Ho conosciuto Barnaba circa un anno e mezzo fa. Ha 30 anni e vive a Roma, nel mio stesso quartiere, Torre Maura. È uno studente universitario che sta cercando la sua strada nel mondo, un po’ come tutti noi. Si è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ora si è iscritto alla magistrale in Finanza Quantitativa. Non sono proprio le sue passioni, ma spera di trovare uno sbocco lavorativo. Intanto fa qualche lavoretto per mantenersi da solo. Di Barnaba mi ha colpito fin da subito la sua estrema dolcezza e sensibilità, il suo modo di parlare un italiano così corretto e forbito, il suo smisurato interesse per la matematica e fisica. Ho deciso di raccontarvi la sua storia perché merita di essere conosciuta. Barnaba è nato e cresciuto in una setta evangelica e da qualche anno ha deciso di uscirne. Gli ho posto alcune domande e ne è uscita fuori la sua personale testimonianza di cosa significhi nascere e crescere in un ambiente del genere, di come questo lo abbia formato e di come ne sia uscito fuori.

Inizia col raccontarmi un po’ la storia della chiesa in cui è cresciuto, che mi spiega era una comunità di stampo evangelico a carattere fondamentalista. La denominazione con cui è conosciuta tra coloro che la frequentavano o la conoscevano è “Zaccardini” o “Zaccardiani”, dal nome del fondatore Zaccardi. Di fatto tutti i movimenti evangelici, a parte i Valdesi e le tradizionali confessioni protestanti come i Luterani che sono di matrice europea, nascono agli inizi del 1900 negli Stati Uniti; da lì si espandono a macchia d’olio e arrivano in Italia intorno agli anni 1910-1920. Si tratta di movimenti di tipo carismatico: l’idea è quella di un gruppo di persone che si ritrova attorno al testo biblico per vivere la vita come veniva vissuta ai tempi degli atti degli apostoli. In accordo al detto di Gesù “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” ( Giovanni 14, 1-4), si aspettavano il suo ritorno. Vivevano in modo comunista, nel senso che tendevano a mettere in comune tutti i loro beni, erano molto solidali. Nel 1920 esce negli Stati Uniti “The fundamentals” un libro che contiene i principi fondamentali del credo evangelico. Si fanno chiamare i “fondamentalisti”, un termine che al giorno d’oggi usiamo solamente per indicare un certo tipo di Islam, che poi può portare ad aspetti di tipo terroristico. Ma in realtà è un termine che nasce in seno al cristianesimo. Questi gruppi evangelici, che tendono ad espandersi e a fare molto proselitismo sono arrivati in Italia, appunto, più o meno sotto al Fascismo. Il nonno è stato il primo nella famiglia che ha ricevuto la parola, ovvero ha accettato la predicazione ed è entrato nei Zaccardini. Fu cacciato di casa perché i genitori erano cattolici ed era scandalosa una cosa del genere, essendo l’Italia un paese tradizionalmente ed integralmente cattolico. Barnaba si ricorda del nonno come di un uomo buono, una figura positiva, che fece svariati lavori e che vedeva “la mano di Dio” ovunque. In seguito al 9 Aprile 1935, data in cui venne emanata la Circolare Buffarini Guidi con la quale viene messo al bando il culto evangelico poiché “risultato che esso si estrinseca e si concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza”, le comunità evangeliche sopravvivono in modo clandestino. Il nonno viene messo in prigione al confino a Ventotene.

La nonna di Barnaba veniva anch’ella da una famiglia totalmente cattolica. Inizialmente voleva farsi suora perché sentiva la vocazione, soltanto che c’erano alcuni aspetti della chiesa cattolica che non la convincevano, in particolare detestava il fatto che ci fosse un’estrema distanza tra il clero e il popolo dei credenti e la messa tenuta in latino accentuava questa cesura. Quando conobbe l’ambiente evangelico trovò un mondo più conforme ai suoi desideri.

Nel secondo dopoguerra, con la nuova costituzione più aperta e tollerante anche in campo religioso, molte chiese cominciano a farsi riconoscere dallo Stato, ma non quella dei Zaccardini. Avviene uno scisma: si separa totalmente la parte “zaccardina”, che desiderava principalmente rimanere tradizionalista, dal resto della popolazione, dall’altra parte costituita dalle cosiddette “assemblee di Dio in Italia” che volevano rendere più fruibile il credo evangelico al pubblico.

