Cinque personaggi in cerca di un angelo angelica: al “Dancing Paradiso” di Benni

Certi angeli non sanno raccontar storie
Sempre uguale è il loro paradiso
Non li sorprende allegria o paura
Senza parole e alfabeto, prigionieri
Di un pensiero senza dubbio e dismisura

Se anche gli angeli faticano a trovare le parole, è normale che la stessa difficoltà possano trovarla gli uomini, specie se si accingono a parlare di “Dancing Paradiso”, l’ultima opera di Stefano Benni.

Già il termine “opera” non è casuale, in quanto la forma narrativa adottata da Benni è quanto mai peculiare: non si tratta infatti di un romanzo, monarca assoluto delle pubblicazioni letterarie contemporanee, né di un saggio, o di una raccolta di racconti o poesie (in ordine di rarità crescente), bensì di una poesia narrativa, genere letterario che ha fatto da antesignano a tutti gli altri ma che ha visto un rapido declino negli ultimi decenni, fino a pressoché scomparire, nonostante proprio il Lupo bolognese abbia tentato di riesumarlo già qualche anno fa, con il capolavoro “Blues in sedici“.

Dancing Paradiso, invece, con la tenacia e la combattività che contraddistinguono i personaggi delle opere di Benni, resiste al tirannico avanzare del tempo e si ripropone ai lettori in tutto il suo anacronismo: una lunga poesia, di una settantina di pagine, nei cui versi vengono presentate e si intrecciano le vicende di cinque personaggi, più un angelo angelica, più un locale.

Proprio il locale, il Dancing Paradiso, è la meta di queste figure. In una metropoli vorticosa e crudele, topos della narrativa di Benni, rappresenta un ritrovo “dove non bisogna essere buoni per entrare / Accettano anche le carogne / E qualche volta le fanno cambiare”. A guidarli lì sarà l’angelo angelica, che è uno di quegli “angeli che scelsero gli uomini / Né ribelli né santi, in tutto a voi simili / Nell’imperfetta passione e nella speranza / Tormento e sofferenza ebbero in dono / Non han rimpianto di quel cielo lontano”.

Strofa dopo strofa si delineano i contorni dei personaggi, narrati da loro stessi: c’è il pianista triste Stan, che sa che “è importante ciò che non si suona”; c’è Elvis, che era “un bel cantantino, un ragazzo carino”, con “una famiglia noiosa e normale / Che aspettava la fine come il resto del mondo”, ma che ha scoperto quanto “è stato facile diventare cattivo”, e così si è chiuso in casa ad hackerare cassette di sicurezza con l’obiettivo di porre fine alla sua esistenza con uno spettacolare attentato terroristico; c’è Lady, poetessa raffinata e triste alcolista, che sa che “una signora per bene non dovrebbe suicidarsi”, ma ci pensa spesso lo stesso; c’è Amina, “pallida con la bellezza / Di un fiore cresciuto su un muro”, profuga che ha perduto la madre attraversando il confine; e infine c’è Bill, un tempo lontano Bill il Bello, che tra gli incubi chimici degli antidolorifici aspetta recluso in una clinica che la morte ponga fine ai tormenti di una lunga vita.

Filo comune che lega cinque esistenze diverse in tutto e per tutto è la perdita della speranza, che l’angelo angelica cerca di far recuperare loro: proprio l’idea di un’ultima notte al Dancing Paradiso, dopo la quale scegliere in autonomia se e come concludere le proprie esistenze, porta queste anime a conoscere la propria reciproca solitudine.

Da lì, in un concerto di assolo struggenti, strepiti di batteria, blues malinconici e versi comici e graffianti, le voci si fondono in un’unica melodia polifonica: una strada per la salvezza viene indicata agli uomini, sta a loro scegliere se seguirla o meno.

Aspettami esitante, maledici il destino
Non è mai inutile il tuo richiamo
Un angelo che arrivasse ogni volta
Sarebbe un poliziotto o un postino
Meravigliosa e improvvisa io devo apparire
Quando stai per chiudere la porta
E più non speri e spegni la candela
Che nella notte accompagnò l’attesa
Nel breve istante in cui la luce muore
Una fiammella resiste e ancora illumina
Tu scoprirai in quell’ultimo bagliore
A cosa assomiglia la tua anima

Paolo Palladino

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