Giovedì 6 giugno Andrea Catarci, attivista e scrittore nonché ex presidente del Municipio VIII di Roma, ha presentato nella Libreria Nuova Europa – I Granai il suo ultimo libro, “Generazione di rimessa”, edito da DeriveApprodi. Con lui la giornalista di Repubblica Marina De Ghantuz Cubbe Amedeo Ciaccheri, che per una sera sveste i panni di presidente del Municipio VIII per indossare quelli inediti di moderatore. A loro si è aggiunto nel finale Massimiliano Smeriglio, fresco di elezione al Parlamento europeo, per un intervento dal pubblico. 

Il libro attinge dalla sua sfera personale e dai suoi ricordi di una generazione, quella degli anni 80,  che viene raccontata come disimpegnata e sprecona, visione alla quale l’autore contrappone la sua esperienza di giovane di quegli anni. È dunque un libro autobiografico ma con uno sguardo all’altro, in cui si cerca di riabilitare una generazione trattata con molta freddezza dagli storici, considerando quanto le formazioni sociali e l’attivismo degli anni 80 vengano sempre poco citati nei libri di storia contemporanea. Catarci offre una chiave di lettura di un’altra faccia della storia, di quella narrazione storica occidentale che ha trovato proprio nei primi anni ottanta il proprio fulcro nel neoliberismo di Margaret Thatcher.

Il libro si presenta come un percorso umana, parte del quale dedicato a un pezzo di vita familiare. Proprio rendere le proprie esperienze personali parte fondamentale dell’impegno pubblico è la forza della comunità rappresentata prima da Catarci e ora da Ciaccheri.

Il percorso politico dell’ex presidente del Municipio VIII si forma con il movimento studentesco Pantera e con il collettivo Rosa Luxemburg, ma poi trova la sua dimensione nelle lotte che hanno segnato il decennio, prima su tutte quellasul nucleare. È il 26 aprile del 1986 quando avviene il disastro di Černobyl’, e da quel momento una parte della società attiva italiana trova il coraggio di alzare la voce e farsi sentire, fino ad arrivare alla battaglia di Montalto di Castro, sede di un enorme impianto nucleare, che segnò il punto di svolta nel percorso che porterà tramite i referendum dell’8 e 9 novembre 1987 all’abbandono dell’energia nucleare in Italia. Montalto di Castro fu il momento in cui si passò dalla paura al coraggio, e per la prima volta agli attivisti degli anni 80 balenò in mente il pensiero “Si può anche vincere.”

La “generazione di rimessa” del titolo è una definizione che prende spunto da un termine calcistico. La giocata di rimessa è infatti il contropiede, quando ci si difende per poi ripartire e cogliere di sorpresa l’avversario che stava attaccando, e di contropiede si può vincere, anche quando non si fa parte della corrente dominante, anche quando non si domina la partita.

Già dal titolo si può evincere come il libro di Catarci non abbia la pretesa di essere un saggio politico, bensì una narrazione del decennio della normalizzazione dopo le grandi battaglie degli anni 70, all’interno del quale però non mancarono le forme di resistenza allo yuppismo, all’uniformazione sociale e alla trasformazione dei centri urbani nelle tante “città da bere” propagandate. Resistenza compiuta non grazie alla politica, che era stata sconfitta, ma tramite la creazione di relazioni e la ricerca di un protagonismo che non si esprimesse soltanto mediante l’acquisto di un prodotto di marca. Negli anni che il poeta Nanni Balestrini definiva causticamente “gli anni di merda”, tanti piccoli protagonismi positivi sono comunque riusciti a nascere e poi a sfociare anche negli anni successivi.

Il libro nasce con due scommesse: la prima è la ricerca storiografica; la seconda è riuscire a parlare con le generazioni di oggi, che condividono un pezzetto di oscuramento con quelle degli anni 80 e vengono considerate evanescenti, inoperose, apolitiche. Non è però così, e sono molte le dimostrazioni, dal celebre attivismo di Greta Thunberg agli antifascisti della Sapienza che hanno manifestato in favore di Mimmo Lucano. Le generazioni di oggi cercano sponde, hanno bisogno di alleanze, quelle che le generazioni degli anni 80 riuscirono a trovare dopo Černobyl’, essendo anello di congiunzione tra il prima e il dopo, nonché rappresentazione della battaglia campale.

Presente è il riferimento alla violenza, endemica di anni in cui la tensione e il livello di scontro erano così alti. Gli anni 80 sono quelli in cui le Brigate rosse uccidono, e all’interno delle fila dell’organizzazione confluirono anche persone vicine a Catarci. Era scontato in quegli anni che si parlasse di violenza in maniera non innocente, ma la loro formazione culturale conduceva loro a scartare le opzioni armate in quanto ritenute non opportune, non convenienti, non praticabili. Davanti ai giovani di quegli anni si poneva di fronte un bivio tra la rassegnazione totale e la ribellione totale: qualcuno imbracciò le armi e prese la seconda strada, altri, come lo stesso Catarci, scelsero di andare avanti costruendo una terza strada in mezzo a quelle due.

Nel libro vi è un continuo confronto con gli anni 70, tramite l’espediente letterario delle specchio: porsi di fronte allo specchio per guardare nella sua unità ciò che accade, ma contemporaneamente per superare la frammentazione di chi lo ha preceduto. Il confronto non è sempre positivo e attivo, ma anzi più spesso viene subìto. Così la generazione di rimessa degli anni 80 subisce il confronto con le grandi manifestazioni degli anni 70, le generazioni degli anni 90 subiscono il confronto con i movimenti universitari degli anni 80, i giovani del 2000 che pure riescono a dar vita a movimenti globali come i Fridays For Future subiscono il confronto con le occupazioni degli anni 90. Addirittura probabilmente anche nel ’68 avranno magari subito confronti con i movimenti partigiani. Conscio di questo errore fu anche Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay che pur provenendo da una decennale storia meravigliosa di attivismo, militanza e resistenza al momento della sua elezione chiese di mettere un punto con la storia del proprio Paese, riconoscere ciò che è stato ma andare avanti con una nuova storia, senza confronti né rimpianti. Così le nuove stagioni devono essere messe al centro, affinché non diventino la generazione di rimessa di qualcun altro. 

Paolo Palladino

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