Energie sprecate: responsabilità individuale, consumo e ambientalismo

Il 27 settembre abbiamo assistito alla terza grande manifestazione organizzata da Fridays For Future, il movimento ambientalista nato recentemente che ha avuto una grande eco mediatica in tutto il mondo. Al di là delle considerazioni che si possono avere sul movimento, è indubbio che abbia avuto una grande rilevanza nel portare la questione del cambiamento climatico nella nostra quotidianità. Il dibattito che ne è seguito ha portato a diverse idee da vari schieramenti al fine di prendere provvedimenti e, finalmente, affrontare seriamente la questione. 

Uno dei temi che sono stati affrontati, e che sarà oggetto di questo articolo, è il ruolo della responsabilità individuale, del consumo soggettivo e quale è il suo impatto, la sua rilevanza effettiva e l’importanza che a mio avviso dovremmo dargli. 

Nell’approcciarsi al metodo per contrastare i cambiamenti climatici, i media mainstream, le testate giornalistiche – quelle che non si sono abbandonate ai deliri negazionisti, si intende – e le televisioni hanno dato molta enfasi al consumo individuale, al modo di vivere di ciascuna persona, facendo passare attivamente il messaggio che chiunque, nel suo piccolo, possa fare qualcosa. 

La mia opinione è che non c’è nulla di più fuorviante di questa retorica e, in definitiva, così controproducente, vediamo perché.

Ci vengono ripetutamente consigliate alcune “buone azioni” che dovrebbero, se adottate da tutti, riuscire a salvare il mondo. Chiudete l’acqua quando vi lavate i denti, usate le borracce invece delle bottiglie di plastica (chissà quale sarà la provenienza dell’acqua nella borraccia in assenza di un efficiente sistema di distribuzione idrica), consumate meno carne, spostatevi di più a piedi. Prima che mi fraintendiate, tutto ciò che dicono è corretto e sarebbe meglio se lo facessimo tutti. Questo però non vuol dire che abbia un qualche effetto concreto sul problema che dobbiamo affrontare, ossia limitare il più possibile gli effetti nefasti del cambiamento climatico. In un pianeta di 7,5 miliardi di persone, al quale altri due miliardi se ne aggiungeranno nei prossimi 30 anni, ne segue una conclusione logica: le mie azioni individuali hanno un effetto talmente limitato da essere insignificanti. Eppure così tante belle parole vengono spese non solo dai media di tutto il mondo, ma dagli ambientalisti stessi, i quali sono genuinamente e sinceramente convinti che tali azioni possano cambiare lo stato delle cose. Ma andare ad attaccare il consumo significa attaccare il processo a valle, ormai di fatto già concluso, e non a monte, dove sarebbe utile. A monte sta il sistema produttivo, il grande responsabile delle emissioni e dell’inquinamento, non il prodotto finito che è ormai arrivato negli scaffali dei supermercati o nei magazzini dei grandi outlet. Non mi stancherò mai di ripetere che sono azioni che sarebbe meglio fare, ma esulano dalla nostra questione. Non chiamiamolo ambientalismo, chiamiamola educazione civica. Prendiamo un possibile esempio: una persona che dopo aver bevuto la sua bibita getta la lattina a terra invece di buttarla nell’apposito contenitore non ha nessun effetto sull’ambiente, eppure rimane un cafone. Ecco il punto focale su cui voglio porre l’attenzione, il fatto che qualsiasi cambiamento nella sfera della scelta del consumatore non può avere effetto sul “sistema mondo”. A sostenere tale tesi mi avvalgo di un dato molto significativo: 100 aziende sono responsabili del 71% dell’inquinamento totale del pianeta.  Solo cento aziende hanno un impatto così devastante. Questo è il terreno sul quale dobbiamo combattere. Non possiamo pensare di eliminarle da un giorno all’altro, se fossimo favorevoli a farlo dovremmo essere anche favorevoli a rinunciare agli innumerevoli prodotti che quelle aziende vendono, prodotti che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. È invece necessario riscrivere le regole e iniziare a pensare con una mentalità diversa a un sistema economico diverso, un sistema che metta in cima alla lista delle priorità non il profitto di poche aziende, ma il benessere dell’umanità e, in definitiva, del pianeta. Questo significa accelerare la transizione energetica dalle fonti fossili alle energie rinnovabili, rendere più efficienti e meno inquinanti i metodi produttivi delle aziende, regolamentare pesantemente le emissioni di quelle aziende inquinanti, investire massicciamente in ricerca e sviluppo in quei campi che permettano di trovare quelle soluzioni nell’ambito di ciò che definito “sviluppo sostenibile”. Non cadiamo in facili trappole ideologiche, perché al momento lo sviluppo sostenibile è poco più che un concetto fantascientifico inapplicabile su vasta scala, e lo sarà per anni, forse decenni. Inoltre, tutte le misure che ho individuato sono tanto facili da teorizzare quanto difficili da mettere in pratica, non è un caso se tali punti siano per certi versi acerbi nel migliore dei casi, ancora da sperimentare nella maggior parte e ancora da valutare seriamente nel peggiore. 

