Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma (Tomboy) ha scelto il Settecento francese e lo sguardo di una pittrice per raccontare la femminilità irrequieta di Ritratto della giovane in fiamme. Si può però esser certi di una cosa: in questo museo delle cere nulla riesce a muoversi o smuovere, tantomeno andare a fuoco. 

L’inizio ci riporta a Lezioni di piano di Jane Campion, con la pittrice Marianne (Noémie Merlant) che arriva su di un’isola della Bretagna per dipingere Héloïse (Adèle Haenel), destinata a sposarsi al posto della sorella morta suicida.

La contessa (Valeria Golino), madre della futura sposa, desidera ardentemente il ritratto della figlia ma l’unico modo per averlo è far lavorare Marianne a memoria: la pittrice si deve fingere dama di compagnia, osservare il soggetto refrattario a posare e riportarlo su tela in pochi giorni.

Le passeggiate sulle spiagge danno a Marianne molto più che una figura da ritrarre. La scintilla tra le due scatta inevitabilmente e in occasione di un breve lontananza della contessa, le ragazze rafforzano l’intimità, con la sola compagnia della domestica Sophie (Luàna Bajrami).

Non è lontano da questo film il discusso Mademoiselle di Park Chan-Wook e per lo stile il rimando alla pacatezza lineare di Rohmer è chiaro e lampante. Il problema sta nell’idea stessa del film, che è legata alla ricostruzione storica, al riportare sullo schermo un tempo che alla regista non appartiene.

La Sciamma, che ha occhio per il contemporaneo ed il quotidiano del 2000, non gioca in casa e sente, per compensare, di dover stilizzare e ridurre ai minimi elementi la messa in scena e la mimica delle sue attrici. 

Il suo distacco non è un giusto approccio entomologico o psicologico (di cui Truffaut ha dato grande esempio in Adele H.) capace di dare spazio agli eventi ma una costrizione che non fa sviluppare il film, vittima di quel Settecento sospeso ed inverosimile che è la sua ambientazione.

Si ha il sospetto che l’aborto della serva verso la metà non sia che un passaggio a tesi forzato, spia dell’inorganicità di tutto il film: è un’opera fatta in virtù di un’ideologia, non di un reale bisogno espressivo che renda ogni sequenza e sottotrama coerente in un insieme.

A risentirne sono le sue interpreti poste in ruoli che non giustificano il rapporto centrale ma ne risultano assoggettati: c’è la pressione della sceneggiatura a portare le due ragazze ad amarsi, non un vero studio e sfogo delle psicologie. 

Troppo poco tempo passa perché le due si scoprano anime gemelle: il “Ritratto” sembra eseguito troppo velocemente, con uno stile che ha voluto recuperare in minimalismo ciò che non aveva in profondità o grazia.

Antonio Canzoniere

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