Cina: La censura ai tempi dei Social Media

Si potrebbe pensare che lo sposalizio tra social media e regimi autoritari sia una di quelle relazioni destinate a finire male. Di fatto, i social media – soprattutto in occidente – sono sempre stati percepiti come un angolo di assoluta libertà: libertà di parola, di pensiero, una libertà che talvolta è stata definita eccessiva e problematica, soprattutto in questo periodo di polarizzazione politica.
Paesi come la Cina li stanno sempre più utilizzando come strumento per mantenere e capitalizzare il proprio potere attraverso un complessissimo sistema di censura.
In linea teorica, lo spazio libero che fornisce Internet dovrebbe essere visto come una avversità per i paesi autoritari, a meno che questi non riescano a raggiungere una economia di scala che permetta di controllarne i continui flussi di contenuti, deviando e censurando le sorgenti d’informazione per perseguire scopi nazionali. Proprio la Cina – una dei leader del settore hi-tech – è riuscita, grazie al proprio regime autoritario e alle prodezze tecnologiche, a creare un sistema di censura che sta venendo osservato, studiato e implementato dagli altri regimi autoritari del globo. Per capire meglio questo sistema, è giusto soffermarsi per spiegarne meglio il funzionamento e la sua incredibile complessità.

A differenza dell’occidente, nel quale i social media sono nelle mani di poche grandi multinazionali, in Cina questi sono divisi tra centinaia di provider. Ciascun provider conta al proprio interno 1000 censori, a livello provinciale vi sono in media tra i 20 mila e i 50 mila “poliziotti di Internet” mentre a livello nazionale il web è monitorato da un esercito composto tra 250 e 300 mila manipolatori dell’opinione pubblica e commentatori legati al partito, definiti anche come “esercito dei 50 centesimi”.
Questo enorme numero di agenti governativi viene implementato poi in tre strumenti con la quale vengono censurate le informazioni.
Il primo è il “Great Firewall of China”, una sorta di Grande Muraglia Cinese 2.0 la quale blocca l’accesso a determinati siti web, limitando ed eliminando l’accesso al mercato ad aziende “digitali” straniere, o informazioni in uscita ed entrata al paese.
Il secondo sistema di censura è il keyword-blocking. Banalmente, viene bandita l’utilizzo di una specifica parola o frase nei social network. Questo sistema si rileva inadeguato, dato che dà la possibilità agli utenti di utilizzare analogie e metafore che mirano ad evitare la censura dei contenuti.
Il terzo e ultimo elemento è il controllo diretto da parte dei censori, i quali leggono personalmente tutti i post decidendone la ammissibilità o meno. È indubbiamente la forma più rigida e meno evasiva di controllo.
Al momento, il caso della Cina è il più grande sistema di censura al mondo, che vede ogni giorno coinvolti un esercito di più di un milione di persone al fine di revisionare, eliminare e bloccare contenuti. Un sistema che però non sempre è perfetto.
A livello locale, i censori possiedono un certo grado di autonomia che talvolta si scontra con le necessità governative, le quali – al di là di queste piccole divergenze – prevaricano sempre. Divergenze che indubbiamente sono fisiologiche, considerando l’enorme quantità di individui e agenzie facenti parte di questo sistema. In ogni caso, le operazioni di censura in qualsiasi livello sono univoche e portano ad attivarsi migliaia di censori in qualsiasi livello della scala gerarchica, dall’agenzia di stampa locale fino alla Xinhua ed ai vertici di partito.

L’obiettivo della censura è peculiare: non vengono censurate le critiche nei confronti del governo ma bensì tutte quelle tematiche che hanno un “potenziale di azione collettiva”. Quest’ultima – utilizzando una definizione dell’Enciclopedia Britannica – si riferisce “ad una azione intrapresa da un gruppo di persone con il fine di migliorare il proprio status raggiungendo un obiettivo in comune”.
Per il sistema di censura cinese, la vera minaccia risiede non tanto nei confronti del criticismo verso il governo ma negli individui esterni all’apparato governativo che, perseguendo obiettivi in comune, possono ledere al delicato status quo imposto dal partito. I sopracitati obiettivi potrebbero essere di varia natura: da proteste o manifestazioni organizzate e proiettate al di fuori di Internet fino all’incitamento delle stesse. 

La conferma del funzionamento di questo sistema è dato da una ricerca di Harvard che sottolinea come vengano censurate sistematicamente delle “bolle di interazione” (un aumento repentino di post su una determinata tematica a seguito di un evento importante, es. l’arresto di un oppositore politico) su tematiche particolarmente cariche di “potenziale di azione collettiva”. Nello specifico, solitamente le news internazionali o nazionali non riscuotono eccessivamente l’interesse dei censori, che si concentrano maggiormente nella eliminazione di post riguardanti eventi organizzati dal basso (ovviamente extra-governativi), post con soggetto l’operato dei censori stessi e la pornografia. Quest’ultima viene perlopiù censurata in quanto considerata immorale e lesiva nei confronti della salute, dunque è una tematica al di fuori delle meccaniche di azione collettiva.
Curioso invece è come vengano censurati (circa l’80%) sia i post a favore che contro la Repubblica Popolare Cinese, in particolare nel contesto di eventi ad alto potenziale di azione collettiva. Possiamo dunque affermare come sia sbagliato il preconcetto che vengano eliminate solamente le critiche allo stato. Il criticismo non minaccia in alcun modo la tenuta al potere del Partito Comunista: queste possono essere mosse liberamente, al contrario vengono scoraggiate le azioni collettive che possono portare caos ed instabilità nel paese.
In breve, nei social media cinesi vi è un alto grado di libertà individuale ma al livello collettivo vi è un imponente sforzo di silenziamento di espressione.
La ricerca di King, Pan & Roberts operativizza quanto riportato fino ad ora.

