Una radice per quattro rami dell’albero della comunicazione

Antonio Gramsci, Walter Benjamin, Harold Innis e Marshall McLuhan sono quattro dei maggiori pilastri dello studio della comunicazione. Proprio come le basi azotate che compongono i nucleotidi del DNA, questi quattro studiosi possono essere accoppiati tra di loro in molteplici combinazioni per andare a esplorare mediante il loro lavoro congiunto diversi aspetti della materia.

I primi accostamenti che si possono iniziare a creare addirittura anticipano il contenuto dei loro lavori, essendo considerazioni di stampo anagrafico e politico. Con riferimento all’ordine di elencazione con cui sono stati presentati, basato arbitrariamente sul criterio dell’anno di nascita, dal meno prossimo al più recente, si evince a colpo d’occhio come siano europei i primi due (italiano era Gramsci, tedesco Benjamin), nord-americani gli altri due (canadesi, nello specifico); inoltre sono pensatori progressisti i primi due (marxisti seppur non propriamente ortodossi) e nettamente conservatori gli altri due (considerati da molti direttamente pensatori di destra, vuoi per la loro lontananza siderale dal marxismo, vuoi per la collaborazione con il governo statunitense). Ciò evidenzia come lo studio delle comunicazione e dei suoi effetti sia trasversale geograficamente e politicamente, e acquistano forse ancor più rilevanza molte conclusioni a cui giungono i quattro pensatori se si considera la lontananza (sotto tutti i punti di vista) che si frapponeva fra di loro e la pressoché certa possibilità che neanche conoscessero le proprie vicendevoli opere.

Dalle suddette considerazioni riguardanti la lontananza tra gli autori fa eccezione l’asse composto da Innis e McLuhan. Fra i due vi era conoscenza e stima reciproca, tant’è che proprio tramite lo scambio epistolare tra l’autore di “Impero e comunicazione” e quello di “Galassia Gutemberg” si consegnerà al mondo la nascita della scuola di Toronto. Dove Innis apre in maniera visionaria e avanguardistica una strada, McLuhan avanza con il suo lessico travolgente verso l’affermazione del “valore autonomo della comunicazione di massa, originata dalla tecnologia della stampa e in fase di rapida evoluzione grazie alle nuove tecnologie elettroniche, informatiche e telematiche”. Per entrambi, “il ruolo della comunicazione è centrale nei processi costitutivi di lungo periodo della civiltà umana” e anzi, per i due pensatori canadesi la sua posizione è talmente determinante nella formazione dell’identità di una civiltà da far crollare il primato che da Karl Marx in poi era indefessamente attribuito all’economia per quanto concerne il governo dei processi. Se dopo aver citato Marx allarghiamo lo sguardo dell’analisi ai due pensatori che all’interno del nostro tetraedro sono considerabili suoi discepoli, risulta forse maggiormente comprensibile la motivazione per cui Gramsci e Benjamin sono considerati molto poco tradizionalisti: per entrambi l’economia cede il primato alla comunicazione, con focus di pensiero che per Gramsci concernono la direzione intellettuale e morale che una classe egemone impone su un altro gruppo e per Benjamin i rapporti che “fondano l’autorità della tradizione – e quindi le regole e il canone – e riflettono la sua natura gerarchica e il nesso di dipendenza tra le attività culturali e i rapporti di produzione, dunque di classe”.

Il materialismo marxiano si riflette seppur in maniera opaca nella concezione materiale che Innis ha del medium:  ogni mezzo di comunicazione ha bisogno di un supporto di materia tramite cui diffondere le informazioni che trasporta, pertanto implicitamente ogni medium ha un bias materiale. La fondamentale importanza che ricopre il mezzo fisico è immortalata da McLuhan nella celebre affermazione “il medium è il messaggio”, con riferimento alle conseguenze che il mezzo ha sulla deformazione e pertanto sulla diversa ricezione che i diversi supporti apportano al contenuto. “Ciascuna forma di comunicazione implica un bias” diceva Harold Innis nel 1951; tre anni dopo, nel 1954, Marshall McLuhan aggiungeva che “ogni cambiamento nelle forme o nei canali di comunicazione […] ha delle conseguenze sociali e politiche rivoluzionarie. Qualsiasi canale di comunicazione ha un effetto deformante sulle abitudini dell’attenzione: essa sviluppa una distinta forma di cultura”. Se queste forme di comunicazioni dalle rivoluzionarie conseguenze sociali e politiche sono controllate da gruppi che le identificano con i propri interessi ecco che si crea una situazione di monopolio, che può essere identificato nella definizione di egemonia culturale gramsciana, intesa come quell’insieme di pratiche quotidiane e credenze condivise nonché punti di vista dell’élite che vengono interiorizzati dalla massa finché gli individui non considereranno come proprie e originali le forme di pensiero instillati dalla classe egemone, con effetti equiparabili a quelli di ciò che nella moderna psicologia verrebbe definito “effetto Mandela”, ma volontari e soprattutto eterodiretti. La classe egemone andrebbe dunque a reinsegnare come pensare alle masse, mediante quello che viene definito nei “Quaderni dal carcere” di Gramsci un “rapporto pedagogico”. Per Walter Benjamin, questo rapporto pedagogico si esprime attraverso la creazione di una tradizione e di un canone, la cui autorità rappresenta il dominio dei rapporti di proprietà e del potere di una classe sulle altre. L’autorità si impone attraverso la tradizione.”

Si è delineata così una linea di pensiero che immaginariamente unisce le due sponde dell’oceano Atlantico a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo. In clausola, anziché immaginarne una proiezioni nel futuro (rispetto ai quattro autori) ne identifichiamo l’origine nel passato, e più precisamente nel 1846: “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. […] Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano; in quanto dominano come classe e determinano l’intero ambito di un’epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l’altro dominano anche come pensanti, come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca”. Parole di Karl Marx, contenute ne “L’ideologia tedesca”. Seppur non riservando dunque un ruolo da protagonista all’informazione, risulta evidente già per il filosofo tedesco il rapporto culturale tra chi è materialmente classe dominante e massa. Questo dominio si può poi declinare in egemonia culturale, in possibilità di creare un canone, in bias materiale o in possesso del mezzo atto a deformare il messaggio, ma le radici di tutti e quattro i pensatori oggetto della nostra analisi affondano, più o meno volontariamente e profondamente, nella fertile terra delle succitate affermazioni di Karl Marx.

Paolo Palladino

BIBLIOGRAFIA:

Ricciardi M., La comunicazione. Maestri e paradigmi, Roma-Bari, Editori Laterza, 2010

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