Negli anni ’50 il nonno, oltre che pastore (“anziano” nel mondo evangelico) diventa anche costruttore ed edifica una chiesa zaccardina (foto di copertina) proprio sotto casa sua, che sarebbe tuttora casa di Barnaba. Si crea così un microcosmo a Torre Maura: molti fedeli venivano anche da altre zone di Roma, ma la maggior parte abitava intorno a casa loro.

Ora arriviamo alla testimonianza un po’ più diretta di Barnaba e della sua esperienza nella setta, per questo continuerò sotto forma di intervista.

In cosa credevano gli appartenenti alla setta nella quale sei cresciuto?

B: “Innanzitutto c’è da dire che il rapporto tra credente e testo sacro è diretto, non così mediato da autorità fortemente gerarchizzate o verticali come nell’ambito cattolico. I zaccardini credevano anche loro nella Trinità ma non esisteva il culto mariano e neanche la devozione ai santi. Erano banditi gli aspetti ritualistici e le iconografie, un luogo di culto evangelico si caratterizza per l’assenza di elementi visibili di ritualità. La Chiesa, inoltre, non era intesa come luogo fisico, ma come comunità di credenti: nel mondo evangelico non esistono chiese consacrate, luoghi particolari adibiti al culto, ma semplicemente, in ossequio al detto di Gesù “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), era legittimo riunirsi ovunque. Infine voglio specificare una cosa: il cristiano era inteso come “pellegrino sulla terra e cittadino del cielo”, ciò significa che la vita terrena era considerata come un semplice passaggio e l’individuo non doveva corrompersi con ciò che era mondano perché in quanto tale era prodotto dall’uomo, e, come tutto ciò che è prodotto dall’uomo, era insanabilmente  malvagio. Per questo i miei genitori non sono mai andati a votare, perché questo avrebbe significato “sporcarsi”, traviarsi.”

Come professavano il loro credo?

B: “Professavano il loro credo riunendosi e pregando. Le riunioni erano principalmente di quattro tipi: le preghiere normali, il culto, i battesimi e i culti generali. Di culti ce ne erano diversi in tutta la settimana e potevano durare anche 2 o 3 ore ognuno: si iniziava con una preghiera, poi si cantava e si pregava ancora, rigorosamente in ginocchio. C’erano poi le testimonianze in cui alcune persone si alzavano e raccontavano la storia della loro conversione che, cosa interessante, era sempre identica, quasi imparata a memoria. Dopo le testimonianze c’era la parte centrale, la più importante, nella quale l’anziano leggeva un passo della Bibbia e lo commentava. L’ultima preghiera era quella più lunga e più sentita. Mi ricordo che c’erano momenti molto intensi in cui si pregava a voce alta, cosa che non succede in ambito cattolico perché in quel caso lo si fa in tono comunque sommesso. Qui invece lo si faceva anche gridando, piangendo, con una forte componente emotiva che veniva esternato ed anzi proprio incentivata. I battesimi, che venivano fatti da adulti come in quasi tutti gli ambienti protestanti, avevano la funzione di salvare l’individuo dal peccato originale e di dare una testimonianza pubblica. Era una cerimonia molto sentita e poteva durare anche una giornata intera. Si effettuavano per immersione completa, in una vasca a grandezza d’uomo. I culti generali, invece, erano riunioni particolari che si facevano una volta al mese e in cui si riunivano i fedeli di tutta Italia.”

Possiamo definirla una setta?

B: “Assolutamente sì. Per setta si intende qualcosa di molto chiuso, ma proprio chiuso rispetto agli altri. Questa è una grossa differenza rispetto all’evangelismo più conosciuto che faceva molto proselitismo. Nel caso della mia setta, invece, non si faceva l’evangelizzazione. Il concetto che veniva spesso ribadito era “Noi siamo il popolo eletto, noi siamo stati scelti da Dio, è bene che gli altri periscano” oppure “Noi siamo cristiani, gli altri sono del mondo”. Si trattava quasi di un legame tribale, di sangue tra i fedeli.”

Cosa era proibito fare?

