È fortemente risaputo che Virginia Woolf  (1882-1941), scrittrice, saggista e attivista britannica, è considerata una delle più audaci scrittrici classiche che ha contribuito a cambiare il ruolo delle donne nella società: Virginia è attivista all’interno dei movimenti femministi per il suffragio delle donne e riflette più volte, nelle sue opere, sulla condizione femminile. Troppo poco viene però rivelato riguardo una delle sue opere più pregnanti e significative sotto questo punto di vista: “Una stanza tutta per sé” (in originale “A Room of One’s Own”), un saggio pubblicato per la prima volta il 24 ottobre 1929, basato su due conferenze tenute dalla scrittrice a Newnham e Girtoncollege femminili dell’Università di Cambridge, nel 1928.

“Una stanza tutta per sé e cinquecento sterline annue di rendita sono le condizioni minime necessarie per la donna che scrive. La richiesta materiale ha una forte, occulta carica metaforica: se la donna è stata per secoli assente dalla storia, cassata, rimossa, se ha avuto la funzione, spaziale, di specchio – ingrandimento dell’uomo, raddoppiamento della figura di lui -, se nel suo corpo-nutrimento gli ha offerto il dono dell’atemporalità, non potrà nascere a sé stessa, alla propria parola, che conquistando il diritto fisico, economico all’inscrizione nello spazio sociale”, questo ci dice Marisa Bulgheroni, studiosa e docente di letteratura inglese e americana, nella prefazione al saggio dell’edizione Feltrinelli. Ma analizziamo ancora più a fondo l’opera, entrando nel vivo delle considerazioni della Woolf: “Per secoli le donne sono state specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata […] questi specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono così enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se queste fossero inferiori, non servirebbero più a raddoppiare gli uomini.” Perché, sostiene la Woolf, se la donna cominciasse, d’un tratto, a raccontare la sua verità, la figura nello specchio rimpicciolirebbe e l’uomo diventerebbe meno adatto alla vita. Come potrebbe continuare, infatti, a legiferare, civilizzare gli indigeni, giudicare, scrivere libri, pronunciare discorsi, se non fosse più in grado di vedersi riflesso più grande di quanto veramente sia? La visione dello specchio è pressoché fondamentale per l’uomo, poiché è attraverso di esso che viene caricata la sua vitalità e viene stimolato il suo sistema nervoso. “Se gliela togliete, l’uomo può morire, come il cocainomane privato della droga”.

Non a caso l’autrice inserisce, tra le occupazioni predilette dall’uomo, quella di “scrivere libri”: che la donna scrivesse non è stato, per lungo tempo, contemplato. La donna doveva essere confinata esclusivamente alle occupazioni domestiche; mai avrebbe dovuto impiegare il suo intelletto in qualcosa che non la riguardasse. Soprattutto in un mondo indifferente. “Il mondo non chiede alla gente di scrivere poesie, romanzi e libri di storia; non ne ha alcun bisogno […] l’indifferenza del mondo, che tanto faceva soffrire Keats e Flaubert e altri uomini di genio, nel caso della donna non era già indifferenza bensì ostilità. Il mondo non diceva loro, come agli altri scrittori: Scrivete se volete; per me è esattamente lo stesso. Il mondo diceva ridendo: Scrivere? A che cosa vi serve scrivere?” Ma ecco che, verso la fine del Settecento, la donna di classe media cominciò a scrivere, incurante delle critiche dell’uomo e del mondo. E questo fu, per la Woolf, un avvenimento addirittura più importante delle Crociate o della Guerra delle due rose: le donne in genere, e non soltanto l’aristocratica isolata, rinchiusa nella sua casa di campagna fra i suoi libri e i suoi adulatori, cominciarono a mettere nero su bianco i loro pensieri.

Poco più avanti nel saggio, la scrittrice arriva a toccare un altro punto fondamentale, ovvero l’inutilità del mettere un sesso contro l’altro e l’auspicabilità alla loro fusione per il bene della creatività: “Tutto questo opporre un sesso all’altro, una qualità all’altra; tutto questo attribuire superiorità a sé stessi e inferiorità agli altri, appartiene a quella fase scolastica dell’esistenza umana in cui ancora esistono “squadre”, e sembra necessario che una squadra riesca a vincere l’altra […] a misura che le persone maturano, smettono di credere nelle squadre”. L’autrice sostiene che ci debba essere collaborazione nella mente, fra la donna e l’uomo, così che possa compiersi l’atto della creazione: un “matrimonio dei contrari” che dia spazio a pace e libertà, seguendo le orme della teoria della mente androgina di Coleridge. “È appunto quando ha luogo questa fusione che la mente diventa pienamente fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà.”
Eppure, cosa farsene di una stanza tutta per sé e delle famose cinquecento sterline?
La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, dagli inizi dei tempi. Le donne, pertanto, non hanno avuto la più piccola opportunità di scrivere poesia. Perciò ho insistito tanto sul denaro e sulla stanza propria, per poter pensare senza l’aiuto di nessuno.”
L’autrice conclude esortando ognuno a dare libero sfogo alla propria creatività e alle proprie ambizioni: “finché scrivete ciò che volete scrivere, questa è l’unica cosa che conta; e se conti per un giorno o per un’eternità, nessuno può dirlo […] vi chiedo di scrivere ogni sorta di libri, su qualunque argomento, senza dubitare, per quanto triviale o per quanto vasto vi possa sembrare […] quando vi chiedo di scrivere più libri vi sto incitando a fare qualcosa che contribuirà al vostro bene e al bene del mondo intero.”

Francesca Moreschini

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