Il poetry slam è una competizione diretta dall’Emcee (Master of Cerenomy) in cui i poeti recitano i loro versi, gareggiano fra loro e vengono valutati da una giuria composta generalmente da cinque elementi estratti a sorte tra il pubblico. È una produzione che nasce dalla strada (come inizialmente il rap) e crea un legame tra scrittura e performance, realizzata con grande economia di mezzi.

Lo slam nasce nel 1984 quando Marc Smith, poeta operaio, organizza una serie di letture a voce alta in un jazz club di Chicago. Presto l’idea viene copiata in molte città degli Stati Uniti e più tardivamente anche nelle principali città europee: al giorno d’oggi il poetry slam è diventato una forma d’arte internazionale. L’iscrizione alla competizione è aperta a tutti, l’esibizione deve essere spogliata di qualsiasi accompagnamento musicale, il tempo d’esibizione concesso va dai 3 ai 5 minuti durante i quali il poeta recita la propria poesia principalmente per il piacere di condividere i propri testi con il pubblico e farlo interagire.

Nel nostro Paese ad occuparsi delle varie scene di slam italiano è la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam), fondata il 30 novembre 2013. La Lega coordina su vari livelli (locale, regionale e nazionale) tutte le realtà che si occupano di poetry slam in lingua italiana e si propone, inoltre, di favorire l’incontro della poesia con tutte le realtà sociali (interagendo con l’ambito educativo scolastico, quello delle associazioni benefiche, di mediazione culturale, interculturali, di cooperazione internazionale, ecc.).

Tra i fondatori della Lega troviamo anche uno dei concorrenti dell’ultima edizione di “Italia’s got talent”, Simone Savogin. Pluricampione italiano di Poetry Slam e pluripremiato in molte gare internazionali, ha da poco pubblicato un libro di haiku illustrati insieme a Martina Dirce Carcano e con lei propone uno spettacolo di poesia performativa e live painting. “Scrivo da sempre” spiega Simone, “e anche se non considero vera poesia in senso tradizionale quello che porto sul palcoscenico, per me la parola abbinata al suono, alla voce, è un’urgenza primaria. Ho partecipato al talent televisivo per dare forza agli slam di poesia, che sono un mondo in cui è bandita la competizione. La gara è un pretesto, sono gare per finta, dove non si vince mai nulla e si sa da subito che ogni giuria che si sceglie è diversa dall’altra. Vinci se partecipi, ed è tutto”.

La competizione è effettivamente una scusa per portare la poesia dove prima non c’era, per ridiscutere il coinvolgimento del pubblico, per ripensare il rapporto tra scrittura e performance dal vivo. Sicuramente si tratta di poesia anti accademica, che qualcuno si è spinto a definire antipoesia appunto per il carattere così inedito e sovversivo.
E voi, cosa ne pensate?

Francesca Moreschini

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