B: “Era vietato avere la televisione, la radio, fare fotografie, andare al cinema, ascoltare musica, suonare strumenti elettrici, la tecnologia in generale. Abbiamo combattuto molto per avere la televisione, soprattutto mio fratello, io l’ho assecondato; una volta avuta ho capito che si trattava di robaccia e non la guardo, ma ciò che mi mancava non era l’oggetto in sé ma l’idea di libertà. Era vietato festeggiare compleanni, festeggiare il Natale che, non essendo una festa istituita nella Bibbia, come tutto ciò che non proveniva da essa, non esisteva. Era vietato andare al mare, per cui la prima volta che sono andato e stavo in costume ho provato un senso di vergogna incredibile.”

Che ruolo aveva la donna? Come veniva considerata?

B: “Il mondo che sto raccontando è molto arcaico, ma lo era ancor di più per le donne. Non potevano truccarsi, indossare alcun gioiello o monile poiché tutto ciò che era ornamento era vanità. Dovevano tenere i capelli legati e non potevano portare i pantaloni, ma una gonna che doveva essere piuttosto lunga e coprente. Tutto ciò perché era presente una sessuofobia latente, come in tutte le religioni fondamentaliste. Alle donne era proibito lavorare o portare la macchina, dovevano restare a casa e fare le casalinghe; coloro che erano più indipendenti e ribelli, che avevano studiato o che lavoravano, venivano ostracizzate in primis dalle donne stesse. Introiettato quel messaggio di subalternità psicologica e culturale, gli uomini non avevano più bisogno di riportare l’ordine.”

Come è stato per te crescere in un ambiente del genere?

B: “Io sono nato in questa setta e ci sono cresciuto. Ti trovi completamente sommerso, la tua individualità è inesistente, sei totalmente in balìa di queste persone. C’è un annichilimento fondamentale del proprio io. Sono cresciuto molto separato dagli altri. Per un anno all’asilo non ho detto una parola, stavo bene, ma cercavo di risultare invisibile agli occhi degli altri bambini. Ho pagato il fatto di essere stato un bambino troppo ubbidiente, se fossi stato un po’ più ribelle probabilmente mi sarei salvato prima. Alle elementari il rapporto con i compagni si fermava alle ore di scuola, il doposcuola non esisteva. Alle superiori io e mio fratello siamo andati nell’istituto in cui c’erano i figli dell’anziano principale della chiesa e io ho sempre avuto l’idea che fosse stato fatto per ossequiare e  per essere servili nei loro confronti. Sono stati anni difficili, non ci siamo trovati bene né io né mio fratello. L’ambiente era molto trascurato e pericoloso. Ho subito anche atti di bullismo.”

C’è stato qualche avvenimento o qualcosa che ti ha spinto a pensare all’allontanamento dalla setta?

B: “È successo che negli anni mio fratello ha sviluppato una forma di bipolarismo, con un tratto schizoide. Più precisamente intorno all’età di 12 anni. Questo disturbo si è manifestato legato al credo religioso; lo trovavamo in bagno che piangeva, digiunava, provava profondi sensi di colpa, pregava continuamente, cercava il battesimo. Di fatto chi ha un credo così fondamentalista e vede il mondo un posto così terribile, così ostile, matura l’idea di essere perduto senza Dio e di aver bisogno di portarlo dalla propria parte perché altrimenti diventa un tiranno. Questa ansia che cresce e cresce la si può calmare solo con rituali e per mio fratello digiunare, piangere e pregare era diventato un rituale ossessivo. In seguito a ciò, i miei genitori permisero a me e a lui di frequentare un po’ meno le riunioni. Nei fatti però era piuttosto difficile sentirsi un po’ più liberi perché casa nostra si trovava sopra alla chiesa ed era controllata da tutti: saliva chiunque con la scusa di un caffè o di un bicchiere d’acqua e ne approfittavano per dare un’occhiata e vedere se era tutto a posto. Inutile dirti quanto ci sentivamo controllati e sorvegliati da tutti.”

Quando sei uscito dalla setta? E chi o che cosa ti ha aiutato nel farlo? 

