Ieri, martedì 23 luglio, si è tenuto il secondo dei cinque incontri organizzati dai ragazzi de La disillusione in collaborazione con Parco Schuster. “Raccontare le diversità” è stato un dibattito costruttivo e interessante che ha avuto come tema centrale la nostra realtà, multiforme, eterogenea e complessa, colma di sfaccettature e colori. Prima di presentare gli ospiti, la moderatrice, Jovana Kuzman, ha ricordato che La disillusione nasce in primis dall’esigenza di raccontare e raccontarsi: proprio da qui scaturisce l’idea di un confronto sulla varietà che ci contraddistingue. La citazione del giornalista ungherese Joseph Pulitzer ci ha aiutato a rendere meglio il concetto:

“Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.”

Come raccontare, quindi, una realtà in continua evoluzione, in cui le diverse sfumature che la compongono non riescono ad emergere completamente? Ne abbiamo parlato con Marco Furfaro, politico e cooperante presente sul territorio romano e nazionale; Adib Fateh Ali, giornalista curdo e collaboratore di “Piazza Pulita”; Marta Cosentino, giornalista e regista del documentario “Portami via”; e Amin Nour, attivista e regista, autore del cortometraggio “Indovina chi ti porto per cena”.

In particolare, con Marco Furfaro abbiamo affrontato l’argomento dei social, che sono diventati un elemento fondamentale per le nostre vite, molto importante anche per quanto riguarda la comunicazione politica. Gli abbiamo chiesto se fosse possibile, tramite la comunicazione sui social, sensibilizzare e mobilitare la società civile. Marco ci ha risposto che il social funziona solamente se si è in grado di utilizzarlo nella giusta modalità: diventa un mezzo sostanziale nel momento in cui si riesce a raccontare, tramite di esso, la storia di una persona con la sua complessità e varietà. Al giorno d’oggi si tende a “disumanizzare” le persone, cancellandone il vissuto e giudicandone le azioni senza prendere in considerazione il contesto, il passato e il background di determinate storie: conoscere la storia di una persona ci rende meno cattivi e più empatici. In questo caso i social diventano mobilitanti, oltre che un elemento di speranza e di resistenza alla paura e alla ferocia: esempio lampante è stato l’episodio dell’attentato al Bataclan, a Parigi, nel novembre 2015. In quella situazione terrificante i francesi, invece di restare paralizzati dal terrore, hanno deciso di lanciare un hashtag che è stato letto come un messaggio di speranza e fiducia: #porteaperte.

Ad Adib abbiamo invece chiesto come nascessero i suoi reportage e quali fossero i rischi e le difficoltà di un giornalista impegnato in questioni così delicate. Lui ci ha risposto che il reportage più rischioso che ha dovuto filmare è stato in Kobane, in Siria. Nonostante le avversità, è stato contento di poter constatare che più del 50% dei combattenti siriani erano poco più che ragazzi, tra i quali figuravano anche donne molto giovani: Adib ci ha infatti spiegato che, grazie al più recente patto sociale siriano, in Siria per ogni carica di comando vengono eletti un uomo e una donna, a coronamento di un processo di emancipazione femminile che sta pian piano prendendo piede. Adib ci ha inoltre raccontato un suo curioso episodio personale: durante gli anni si è trovato più volte nelle circostanze di dover aiutare bambini e ragazzi ad affrontare le ostilità dei propri Paesi. Durante una di queste, si è ritrovato nella sede della Lega (Pontida) a dover chiedere cibo e ospitalità per qualche notte. Dopo esser stato brutalmente cacciato dalle guardie leghiste, Adib ha ricevuto denaro da più di qualche persona allontanatasi dal “branco”, racimolando nel giro di venti minuti più di 45 euro. Alla luce di quanto accaduto, Adib ha affermato: “questo mi ha dimostrato che gli italiani non sono razzisti. E’ la cosiddetta socialità del branco che ci rende tutti più cattivi”. Riprendendo, infatti, il discorso di Furfaro, Adib ha voluto distinguere due tipi di socialità: si può far gruppo in maniera negativa così come in maniera positiva. E ci ha ricordato che insieme si può crescere e migliorare.

Con Marta abbiamo invece discusso del suo documentario, “Portami via”, che racconta la storia di una famiglia siriana di Homs che riesce ad arrivare da Beirut a Torino grazie ad un corridoio umanitario organizzato da Mediterranean Hope. Si tratta di un progetto sostenuto da un crowdfunding che è a sua detta “rivoluzionario”, poiché costituisce una modalità di arrivo in Italia privilegiata e agevolata. Marta ci spiega che i corridoi umanitari sono di fatto “l’altra faccia del soccorso in mare”, ma che, per il momento, sono riservati solamente ad alcune categorie di persone e non tutti possono usufruirne. Il diritto di spostarsi e allontanarsi da una realtà che non ci permette di vivere una vita dignitosa dovrebbe essere universalmente riconosciuto, ma al giorno d’oggi solamente alcune “categorie protette” possono disporre di quest’alternativa sicura e legale ai cosiddetti “viaggi della disperazione”.

Il suo discorso è stato ripreso anche da Amin Nour, che tratta spesso di diversità culturale, razzismo ed identità nei propri lavori. Amin è stato tra quelli che hanno dovuto affrontare più di 400 chilometri a piedi per salvarsi, e che durante il tragitto hanno perso gran parte della propria famiglia. Nonostante il passato burrascoso, Amin ci spiega di essere stato fortunato da un certo punto della sua vita in poi: ha cominciato a vivere con la mamma nella famiglia italiana in cui lei lavorava come colf. Sono diventati una grande famiglia allargata, e da quel momento in poi lui si è sempre sentito parte integrante del popolo italiano. Il suo cortometraggio “Indovina chi ti porto per cena” nasce da un episodio realmente vissuto che è stato rivisitato in chiave comica: Amin ci racconta di esser stato fidanzato con una ragazza russa, la cui famiglia non riusciva ad accettare il fatto che lui fosse di colore. Il corto, che è stato proiettato alla fine dell’incontro, ci ha fatto molto sorridere e riflettere: se non siamo in grado di accettarci e stimarci a vicenda, come potremmo mai sperare in un futuro migliore, di speranza, armonia e benessere?

La diversità e la varietà di ognuno di noi costituiscono una grande, inestimabile ricchezza, che va preservata, salvaguardata e apprezzata. Di questa prosperità tutti noi dovremmo nutrirci e a questa risorsa infinitamente preziosa dovremmo attingere per poter vivere meglio con noi stessi e con la realtà che ci circonda.

Francesca Moreschini

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