Inquinare è facile perché è gratis, o meglio, è un debito “invisibile” non calcolabile nel famoso PIL, in quanto è un debito contratto nei confronti delle risorse e della capacità di rigenerazione del nostro pianeta. Ma tranquilli, il conto ci sarà presentato lo stesso e a quel punto potrebbe essere troppo tardi. Al contrario, le misure anti-inquinamento sono costose e tecnologicamente avanzate, però esistono, e non è più il momento per attendere. Troppo tempo è stato perso in passato e troppo poco è stato fatto. Non possiamo più farci promotori di idee divisive, come quella che ahimè ha fatto molta breccia nei paesi sviluppati, che comodamente scarica la colpa sui paesi in via di sviluppo e alla quale dedicherò un articolo in futuro, così come non possiamo abbandonarci a deliri maltusiani, né tantomeno a un processo di auto vittimizzazione tutto occidentale che porti seriamente a pensare una risposta aberrante come la decrescita. Al contrario, la risposta a una domanda così importante per il nostro futuro deve essere il frutto di uno sforzo atto a unire l’umanità nella battaglia più decisiva della nostra storia. Non la decrescita, non qualche cannuccia in meno, non il dimezzamento della popolazione. Basta sprecare le nostre energie fisiche e intellettuali in una battaglia che non vede nessun vincitore se non chi già guadagna da questa situazione, a scapito del resto del mondo. Concentriamo i nostri sforzi per trovare una risposta che inverta davvero la tendenza, non quella che ci dà l’impressione di stare bene con noi stessi perché il nostro l’abbiamo fatto e quindi non siamo più responsabili. 

Voglio concludere con una piccola riflessione: viviamo nell’Antropocene, una nuova era della storia della Terra in cui l’uomo è diventato così potente da essere una vera forza geologica, al pari dei vulcani, dei terremoti e altri fenomeni che nel corso dei milioni di anni hanno modificato il volto del nostro pianeta. Io credo che si tratti di un cambiamento psicologico importante, mi spiego. Le scoperte scientifiche del passato hanno avuto la tendenza a ridurre l’importanza degli essere umani. Nel 1543 Copernico ci ha detto che la Terra gira intorno al Sole e non viceversa, non siamo più al centro del sistema solare. Nel 1859 Darwin ci dice che non abbiamo un’origine speciale e facciamo parte dell’albero della vita come tutti gli altri. I potenti telescopi ci hanno detto che siamo solo un puntino minuscolo di un universo che comprende migliaia di miliardi di pianeti, stelle e galassie.  L’Antropocene inverte questa tendenza: siamo di nuovo i protagonisti della nostra storia, il pianeta può essere modificato dalle nostre azioni, basta solo la volontà di farlo. L’unica domanda è: vogliamo esasperare il riscaldamento climatico mettendo a repentaglio la nostra stessa esistenza o vogliamo, con un potere ormai quasi divino, dire “adesso basta, è troppo?” e rimboccarci le maniche e riparare gli errori del passato? La risposta è, come il pianeta, nelle nostre mani.

Andrea Maggiulli

 

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