Il 1816 è considerato dallo storico John D. Post “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale”. Gravi anomalie al clima dovute presumibilmente ai detriti rilasciati nell’aria dall’esplosione del vulcano Tambora, nelle allora Indie olandesi (oggi Indonesia), produssero uno degli anni più freddi nella storia recente dell’umanità, con due grandi conseguenze: la distruzione dei raccolti in Europa settentrionale e Nord America, che gli è valso il soprannome di “anno della povertà”, e la rigida temperatura perdurata per mesi, che gli è valso quello di “anno senza estate” o eighteen hundred and froze to death (“milleottocento e si moriva di freddo”).

È nel giugno di quell’anno che, per trascorrere quella bizzarra estate, il poeta romantico Lord George Gordon Byron affittò, insieme al suo medico personale John Polidori, la Villa Diodati, nella cittadina svizzera di Cologny, affacciata sul lago di Ginevra. Qui trascorsero 3 interi giorni in compagnia del poeta Percy Bysshe Shelley, della sua futura moglie Mary Wollstonecraft Godwin, che diventerà in futuro celebre con il cognome del marito, e della sorellastra di lei, nonché amante di Lord Byron, Claire Clairmont.

A Villa Diodati, bloccati dalla pioggia, i cinque trascorsero il tempo leggendo le storie esoteriche e paurose della “Fantasmagoriana”, un’antologia di otto racconti tedeschi di genere gotico, e passi del romanzo “Vathek” dello scrittore e viaggiatore inglese William Beckford.

Fu su proposta di Lord Byron che i cinque decisero di sfidarsi a chi avrebbe scritto il racconto più spaventoso. Solo in due portarono a termine la sfida: la futura Mary Shelley con il suo celebre “Frankenstein” e John Polidori, che scrisse il racconto “Il Vampiro”.

Se già tantissimo si sa di Frankenstein e della sua autrice, ben poco conosciuti sono il racconto di Polidori e Polidori stesso, che non essendo parte dei programmi di letteratura inglese delle scuole superiori è totalmente sconosciuto per molti in Italia. Eppure il suo racconto è fondamentale nella storia della letteratura, in quanto fu la prima occasione in cui la figura del vampiro della tradizione orale folkloristica prendeva la figura che conosciamo oggi: quella del tenebroso demone nobiliare dotato di perverso fascino nero, resa definitivamente immortale dal “Dracula” di Bram Stoker con il suo romanzo del 1897.

Quando nel 1819 fu pubblicato sul New Monthly Magazine il racconto non ebbe particolarmente successo in Inghilterra, in quanto erroneamente attribuito a Lord Byron, che in quegli anni era considerato un personaggio scandaloso. Le pronte smentite del poeta amico di Polidori non furono sufficienti a far sì che l’opera non fosse attribuita a Byron in Germania, dove il grande Johann Wolfgang von Goethe affermò che si trattava di uno dei migliori lavori del Lord inglese, e in Italia, Paesi dove invece ebbe un ottimo successo.

La confusione riguardante l’autore è presto spiegata. Non solo il carattere del vampiro è calcato su quello tempestoso e tormentato dell’eroe byroniano, ma anche il nome, Lord Ruthven, è un chiaro omaggio all’amico. Ruthven è infatti il nome originario poi cambiato in Glenarvon nell’omonimo romanzo gotico della scrittrice Caroline Ponsonby Lamb, famosa all’epoca per la travagliatissima relazione appena conclusa proprio con Lord Byron, il cui ritratto e facilmente riconoscibile nel protagonista del romanzo di Lady Lamb.

Non meno dolorosa di quella dei personaggi del suo racconto (oltre a Lord Ruthven quelli principali sono il giovane gentiluomo Aubrey, che termina vittima di una crisi depressiva dovuta a un esaurimento nervoso, sua sorella, che convola a nozze con il vampiro da cui viene uccisa durante la prima notte di matrimonio, e la ragazza greca Ianthe, di cui Aubrey si innamora e che viene anch’essa uccisa dal vampiro) è la vita di Polidori.

Figlio maggiore di Gaetano Polidori, letterato italiano originario della provincia di Pisa e segretario personale del famoso scrittore Vittorio Alfieri, iniziò gli studi presso i frati di Ampleforth, piccolo centro nella contea del North Yorkshire, e da lì si trasferì all’Università di Edimburgo dove si laureò precocemente in medicina alla giovanissima età di diciannove anni. Terminato il lavoro come medico personale al servizio di Lord Byron nel 1820 tornò in Inghilterra, dove sviluppò il desiderio di intraprendere la carriera ecclesiastica. Scrisse così al priore di Ampleforth, che però lo rifiutò sdegnosamente a causa della sua scandalosa amicizia con il poeta. Cadde così anch’egli in depressione, e dopo aver scritto il poema religioso “The Fall of the Angels” morì in circostanze misteriose, probabilmente suicida, nell’agosto del 1821, all’età di soli 26 anni.

Paolo Palladino

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