Il 28 maggio non è un giorno qualsiasi per la poesia italiana: il 28 maggio è infatti il “compleanno” di una delle liriche più famose della nostra letteratura, studiata e recitata a memoria in tutte le nostre scuole, al cui fascino nessuno studente può sottrarsi: stiamo parlando de L’infinito di Giacomo Leopardi (1798-1837).

Il 28 maggio 2019 è però una ricorrenza speciale, perché questo componimento compie ben duecento anni: in tutta Italia ci saranno letture pubbliche e flash mob organizzati dagli studenti, proprio a testimoniare quanto Leopardi e il suo più celebre componimento siano apprezzati dagli studenti e dai lettori di tutte le età e di ogni generazione.

Giacomo Leopardi è una figura fondamentale per la nostra letteratura e per la storia della nostra lingua: egli stato, oltre a essere intellettuale e filosofo dalla cultura smisurata, un innovatore: è stato, per il primo Ottocento, il più europeo dei nostri poeti; figura eclettica, è di difficile collocazione anche per gli storici dell’arte: è legato al pensiero classico e illuministico, però tratta sovente temi appartenenti al filone romantico, ma egli stesso si dissocia da tale definizione.
La verità è che Giacomo Leopardi è un uomo e un intellettuale di difficile catalogazione, un unicum nella nostra letteratura, al quale è molto complicato affibbiare un’etichetta che lo descriva appieno.

Eppure, un’etichetta indissolubilmente legata a questo immenso poeta c’è eccome: è quella del pessimismo. Ingiustamente, a mio parere, nei libri di testo scolastici e talvolta anche accademici, il pensiero leopardiano viene catalogato sotto questa forma che sminuisce e dà un gusto amaro e negativo alle opere del poeta di Recanati. Per strappare una sufficienza, insomma, più di qualche studente si sarà giocato la carta del pessimismo – storico e poi cosmico – di Leopardi, tentando così di semplificare in questa chiave di lettura i complessi componimenti leopardiani.
Ciò però è ingiusto: se vogliamo dirla tutta, Leopardi è più disilluso che pessimista, ma soprattutto Leopardi è un gran sognatore, un sognatore cosmico.

Senza allargare troppo il discorso, che sicuramente meriterebbe una discussione più ampia, atteniamoci a quanto concerne L’infinito.
L’infinito è un componimento di quindici endecasillabi sciolti, pubblicato nel 1826 insieme agli altri Idilli: la connotazione agreste e bucolica del mondo classico di questi componimenti in Leopardi cede il passo a una dimensione più lirica, intima e filosofica. La composizione de L’infinito però risale appunto al 1819: la lirica appartiene dunque al periodo giovanile della produzione poetica leopardiana, quella composta nella città natale di Recanati.
Di seguito il testo:

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Rimanderei ogni lettura puramente stilistica e formale – che si può trovare facilmente sfogliando un manuale di letteratura o in rete – e mi concentrerei appunto sul quesito iniziale: tenendo conto della sua lirica più famosa, possiamo davvero definire Leopardi soltanto un pessimista?
Chiamo in causa, a tal proposito, Alessandro D’Avenia e il suo L’arte di essere fragili: in questo saggio dedicato a Leopardi, egli cerca appunto di ribaltare questo assunto, dimostrando attraverso una continua citazione e rilettura delle opere leopardiane come queste in realtà siano, il più delle volte portatrici di un messaggio positivo, di speranza. Secondo D’Avenia, Leopardi riuscirebbe, attraverso le sue opere, a celebrare e consacrare la fragilità umana – ma in particolar modo quella tipicamente adolescenziale e giovanile – come punto di forza per comprendere la realtà ed essere uomini migliori, capace di sognare, sperare e inseguire i propri sogni.

È soprattutto l’immaginazione, peculiarità dell’uomo più fragile e riflessivo, a salvarci dal dolore della vita e del mondo. Scrive infatti Leopardi nello Zibaldone (30 novembre 1828):

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Trista quella vita che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.

Quindi l’immaginazione consentirebbe di vivere una doppia vita, di rendere interessante e piacevole una vita che non lo è: ciò avviene attraverso l’immaginazione, certo, ma anche attraverso la lettura – aggiungerei – delle opere di menti geniali e immaginose come quella di Leopardi.

L’infinito appunto è la celebrazione dell’immaginazione che riscatta la realtà: al di là di quell’ermo colle, sempre caro, certo, ma dunque anche familiare e in un certo senso trito, e della siepe, vera e propria metafora degli ostacoli che la vita sensibile pone all’immaginazione umana, si estende l’infinito; e a contatto con questo, è naturale, il cor si spaura: l’uomo e i suoi sensi non sono abituati a l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei; attraverso il pensiero e l’input del vento che stormisce tra le piante, il mondo sensibile e quello dell’immaginazione si fondono in un tutt’uno, e non c’è più tempo, né luogo: c’è solo un eterno flusso di sensazioni, immagini, pensieri che chiamiamo infinito. Il pensiero, a questo punto, non può però che cedere il passo e annegare in questa fantasia dal sapore divino: e dunque il naufragar diventa dolce in un mare d’infinità e indeterminatezza.

E proprio l’indeterminato è un tratto peculiare della poetica leopardiana, quella del vago e dell’indefinito, evocata attraverso l’uso di parole evanescenti e leggere, al significato e al suono, che riportano appunto chi legge in questo mondo immaginoso e piacevolmente brumoso, che si oppone alla spietata chiarezza del mondo sensibile.

E dunque Leopardi può essere bollato semplicisticamente come pessimista? Secondo me no, lo ripeto: si potrebbe a questo punto definirlo un disilluso, consapevole del fatto che la vita sensibile e concreta è fatta di dolore e sofferenza e che, nonostante ci si affanni, la Natura e la Morte compiranno il loro corso, e la Vita scivola via, lenta e inesorabile. Se si fosse fermato qui, allora certo, Leopardi sarebbe stato pessimista; egli però propone un’alternativa, che è quella dell’immaginazione, della poesia, dell’arte: attraverso queste l’uomo ha una via di fuga e di ribellione alla dittatura della Natura, del Tempo e del mondo sensibile, che altrimenti ci schiaccia con la sua ineluttabilità. Leopardi allora non è pessimista: è un disilluso, ma soprattutto, un sognatore cosmico.

Danilo Iannelli


  • Immagine in evidenza tratta da: G.Leopardi, L’infinito, illustrato da Marco Somà, (Einaudi Ragazzi, 2019
  • A. D’Avenia, L’arte di essere fragili – Come Leopardi può salvarti la vita, Mondadori, 2016

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