all’opera di Tatsuo Hori, che con il romanzo Si alza il vento (1936) aveva raccontato proprio la malattia della moglie e aveva dato alla protagonista di un altro suo testo il nome di Nahoko. La portata sentimentale di quegli scritti non è sfuggita a Miyazaki, cui è mancata però la capacità di amalgamazione, avendo peraltro già tentato l’unione di queste due trame con la vita di Horikoshi in un manga che ha anticipato il film.

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Si può in ogni caso vedere che nella versione filmica ci siano due parti nettamente distinte, cucite l’un l’altra senza aver smussato il divario perfino cromatico e lo stacco è percepibile già dalle sequenze di arrivo di Jirou nell’albergo in montagna.

La storia d’amore dà il meglio di sé nei frammenti non narrativi, quando si esprime a gesti e non a parole, quando rivela l’intimità tra gli sposi nelle mura domestiche o li fa comunicare da un piano all’altro attraverso un aeroplanino.

Queste sequenze si legano perfettamente con la freschezza dell’infanzia di Jirou e dei sogni che si ripeteranno per tutta la vita, celebrando gli aerei come luoghi umani, da abitare e condividere, non come mezzi di distruzione.

Per restare sul piano biografico, sarebbe stato interessante vedere il rapporto tra speranza, ambizione e disillusione nel protagonista, con una focalizzazione su lui soltanto. Ci sarebbe stata anche l’opportunità per indagare la presenza della Storia e della Natura come agenti distruttori o corruttori dell’ingegno e delle speranze, qui solo accennata.

In fondo, la prima, più infida e lenta, s’insinua nelle creazioni di Jirou volgendole verso la guerra; la seconda, più brutale, fa tabula rasa di Tokyo col terremoto del Kanto (1 settembre 1923) esprimendosi “come un sussulto e un gemito della terra” (Morandini).

Si alza il vento regala a suo modo poesia seppur a frammenti, non soltanto citando il verso di Valéry che gli fa da titolo. Per dirla con le parole di Truffaut, si tratta di un gran film malato, ma non per questo incapace di slanci estetici in cui risiede l’afflato lirico di Miyazaki, che è grande regista di spazi e psicologie, soprattutto se infantili o femminili.

Antonio Canzoniere

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