Nel maggio 1967 veniva pubblicata Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani (1923-1967) scritta insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana, una piccola canonica del Mugello, a pochi chilometri da Firenze. Qui Don Lorenzo elaborò la sua rivoluzionaria idea di scuola e la mise in pratica: questa era la sua vera vocazione, “far scuola”, dare un’opportunità di riscatto sociale a quei ragazzi che sarebbero stati tagliati fuori da un’istruzione, come viene definita nel testo, malata e classista, intrisa di una cultura superficiale e artefatta, volta a perpetrare il dominio del padrone sul lavoratore. Lettera a una professoressa è un pietra miliare dell’innovazione pedagogica in Italia, è stata una delle premesse teoriche del Sessantotto, è ancora oggi un testo molto attuale e una lettura obbligata per chi si vuole intraprendere il mestiere di insegnante o educatore.

Il testo, che ha appunto la forma epistolare ed è rivolta a uno sconosciuta e tipizzata professoressa, getta fin dall’inizio le basi della sua proposta educativa: la scuola dell’obbligo non può bocciare; la scuola non può concentrarsi sui ragazzi meritevoli, ma deve essere tutta protesa nel recuperare i meno bravi, coloro che provengono da un contesto socio-culturale problematico o che hanno carenze individuali.

“Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete. L’abbiamo visto  anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.”

La scuola non deve essere tagliata su misura dei Pierini – il prototipo di studente modello, di buon famiglia, imbevuto di cultura borghese che non fallisce un colpo – ma su misura dei Gianni, dei figli del popolo, dei lavoratori, degli operai e dei contadini, che parte da un contesto socio-culturale svantaggiato, meno stimolante, nel quale il lavoro è più necessario dell’istruzione e che, se respinto dalla scuola, non avrà mai possibilità di riscatto sociale, ma resterà sempre bloccato, dominato dal padrone più istruito.

Le riforme che i ragazzi della scuola di Barbiana propongono allora tre riforme, per rendere davvero la scuola un luogo di promozione culturale e di uguaglianza:

“Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme.
  I – Non bocciare.
  II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.
  III – Agli svogliati basta dargli uno scopo.” 

La proposta educativa di Don Milani è dunque quella di una scuola democratica, che sappia tener conto delle differenze – sociali e individuali – degli alunni e contemporaneamente sia capace di azzerarle, di dare a tutti pari opportunità di crescita e di sviluppo e di non penalizzare chi è già penalizzato dal contesto socio-culturale.

Come si ottiene tutto ciò? Cambiando l’idea di scuola, favorendo la cooperazione tra gli studenti e non incitando alla competizione, co-costruendo i saperi attraverso il dialogo tra insegnanti e alunni, revisionando i programmi in chiave interculturale e inclusiva, abbandonando un approccio meramente nozionistico a favore di uno mirato a sviluppare, oltre alle conoscenze, competenze,. non solo tecniche, ma anche sociali ed emotive. Erano queste le rivoluzionarie idee di Don Lorenzo Milani e, a più di 50 anni di distanza, hanno ancora molto da dire.

Danilo Iannelli

 

 

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