Siamo abituati a pensare a Fernando Pessoa come poeta e scrittore: ma tra le sue molteplici personalità, testimoniate dai svariati eteronimi che contraddistinguono la sua produzione, esiste anche quella del giornalista.

Cronache della vita che passa – edito da Passigli Editori, 2008 – raccoglie le prose “giornalistiche” di Fernando Pessoa: questi sette brevi testi, riuniti in una rubrica con il suddetto nome, sono stati pubblicati su O Jornal tra il 5 e il 21 aprile del 1915. A dispetto del titolo essi, più che vere e proprie cronache, sono degli “insegnamenti” indirizzati al popolo portoghese, del quale Pessoa descrive, con acume e icasticità, alcuni “vizi”.

Nella prima di queste cronache Pessoa critica la coerenza ad ogni costo che, inevitabilmente, sfocia nell’ottusità; dice Pessoa:

“Solo gli individui superficiali hanno convinzioni profonde. Coloro i quali non prestano attenzione alle cose, che sembrano vederle solo per non andarci a sbattere contro, hanno sempre la medesima opinione, sono individui integri e coerenti.” 

Nella seconda cronaca, Pessoa si scaglia contro un difetto che ritiene tipicamente portoghese, ovvero quello dell’eccesso di disciplina: in questo, dice lo scrittore, il popolo lusitano assomiglia a quello tedesco, “sempre in attesa della voce del comandante“.

Nella terza cronaca la critica invece è rivolta all’eccesso di immaginazione delle persone e degli artisti portoghesi: ciò porterebbe, secondo Pessoa, a una mancanza di immaginazione e l’unico modo per curarla sarebbe, secondo il principio omeopatico del similia similibus curantur, somministrare una “cultura di volta in volta superiore all’immaginazione portoghese“; educando le persone al sogno e al culto della vita interiore significherebbe, dunque, educarle alla civiltà e alla vita. Soluzione paradossale? Forse, ma non per Pessoa:

“Ma le creature dall’eccessiva immaginazione soffrono fatalmente di un difetto; e questo difetto è la mancanza di immaginazione. Potrebbe sembrare un paradosso a chi ancora creda , ingenuamente, che a questo mondo ci siano paradossi.”

Nella quarta cronaca, prendendo come spunto l’impiccagione in Russia del colonnello Miasoyedoff, accusato di alto tradimento, la riflessione si sposta sui temi del tradimento e la morale. Anche in questo caso Pessoa assume una prospettiva ribaltata, giudicando il traditore semplicemente come un individualista, ovvero come colui che mette dinanzi il proprio interesse personale a quello della patria; il tradimento non sarebbe nient’altro dunque che un fatto derivante da una diversa concezione politico-filosofica. Condannabile? Forse, ma allora si chiede Pessoa:

Ma, dirà un incauto, il tradimento, sia come sia, compromette la patria, la collettività; è un pericolo enorme, di cui non si può discutere con leggerezza. In questo caso dovrebbero essere impiccati, come Miasoyedoff, quegli statisti che trascinano una nazione in guerra senza uscirne vincitori. Costoro compromettono, in una volta sola, l’intera patria, e non si può dire, come nel caso del traditore, che lo fanno a causa di un’interpretazione filosofica della guerra, diversa dall’interpretazione corrente.

Nella quinta cronaca Pessoa ragiona sulle manifestazioni popolari: esse, asserisce, sono di difficile interpretazione ma tutte sono accomunate dall’essere sempre manifestazioni contro qualcuno o qualcosa, mai a favore. Nella sesta cronaca riflette sull’incompetenza, su come essa sia a volte il primo grado di apprendimento e di come bisogni essere tolleranti nei suoi confronti.

L’ultima cronaca è forse quella più rappresentativa del modo di pensare e vivere di Pessoa: il tema qui è quello della celebrità. Egli, la cui fama è principalmente postuma, la definisce:

“[…] un plebeismo. Per questo ferisce un animo delicato. È un plebeismo perché essere messo in primo piano, essere al centro degli sguardi, infligge a una creatura sensibile una sensazione di parentela esteriore con quelle creature che danno scandalo per le strade, che gesticolano e parlano ad alta voce in piazza. […] Bisogna essere molto volgari per potersi permettere di essere celebri.”

Nelle Cronache della vita che passa Pessoa si destreggia in dei frammenti di giornalismo di ‘costume’; non c’è spazio per l’attualità o la cronaca, che invece troviamo nell’insieme di scritti – presenti nel volumetto Passigli –  dedicati alla misteriosa figura di Aleister Crowley, che il poeta portoghese aveva incontrato a Lisbona nel 1930 e con il quale aveva intrattenuto una corrispondenza riguardante l’occultismo e l’astrologia; nelle “cronache” troviamo tutto il gusto per il paradosso, per le prospettive ribaltate e quasi parodizzanti, per la riservatezza elitaria e per una produzione artistica dettata sottovoce, pronta ad essere accolta non dal grande pubblico, ma da un lettore dall’udito fino, capace di sentire musica dove i più sentono soltanto bisbigli.

Danilo Iannelli

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