B: “Prima di uscire definitivamente dal mondo delle sette e chiese evangeliche ho frequentato un’altra comunità. Ne era venuta a conoscenza mia zia e aveva convinto mia madre, me, mio fratello ed altre famiglie ad andare e vedere come era. Ci eravamo trovati tutti molto bene e così avevamo deciso di restare. Questa comunità era un movimento, seppur carismatico anch’esso, molto più aperto, bonario, inserito nella società. Abbiamo potuto cominciare a fare cose mai fatte prima, ad esempio votare, ascoltare musica ed io in particolare ho cominciato a prendere lezioni di chitarra elettrica, perché gli strumenti elettrici erano permessi. Si organizzavano anche dei campeggi con tutta la comunità nei quali c’erano diversi momenti di svago. Con il tempo però ho cominciato a capire che questa apertura era una farsa, un contentino che ti veniva dato ma che alla fine ti venivano chieste sempre le stesse cose. E le idee e i concetti non cambiavano. Così ho deciso di uscirne fuori. E non sarei riuscito ad intraprendere e continuare questo percorso senza l’aiuto della psicoterapia individuale e della psicoterapia di gruppo. Ho trovato persone competenti ed amorevoli. La psicoterapia di gruppo, soprattutto, ha rappresentato una svolta: parlare con altre persone, ognuna con il proprio problema, la propria dipendenza, il proprio disturbo, aprirmi e sentire che non ero il solo a provare sensi di colpa, a sentirmi in balìa di tutto ciò che mi era capitato, è stato fantastico.”

Sai dire ora cosa non ti convinceva di ciò che veniva professato in queste sette religiose?

B: “Queste comunità fanno che ti tolgono tutti gli strumenti per vivere con gli altri e quando poi provi a relazionarti con il mondo rimani inevitabilmente deluso, ma il mondo non è né buono né cattivo, è solo che se non sei preparato il minimo graffietto ti sembrerà una ferita insanabile. La comunità ti fa sentire che nel mondo esterno non hai punti di riferimento, che sei solo e che non puoi fidarti di niente e di nessuno, che non puoi salvarti da solo perché là fuori tutto è crudele e corrotto. C’era poi questa etica della sofferenza per cui se soffri ti sei guadagnato un posto in paradiso, ma se stai bene stai commettendo un atto di superbia. Ho capito in poche parole che la morale che mi era stata inculcata era meglio per me e per l’umanità tutta lasciarla andare il prima possibile, fortemente intrisa com’era di una sensibilità arcaica, maschilista, antiscientifica e dogmatica (quindi refrattaria a qualunque tentativo di dialogo e mutamento) e che una morale derivata dalla ragione umana, elaborata dialogicamente e pronta ad essere rivalutata e migliorata, fosse più auspicabile.”

Credi oggi in Dio?

B: “ È la domanda che mi sono dovuto porre al termine di un lungo cammino e chi mi ha fatto avvertire un forte disagio anche di ordine psicologico e la risposta è arrivata dopo aver affrontato la paura di non accettare la verità che sentivo maturare dentro di me. E quella risposta è no, non credo in Dio, né in un Dio personale, onnipotente, trascendente, né in un Dio immanente nella natura. Facendo ricorso al Rasoio di Occam (principio che suggerisce di non introdurre ipotesi non necessarie) lo escludo dal mio orizzonte. Ne ho investigato la questione sotto molti profili: ho fatto appello alla scienza e il dettame biblico mi è parso assolutamente non all’altezza, dalla teoria darwiniana dell’evoluzione fino alla concezione dell’omosessualità. Ho provato a fare lo stesso con la filosofia, l’antropologia e la sociologia e il risultato è stato sempre lo stesso. Non ho sottoposto a indagine tutte quelle idee che teorizzano un Dio vago e fumoso, e che sembra rispondere alle paure più recondite dell’uomo e che si configura come una proiezione dei suoi desideri.”

Come stai oggi dopo quello che hai passato?

B: “Una cosa che mi viene spesso in mente è il concetto greco di ‘eudaimonìa’ che di solito viene tradotto come ‘la vita buona’, vita buona intesa però non come la vita che è sempre felice, ma la vita piena, che realizza il proprio sé più profondo, più autentico. Ecco devo dire che in questo momento, sebbene le cose non siano sempre serene, sento che sto costruendo il mio personale sé, sento che sto avendo una vita piena e buona nel senso in cui ti ho spiegato.”

Giorgia Andenna

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