La prima notte di quiete

Immaginate che il Samourai di Melville, sopravvissuto al colpo fatale infertogli alla fine di Frank Costello faccia d’angelo (1968), voglia rifarsi una vita. Provate quindi ad immergerlo in una provincia dominata da un bianco opaco e lattiginoso, in un gruppo di vitelloni goliardi come compagni e con un passato totalmente diverso, più sofferto.

In questo modo avrete in mente l’impressione che Alain Delon (1935) fa col suo cappotto beige per le strade di una Rimini nebbiosa, sonnolenta, disperata. Il paesaggio è in perfetta armonia con l’inquieto Daniele Dominici, che cammina per “quella costiera adriatica che avevo visto l’inverno, quando non c’è l’esplosione del turismo estivo, stretta dal rancore, dalla ferocia, dalla violenza. L’avevo vista, quella violenza dell’uomo sulla donna. La prima notte di quiete (1972, nda) è un film molto legato ad un certo ambiente geografico.(Zurlini)

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Siamo nel 1972: il regista Leone d’Oro per Cronaca familiare (1962) lavora al suo penultimo film con lo sceneggiatore Enrico Medioli che per il melodramma (ancor meglio se turgido) ha talento. Dal soggetto esce un film romanzesco di rapporti sfaldati, denso di simbolismo (cristiano), d’esattezza psicologica nello scandaglio della provincia.

Il Daniele Dominici di Delon è un randagio, supplente in un liceo del capoluogo romagnolo senza passione per l’insegnamento ma capace di slanci lirici. Suo unico svago è ritrovarsi di sera a giocare o andare a troie col colto Spider (un Giancarlo Giannini frizzante), il ricco Gerardo (Adalberto Merli) e Marcello (un Renato Salvatori in fase calante).

Sono piccole distrazioni dai ricordi di un passato che non vuole rimembrare e da un’amante, Monica, che ormai sembra essere nient’altro che uno sbaglio. Il contraltare per questa donna focosa col corpo di Lea Massari è una sua studentessa dall’aria scocciata, apatica e dal viso lunare della ballerina Sonia Petrova: Vanina Abati.

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La ragazza, figlia di una megera resa da una sprezzante Alida Valli, è un “vaso d’iniquità” (Morandini) e attira l’ombroso professore che è spinto a sondare i suoi silenzi e smussarne gli spigoli. Il finale sarà tragico.

Zurlini è regista di genio e disegna il Limbo in cui si muovono i protagonisti con la camera e le luci dense di Dario Di Palma. Il suo romanticismo si traduce in immagini efficaci che fanno risaltare spazi e corpi; in dialoghi che nella prima parte brillano per intelligenza e nella seconda recuperano (anche troppo) in massa, quando i personaggi scaricano gli uni sugli altri il peso dei propri fantasmi.

Film indubbiamente sbilanciato, avrebbe potuto essere gestito secondo un dosaggio più forte nel linguaggio verbale, cosa che avrebbe influito non poco sulla letterarietà del risultato. I riferimenti cristologici che s’addensano verso il finale erano più adatti ad un romanzo che ad una pellicola.

I sentimenti dominano, ma ne La prima notte di quiete la nebbia di Rimini funge da nube tossica che non fa intravedere la Salvezza. Ai protagonisti non restano che momenti densi di significato come la danza della Petrova e di Merli sotto gli occhi di un Delon innamorato, sulle note di Domani è un altro giorno della Vanoni: quella scena è ben più intensa della visita alla Madonna del Parto.

Zurlini è un regista di amori: nelle sue corde non manca mai la freschezza coniugata col realismo, la resa del quotidiano non s’allontana dagli affetti ma ne è potenziata. Suo sbaglio, in questo film divenuto comunque di culto, fu di unire frammenti liturgici al suo spartito.

Questi scompensi, seppur visibili, non tolgono rilievo al fascino del film: bisogna ricordare che fu il figlio di una gravidanza assai travagliata. Il pubblico amò il risultato ed il suo protagonista nonostante tutto:Da lui (Daniele Dominici, nda) nacque una storia molto semplice, divisa fra verità e verosomiglianza, nonché il mio film che amo di meno ma per ragioni del tutto diverse (…). Lo amo meno degli altri perché fui brutalmente costretto dalle circostanze a disamarlo, perché il protagonista – che ne ricavò un trionfo – era l’opposto morale del personaggio e non ne rifletteva che esteriormente la profonda gentilezza e l’inguaribile malinconia. Furono dieci settimane di lavoro massacrante rette sulla forza dei nervi e sull’orgoglio di non cedere, di sofferenza e di amarezza, forse come si può provarle quando si scopre in un figlio molto amato una vocazione di criminale. Nonostante questo fu il film italiano di maggior successo del 1972.” (Zurlini)

Antonio Canzoniere

 

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