“Diritti e garanzie nel sistema penale”, tenutosi il 30 luglio 2019, è stato il penultimo di un ciclo di cinque incontri, nel quale si è continuato a discutere delle molte tematiche di ambito sociale e territoriale già protagoniste degli incontri precedenti. Per introdurre il dibattito riguardante le problematiche del sistema carcerario è stato scelto un estratto dal saggio “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, che per primo ha rivoluzionato il sistema penale:

“Il fine delle pene non è di tormentare un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”

Ospiti della discussione sono stati Carolina Antonucci, ricercatrice presso l’associazione Antigone, Vittorio Martone, produttore del film “La prima volta” e Marco Cinque, scrittore, poeta e attivista contro la pena di morte. La prima a intervenire è stata Carolina Antonucci chiarendo il ruolo che svolge all’interno dell’associazione Antigone.

L’associazione esiste da più di trent’anni e svolge un lavoro di ricerca teorica ed empirica nel campo del sistema penitenziario e penale. Dal 1998 nasce un osservatorio sul sistema penitenziario, per maggiorenni e minori, che svolge visite ogni anno in circa 80 dei 190 istituti di pena in Italia. Tutto grazie ad un sistema di volontariato, che valuta aspetti differenti tali da non considerare la pena inumana, secondo quanto stabilito dalla convenzione europea sui diritti dell’uomo. L’osservatorio ha inoltre il ruolo di verificare che la pena possa avere un fine rieducativo, come stabilito dall’articolo 27 della Costituzione, sottolineando l’importanza dello svolgimento di attività che garantiscano un reinserimento nella società del detenuto.
Vengono valutate anche la disponibilità e la qualità degli spazi adibiti alle attività svolte dai detenuti. Molti edifici sono purtroppo vecchi e non in grado di ospitare molte persone, altri sono stati costruiti in un periodo che non prevedeva lo svolgimento delle attività educative come la scuola, ricreative o di formazione professionale grazie ad un sistema di volontariato.
Oltre alla valutazione degli spazi vengono prodotte delle schede con lo scopo di valutare l’operato degli addetti al lavoro negli istituti penitenziari. Dalle analisi dei dati si evidenzia la mancanza di un numero adeguato di figure che trattino l’area educativa o tratta mentale, fra cui il mediatore culturale. Una figura fondamentale dal momento che gli stranieri costituiscono circa il 30% dei detenuti presenti in carcere, che comporta dei problemi di interazione con la lingua, gli usi e la cultura, ma soprattutto di socializzazione con gli altri. Anche lo svolgimento delle attività religiose non cattoliche, che costituisce parte del trattamento, risulta problematico per la mancanza di spazi.

“È come se il carcere continuasse a rimanere unicamente una questione di ordine e sicurezza, per quanto l’ordinamento preveda qualcosa di diverso” aggiunge Carolina Antonucci.

L’incontro prosegue con la proiezione di un estratto del film “La prima volta” al quale segue l’intervento di Vittorio Martone, produttore e autore del film girato insieme al regista Roberto Cannavò. Vittorio Martone spiega le motivazioni che hanno spinto la produzione del documentario sul carcere minorile del Pratello di Bologna in un convento del ‘400, situato in un centro cittadino vivacizzato dai locali della vita notturna e dai festeggiamenti.

Uno degli scopi del film, spiega il produttore, è quello di spiegare l’operato di UISP – Unione Italiana Sport Per tutti – un’ associazione che attraverso l’organizzazione di sport a basso costo promuove progetti nel sociale aiutando gli immigrati, i ragazzi nelle periferie e più in particolare per raccontare l’attività svolta in 15 anni nell’istituto penale per i minorenni, in un percorso che ha preso forma insieme ad altre associazioni. Infatti, come spiega Vittorio, l’attività sportiva non è la sola volta al recupero e al reinserimento dei ragazzi, ma fa parte di un quadro più ampio. A questo proposito sono state raccolte le testimonianze di varie personalità, fra cui quella del ragazzo che ha fornito il titolo del documentario – è la prima volta quella che ti frega – ma anche quella di una professoressa dell’istituto:

“Ti rendi conto che se un ragazzo è seguito e amato difficilmente sbaglia, o se sbaglia poi recupera”