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figura 1

Come l’immagine qui sopra indica (figura 1), i contenuti che possiedono un maggiore indice di potenzialità di azione collettiva sono sistematicamente censurati in quantità maggiore rispetto ai post sprovvisti di tale qualità. Inoltre, viene confermato il fatto che la censura non differenzia tra supporto o critica al governo, optando dunque per una totale sterilizzazione del tema da qualsivoglia opinione in contesti di azione collettiva. Al contrario, vi è poca attenzione per le critiche (o il supporto governativo) in tematiche con basso potenziale. Possiamo dunque affermare che i post non vengano eliminati in base al proprio contenuto ma al fattore di azione collettiva.

Riguardo a quest’ultimo argomento King, Pan & Roberts ci offrono una lista di tematiche – da loro prese in analisi nel 2011/2012 – ordinate dalla più fino alla meno sensibile per la censura cinese. La figura qui sotto le riporta ordinatamente.

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figura 2

L’immagine conferma sia la figura 1 che quanto affermato in questo articolo. In primis, i post che riguardano news e politiche governative – al di là delle opinioni espresse – non riscuotono l’attenzione dei censori che si concentrano maggiormente su pornografia, criticismo verso sé stessi e azioni collettive potenziali. Tutte e tre sono caratterizzate da alti livelli di revisione, lettura e eliminazione dei contenuti. Inoltre, ciò che contraddistingue la mole di censura all’interno della categoria “collective action” è la potenzialità della stessa: le proteste nella Mongolia interna sono ritenute più “cariche” di azione collettiva rispetto alla corsa per il sale dopo il terremoto di Fukushima del 2011.

Concludiamo infine con l’analisi di due eventi ad alta potenzialità di azione collettiva e la bolla di interazione correlata ad essi.

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figura 3

Il primo caso in analisi è quello di Chen Fei, un pittore ed esperto di cinema cinese. Tra le sue attività, nel paese è divenuto famoso per il proprio attivismo ecologista che ha portato – nel 2012 – alla creazione di una “lotteria ambientale” al fine di salvaguardare l’ecosistema di alcune località nello Zhejiang. La bolla di interazione scoppia tra marzo ed aprile 2011 quando un giornale locale della città di Wenzhou ha espresso il proprio supporto per l’artista, aumentando drasticamente le interazioni sul web riguardo questo evento. Seppur Chen Fei sia supportato dal governo, i post che riguardavano tale iniziativa sono stati in gran numero censurati: è noto alle autorità il grande potenziale di mobilità che il pittore può attivare nella società civile.
Nella prima metà degli anni 2000, Fei riuscì con successo a mobilitare la società civile affinché venisse promulgata una legge che riguardasse la regolazione dell’utilizzo dei sacchetti in plastica.Essendo la lotteria ambientale un evento ad alto potenziale di azione collettiva, le autorità hanno dunque preferito attivare la grande macchina della censura.
Come dimostra il grafico qui riportato, la maggior parte dei post riguardanti la vicenda sono stati eliminati mentre i pochi contenuti non censurati non riguardano direttamente l’evento ma condividono solamente delle parole chiave che le fanno apparire nella ricerca. Inoltre, lo sforzo dei censori si concentra specialmente durante i boom di interazione, nella quale la possibilità che nasca una azione collettiva è più alta. Una volta esplosa la bolla, grazie al sistema di censura, le interazioni calano vertiginosamente fino a ritornare alla posizione iniziale, antecedente al fatto.

Un caso analogo si ha nella immagine a fianco, durante le proteste dello Zhengcheng. Il 10 giungo 2011, Wang Lianmei e Tang Xuecai furono malmenati davanti all’ingresso di un supermercato da un agente governativo. La sfortunata vicenda della coppia, entrambe provenienti dal Sichuan ed emigrati per lavorare nello Zhengcheng, scosse immediatamente la comunità di lavoratori emigrati nella provincia, che si radunarono a migliaia nella città di Xintang protestando contro la corruzione e creando numerosi disagi in tutta la regione. La censura di post che riguardavano il Zengcheng è rimasto relativamente basso fino a giugno, mese nella quale le proteste sono nate, in cui la bolla di interazione è stata immediatamente domata dagli agenti governativi.
Come nel caso precedente, non la totalità dei contenuti è stata censurata dato che alcuni di questi non riguardavano direttamente l’evento ma apparivano nelle ricerche a causa di lettere chiave condivise con il fatto principale. Una volta domata l’opinione pubblica e scoppiata la bolla, i livelli di censura e interazione sono ritornati a quelli iniziali.

In conclusione, comprendere il sistema di censura ci aiuta a derivarne delle implicazioni pratiche sulle direttive del partito. I social – così come in occidente – funzionano come una sorta di cartina tornasole per il partito, fungono da strumento: esso può comprendere i malumori della popolazione, legittimarsi maggiormente attraverso le critiche (dato che l’assenza di queste comporta indirettamente una bassa legittimità di questi) e, infine, fin dove si estende il potere locale e quello del governo. Le critiche dunque sono viste in maniera positiva, dato che svolgono la funzione di rinforzare il partito. Nel complesso, possiamo inoltre concludere che il buon funzionamento di questo sistema indica una grande tenuta di potere del partito comunista ed il benestare di quest’ultimo, anche se ciò avviene ad un grande costo per la società civile.

Leonardo Sartori

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