Leocadia Macìas (Marisa Paredes) è la protagonista del film che precede immediatamente l’opera della svolta di Almodovar, cioè Carne tremula del ‘97. Il regista costruisce sulla sua interprete Il fiore del mio segreto, che vale forse più come magazzino di idee e spunti che come film in sé.

Opera quindi di transizione ma anche di chiusura della prima fase, dove la scrittura ha una parte essenziale e la danza fa capolino con il geniale Joaquín Cortés nell’ultima parte, dandoci già un segnale ignaro per il futuro Parla con lei (2003).

Leo è una scrittrice di romanzi rosa con la cattiva coscienza ed il nome d’arte di Amanda Gris. Idolatra il marito Paco (Imanol Arias), militare in missione che è stanco delle sue turbe, desidera lasciarla ma non si decide mai a tagliare i ponti; litiga con i suoi due editori per la svolta noir dei suoi testi; unici amici fedeli e premurosi sono la sua cuoca con il talento della danza (Manuela Vargas) e Angel (Juan Echanove), giornalista di El Paìs che di lei s’innamora e l’aiuta nei periodi bui.

Almodovar racconta come pochi le crisi di nervi: ha avuto Fassbinder come maestro ma aggiunge alla lezione del regista tedesco un’attenzione particolare per la quotidianità, filtrata ulteriormente attraverso la Hollywood anni ‘50.

Si ha l’impressione, in questo film, di poter bloccare i fotogrammi nelle scene con la Paredes, grattare l’immagine e trovare, sotto il suo volto, quello di Lauren Bacall.

I momenti più belli e riusciti del film sono quelli lontani dal racconto del tormento amoroso, più equilibrati e leggeri nella composizione, dove l’inquietudine è stemperata, la scrittura sciolta e felice. A dare alla vita di Leo e allo spettatore sollievo dalla visione della nevrosi e dal metacinema (che è sempre preziosimo quando non sa essere sottile), ci sono i due personaggi della sorella Rosa e della madre.

Il ritratto di queste calorose e testarde provinciali è eseguito da Rossy DePalma e la mitica caratterista Chus Lampreave che in Spagna è amatissima. Almodovar dà loro i dialoghi più belli, genuini, toccanti nelle scene domestiche madrilene o nel loro villaggio d’origine: lì c’è già qualcosa di Volver per il tono tenero, franco e disteso che sembra staccarsi dal resto del film.

Sul piano tecnico, una lode va ad Affonso Beato come direttore di fotografia, per i colori che pur in contrasto non assumono mai un tono aggressivo. Per gli almodovariani Il fiore del mio segreto può essere una chicca per il ricco assortimento di motivi e rimandi; per il resto del pubblico potrebbe sopraggiungere una certa freddezza per la forza narrativa incostante.

Nondimeno, il film si presta bene come presagio dell’Almodovar più conciso e diretto di inizio 2000 e che culmina con il ritorno alle origini di Volver.

Antonio Canzoniere

Rispondi