Fortunatamente Bologna è una città molto ricca dal punto di vista associazionistico. Esistono realtà che si organizzano per fare arte terapia, ma anche quelle per lo sport come UISP, queste ultime aiutate da un investimento recente del ministero che ha portato alla ristrutturazione e all’ampliamento delle strutture sportive nel carcere. C’è chi fa l’orto. Una fondazione locale emiliano-romagnola ha investito per la costruzione della cucina con il conseguente avviamento dei percorsi di formazione per cuochi e camerieri. Inoltre da pochi giorni è stata ufficializzata l’apertura dell’osteria del Pratello, aggiunge Vittorio. Ovviamente, la necessità di gestire una gran quantità di tempo libero tra le varie attività ed eventi ancor più delicati, come i colloqui con i familiari, rendono il percorso sicuramente più arduo. La realtà del carcere del Pratello è stata descritta sfruttando il vantaggio di far parte di un’associazione che già da quindici anni lavorava lì e nella quale era riposta fiducia, come riporta Vittorio Martone, con tutte le problematiche ralative al movimento di una troupe provvista delle attrezzature per girare.

Infine, Marco Cinque racconta della corrispondenza epistolare iniziata nel 1992 con due nativi americani rinchiusi nel braccio della morte di San Quentin che sarebbero diventati poi suoi fratelli adottivi. Il 1992 è una data simbolica. Questa rappresenta i cinquecento anni dalla scoperta dell’America, ma anche il più grande genocidio della storia umana. Come molti, Marco prende parte alle iniziative solidaristiche e di vicinanza al popolo dei nativi americani, fra cui quella di scrivere delle lettere ai prigionieri indiani in America, stringendo una profonda amicizia con i due nativi. “Running bear” o “Orso che corre” è il dedicatario di una poesia – Per mio fratello ucciso, a Ray “Running bear” Allen – che l’ospite legge al pubblico accompagnandosi con degli strumenti caratteristici.
Il tutto mentre vengono proiettate le immagini dei dipinti realizzati in carcere dal pittore autodidatta Fernando Eros Caro, l’altro fratello adottivo. Per ricordare quest’ultimo, Marco legge degli estratti di un epistolario pubblicato nel 1994 intitolato “prigionieri dell’uomo bianco”, che raccoglie le lettere dei fratelli adottivi. La lettura è accompagnata dalle note di un flauto donato proprio da Fernando. Il dibattito prosegue parlando delle prigioni americane, soprattutto quelle illegali e dunque al di fuori della giurisdizione americana. Una di queste è Guantanamo, per la quale Marco scrive un brano che recita dal vivo intitolato “Guantanamo Guantanamera”. L’incontro procede tra racconti e note ed un altro dei testi che prende forma mediante il linguaggio musicale è “Non sono quello” scritto con la volontà di descrivere cosa vive un condannato a morte.

Il genocidio dei nativi americani continua ad avvenirne ancora oggi a livello culturale, come spiega Marco. Le tradizioni, i retaggi, ma anche i nomi dei nativi vengono rubati. Il termine Apache è stato associato ad un elicottero da guerra, sperimentato per la prima volta nei Balcani, al quale lo scrittore ha dedicato un testo in forma di ballata intitolato “Apache”. L’intervento si conclude con una riflessione sulle carceri italiane. In Italia la pena di morte non è più in vigore, ma i detenuti muoiono lo stesso per suicidio, per malasanità e “cause oscure” come detto dall’ospite. Tutte considerazioni che lo portano alla stesura di “Chi eri” testo accompagnato dalle foto scattate nel carcere di Pesaro e dedicato alle morti in carcere.

L’incontro relativo ai Diritti e le garanzie nel sistema penale termina con il saluto fra gli ospiti ed il pubblico insegnatoci da Marco Cinque e dai suoi fratelli adottivi. Marco recita una parola “piccola però con un significato grande” di suo fratello “Running bear”, che tradotta letteralmente significa “grazie dal centro del cuore”, mentre l’altro saluto è un insegnamento di Fernando e del popolo Yaqui.

Due pugni sul cuore, due dita unite a toccare la spalla e la stessa mano a disegnare l’orizzonte, che sta ad esprimere un significato meraviglioso:

“fratelli, insieme, nel mondo”.

Daniele D’Errico

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