Gigi La Frottola

“fròttola s. f. [prob. der. di frotta]: componimento letterario di origine popolaresca (detto anche motto confetto) costituito da un affastellamento di pensieri e di fatti bizzarri e strani, senza nesso o quasi tra loro, in versi di varia misura”

Nella giornata del 13 giugno nella Commissione Bilancio e Finanze della Camera è stato approvato un emendamento del Partito Democratico sul finanziamento aggiuntivo di 3 milioni per Radio Radicale. La misura punta a favorire la conversione in digitale e la conservazione dei suoi archivi. Il voto ha trovato l’approvazione non solamente nelle forze d’opposizione ma anche e soprattutto il sostegno della Lega (Nord), decisivo per la vittoria finale.

Vittoria che non è andata giù al Movimento Cinque Stelle, né tantomeno al suo leader, Luigi Di Maio, che ha così prontamente commentato sulla sua pagina Facebook:

“Tutti i partiti, compresa la Lega, gli hanno detto di sì, hanno votato per regalare altri soldi delle vostre tasse a una radio privata.
Secondo noi è una cosa gravissima, di cui anche la Lega dovrà rispondere davanti ai cittadini. Sono franco: dovrà spiegare perché ha appoggiato questa indecente proposta del Pd! […] E poi, cari cittadini, troverete anche 3 milioni di euro in più delle vostre tasse donati a Radio Radicale, una radio privata che ospita giornalisti con stipendi da capogiro di anche 100mila euro l’anno. Tutti pagati con i vostri e i nostri soldi, da sempre.
Il MoVimento 5 Stelle avrebbe voluto mettere fine a questa indecenza. I partiti si sono messi di traverso.
Ora avete tutte le informazioni del caso. Fatevi la vostra idea.”

Queste tutte le informazioni del caso.

Ma proprio tutte tutte le informazioni.

Eppure, nonostante tutto sia stato limpidamente e chiaramente espresso nel post del viceministro, un lieve dubbio rimane: perché tutti i partiti, in maniera così solida e compatta, ad esclusione del Movimento Cinque Stelle, hanno votato e approvato l’emendamento per regalare tutti questi soldi ad una radio privata?

Perché proprio a Radio Radicale?

Radio Radicale nasce nel 1976, sulla scia del fenomeno delle radio libere, nel periodo in cui queste si consolidano come un potente strumento di protesta, come un canale per i sentimenti di ribellione degli anni di piombo. Radio Radicale, fondata da alcuni deputati dell’omonimo partito nel quartiere Gianicolense di Roma, si è però da subito distinta da quella che veniva chiamata controinformazione, termine usato dall’estrema sinistra e gruppi rivoluzionari. Fin dalla sua nascita, essa ha provveduto a fornire un servizio di informazione vera e propria, occupandosi di una tematica che in Italia è da parecchio tempo ben sottovalutata e tenuta a distanza: la politica.

Pur mantenendo di base un approccio liberale, seguendo la linea del partito di Marco Pannella, fondatore della radio, essa ha collezionato da subito “più di 250mila registrazioni, tra cui oltre 19mila sedute dal parlamento, 6700 processi giudiziari, 19300 interviste e 4400 convegni”, fornendo a tutti gli effetti un servizio pubblico circa le procedure legislative, politiche e giudiziarie più rilevanti della Repubblica dello Stato Italiano in quegli anni. L’approccio, sebbene derivante da partito, ha mantenuto una neutralità e un bilanciamento equo tra le forze politiche, permettendo libertà di espressione a vari gruppi di diverso colore e pensiero.

Tale servizio pubblico, inoltre, è stato così fornito privatamente per via dell’assenza di qualsivoglia mezzo di comunicazione atto a prenderne il posto. Solo dal 1998 è stato implementato il servizio RAI Gr Parlamento, il quale purtroppo non ha avuto il successo sperato e svolge a tutt’oggi solo parzialmente il lavoro di trasmissione delle sedute parlamentari, mantenendo Radio Radicale il primo mezzo di trasmissione delle stesse. Tutto ciò, ha però un costo che la Radio non ha sempre avuto modo di gestire, considerando anche l’utilizzo iniziale di molti mezzi di fortuna: arrivati ad un determinato livello di broadcasting, finanziamenti maggiori sono stati richiesti. Proprio qui entra in gioco la legge 230/1990, la quale stabilisce i criteri per il finanziamento di una radio privata da parte dello Stato: essa deve necessariamente trasmettere “quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti“

Nello specifico, la convenzione stipulata nel 1994, assegnava circa 10 milioni annui a Radio Radicale per trasmettere le sedute parlamentari. Questa convenzione è scaduta il 21 maggio ed è stato necessario da parte del Parlamento rinnovarla, per permettere alla Radio di continuare la sua attività di interesse pubblico.

Le parole attività di interesse pubblico riecheggiano nell’aria e diventano taglienti quando si vanno ad infrangere contro il muro informatico del possente post di Luigi Di Maio. Queste parole volano e si aggirano intorno a quella asciutta e limitata definizione di radio privata, dal tono accusatorio e che sa di ingiustizia, per tutti gli anni di servizio che la radio ha dato al popolo italiano.

È naturalmente possibile sindacare su molteplici aspetti della vicenda, tra cui la necessità di creare un servizio pubblico proprio dello Stato e la richiesta plausibile di una vera e propria gara per l’appalto. C’è da considerare che, a tutt’ora, togliere Radio Radicale sarebbe privare l’intero Paese della copertura mediatica totale sull’attività del parlamento, dei processi giudiziari, dei dibattiti e dell’essenza stessa della politica.

La questione non si limita solo alla storia di Radio Radicale, naturalmente, Per la prima volta da quando si è insediato, il Governo Gialloverde si è trovato diviso veramente su una votazione sostanziale, certamente non una situazione da sottovalutare che potrebbe avere ripercussioni sul futuro dell’esecutivo.

In compenso, Forza Italia, Lega e Partito Democratico si sono forse per la prima volta trovati d’accordo su una cosa. La libertà della radio e dell’informazione dev’essere preservata e lo Stato Sociale deve farsi garante di questa possibilità, a tutt’oggi fornita solo da Radio Radicale. Più in là questo potrebbe mutare e si spera sia possibile creare un’alternativa valida di diverso stampo naturalmente ma al momento lo stato delle cose è ben diverso. Purtroppo la passione politica non è la punta di diamante di questo Paese e la diffusione dei contenuti delle sedute Parlamentari non è il punto di maggior interesse di tante persone.

È però un’opportunità per conoscere meglio i processi della classe dirigente, per provare a capire di cosa si parla quando si leggono date notizie sulle testate dei giornali. Chissà, magari potrebbe essere anche un’opportunità per capire il ruolo del governo in tante vicissitudini quotidiane.

Magari qualche Ministro potrebbe accendere la radio e scoprire che c’è ancora tanto da poter imparare su questa nostra Repubblica.

Matteo Caruso

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