Kiki – consegne a domicilio

All work and no play makes Kiki a dull girl”: la frase di Shining che ossessionava Jack Torrance può applicarsi perfettamente alla protagonista del gioiello Ghibli dell’89 alla ricerca di una realizzazione personale.

Kiki è una ragazzina energica, vivace, la cui passione e potere è il volo, che diventa un lavoro una volta arrivata in una grande città, peraltro assai vicina in aspetto alle metropoli scandinave. Nella nuova residenza può contare sull’aiuto del suo gatto Jiji e sulla gentilezza della fornaia Osono che la ospita e la sostiene.

Quando però si propone per lavorare nelle consegne, i ritmi cambiano e l’esperienza lavorativa, come quella della città, si rivela drenante: Kiki si ritrova coinvolta nella costrizione degli ordini mentre scopre di essere al centro dell’interesse di Tombo, ragazzino che come lei ha la passione del volo, la cerca teneramente e le fa palpitare il cuore.

La protagonista non può conciliare lavoro e cuore e la frustrazione non tarda ad arrivare, non solo per le sviste naturali dovute agli imprevisti nelle consegne ma anche per la paura di lasciarsi andare, di voler essere già donna senza godere della propria età. 

La perdita momentanea della magia non è che il sintomo di un malessere dovuto all’attraversamento della soglia dell’infanzia.

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In sostanza, è la storia di un fiore che si sforza per sbocciare senza lasciare il giusto tempo alla natura. Nessuno come Miyazaki poteva sfoderare uno stile più pulito per raccontare la crescita, laddove ben altri autori avrebbero infarcito la storia di morbosità e totale mancanza di rispetto per i personaggi.

Il racconto di Kiki è quello di una maturazione che si mostra tema centrale nel percorso del regista nipponico e che lascia altri esempi validissimi ne La città incantata o nel Castello errante di Howl, sviluppando con toni più delicati il tema delle donne nell’ambiente lavorativo (si veda Porco Rosso e La principessa Mononoke).

Naturale è che nel confronto tra Kiki (che deve imparare a conciliare passione e sussistenza) ed Ursula, la sua amica pittrice, sia proprio questa a mostrare l’approccio vincente, lei che è artista e vive delle proprie tele, che ha imparato a lasciare nella propria vita lo spazio giusto alla naturalezza.

Senza uno slancio emotivo di fondo o una profonda consonanza con i propri atti, il rigore e le responsabilità valgono poco nella vita: il rischio è quello dell’atrofizzazione degli affetti, l’incapacità di vivere il momento.

A parte la cotta per Tombo, è centrale ed esplicativa per Kiki la separazione da Jiji che perde la parola dopo aver trovato l’amore: la metamorfosi interiore fa tagliare col passato ma allo stesso tempo fa trovare a ciascuno il proprio posto.

Antonio Canzoniere

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