I migranti come gli ebrei, Salvini come Hitler e tanti altri paragoni simili che di volta in volta ci vengono proposti da intellettuali, opinionisti, giornali e alcune forze politiche. Il trattamento riservato da parte di una certa opinione pubblica, le idee e la prassi portate avanti ricordano, ci dicono, quel processo che ha portato agli orrori criminali del nazifascismo. La mia tesi di fondo è che il paragone sia sbagliato, tuttavia esistono alcuni parallelismi tra l’antisemitismo di ieri e il razzismo e la xenofobia di oggi che meritano di essere trattati brevemente al fine di individuare e tentare di analizzare un problema che, seppur non presenti le stesse caratteristiche eliminazioniste degli anni ’30, occupa una fetta rilevante del dibattito pubblico odierno.

Le teorie antisemite di ieri parlavano degli ebrei come quinta colonna della società tedesca, i migranti di oggi sono l’elemento destabilizzante della (superiore, ovviamente) civiltà europea. Gli ebrei non avrebbero mai potuto integrarsi come perfetti tedeschi, dicevano all’epoca, così come, ci dicono oggi, gli immigrati non potranno mai essere davvero italiani. Esiste anche la questione religiosa, perché seppure si sia attenuata sotto i colpi della laicizzazione e del secolarismo, la questione degli ebrei come coloro che hanno tradito Cristo e quindi di una presenza sociale non solo estranea, ma ostile alla maggioranza cristiana europea trova un possibile riscontro con la fede musulmana dei migranti, in netto contrasto, secondo la visione della parte più conservatrice, con i dettami della religione cristiana. L’ondata jihadista che ha sconvolto il Medio Oriente e poi l’Africa mediterranea dall’inizio di questo secolo non ha certamente aiutato nel migliorare il confronto religioso o il reciproco rapporto, reso più ostile sempre da quella schiera di conservatori che identifica in ogni migrante un possibile terrorista.

Uno degli aneddoti più noti della propaganda nazista era quello che vedeva gli studenti delle scuole primarie effettuare esercizi per calcolare il risparmio per le casse dello Stato se non fossero più stati erogati sussidi agli ebrei bisognosi. Difficile non vedere un parallelismo con i famosi 35€ al giorno per il sostegno e l’integrazione dei migranti.

La più insidiosa delle teorie antisemite dell’epoca diceva che una volta lasciati fare, gli ebrei avrebbero preso il controllo della società e l’avrebbero trasformata a loro immagine e somiglianza. Qualcosa di simile lo ritroviamo nei concetti di invasione e sostituzione che i migranti minacciano con i loro numeri, la prima, e con il loro tasso di fertilità, la seconda.

Le somiglianze finiscono qui, passiamo adesso alle più marcate, nette e fondamentali differenze. Il primo concetto sul quale dobbiamo soffermarci è che la Germania è stata storicamente una nazione antisemita, fin dal Medioevo, per i più disparati motivi, sempre diversi, dinamici, ma col denominatore comune di isolare, colpire e rendere difficile la vita della comunità ebraica tedesca, che al tempo dell’ascesa del nazismo era appena l’1% della popolazione tedesca. Un elemento fondamentale per capire la presa dell’antisemitismo tedesco è analizzare il pensiero di chi si definiva “amico” degli ebrei durante gli anni dell’emancipazione che seguirono la rivoluzione francese prima e i moti del ’48 poi. Questa corrente di pensiero, i progressisti dell’epoca, dicevano, come un qualsiasi antisemita, che un ebreo non sarebbe mai stato davvero tedesco finché non si sarebbe ripulito dal suo retaggio ebraico. Però era possibile che ciò avvenisse, al contrario di quanto sostenessero i veri antisemiti. Ecco, questa era l’opposizione, la componente più filoebraica dell’epoca. Come se oggi la componente progressista dicesse “sì dai, in fondo non è che la destra conservatrice ha torto, e poi un po’ se lo meritano”. La logica conclusione è che ieri, a differenza di oggi, non c’era alcuna voce che si alzava davvero in difesa di una minoranza vessata, e questo ha portato più facilmente, complice la “tradizione storica” di lungo periodo, a formulare quel genere di antisemitismo eliminazionista che è poi sfociato nell’Olocausto.

“Ma oggi abbiamo molti esempi di persone che dicono di voler affondare i barconi, sparare ai migranti e cose del genere. Non sono forse simili? E come ignorare gli episodi crescenti di violenza fisica e verbale?” Quella che a prima vista sembrerebbe un’obiezione efficace, diventa più debole al netto di considerazioni aggiuntive. La prima è relativa alla contrapposizione tra dimensione reale e virtuale, perché è evidente che un “ammazziamo i neri” risulta molto più facile scriverlo in un luogo immateriale come Facebook che dirlo in pubblica piazza, anche se poi la differenza è nulla nella pratica. Anzi, sui social ti sentono in molte più persone, ma si sentono protetti dal velo di virtualità. La situazione diventa più curiosa, al fine della nostra analisi, nei vari episodi filmati in cui si vede qualcuno reagire ai commenti razzisti di persone contro i migranti nei mezzi pubblici, con l’unico risultato che l’aggressore finisce zittito e spesso con la coda tra le gambe. Tutt’altra pasta rispetto alla situazione degli anni ’30. Oggi ci si abbandona ad atteggiamenti di odio xenofobo, nella maggior parte, solamente se si è sicuri di sentirsi o essere protetti da altri che la pensano come te, ma guai a dire certe cose di fronte a qualcuno che la pensa all’opposto (ricordiamo che questo qualcuno nel nostro parallelismo non c’è).

Raggiungiamo poi il picco della differenza: ecco che il vicino di casa egiziano “non è come gli altri stranieri”, il titolare tunisino di un piccolo negozio in fondo alla via “è un uomo onesto” e il figlio senegalese che va in classe con loro figlio “è un bambino vivace”.

Al contrario, non solo durante il nazismo ogni ebreo era un potenziale nemico, ma questo comportamento lo riscontriamo anche prima della presa del potere di Hitler, tant’è che fin dalla resa del 4 novembre 1918 si vociferava di una pugnalata alle spalle ordita dagli ebrei, un concetto che il dittatore tedesco richiamerà molte volte nella sua carriera politica.

Il concetto di base è chiaro: l’intensità dell’odio xenofobo odierno non è minimamente paragonabile alla furia antisemita degli anni ’30, che con una serie di misure sempre più aggressive riuscì ad arrivare alla pianificazione di un genocidio che non ha eguali non tanto per il numero delle vittime quanto per l’agghiacciante metodologia  col quale è nato, ha preso forma e si è evoluto nel corso degli anni, diventando il simbolo per antonomasia del punto più basso raggiunto dal genere umano, un punto che può essere visto e toccato varcando i cancelli di Auschwitz, il luogo che meglio di ogni altro incarna l’evento storico più traumatico della storia umana.

Proprio questa sua importanza morale, simbolica e storica dovrebbe insegnarci a non usarlo in paragoni che per quanto possano essere allettanti, rischiano di diventare, a una analisi più approfondita, una banalizzazione che non rende giustizia né a ciò che l’Olocausto fu, né tantomeno a un grave problema sociale che stiamo affrontando. Inoltre, non qualifica neanche adeguatamente le nuove voci della propaganda del razzismo e della xenofobia. Dobbiamo metterci in testa due cose: la prima è che non è necessario essere nazisti per essere stronzi. La seconda è che, alla luce di questa breve analisi, la questione non deve essere sottovalutata, perché se è vero che molte delle condizioni per una ripetizione storica mancano, ciò non significa che la nostra voce contro l’ingiustizia non debba levarsi più alta di chi con l’ingiustizia, la divisione e l’odio crea la propria agenda politica. Deve levarsi più alta di chi questa voce la usa per disgregare il tessuto sociale di un paese e per illudere i suoi stessi cittadini. E che la storia ci insegni a prendere le decisioni giuste.

 

Andrea Maggiulli

 

 

 

Foto in evidenza credits: ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images

 

 

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