La Julie Kohler di La sposa in nero (1968) è certamente sorella della Catherine di Jules e Jim (1962): sono lontane di mezzo secolo, ma il loro desiderio di una relazione assoluta è identico e corteggia, ancor più che figure umane, la Morte.

Il pudore di Truffaut non permette che per le due ci possa essere accusa di morbosità: arriva a risultati cristallini per virtù di tono e stile, rifiutando la foga barocca che altri avrebbero usato per raccontare l’ossessione.

L’amant qui n’est pas tout n’est rien: questa frase di Balzac si applica benissimo alla vedova Julie quanto a Catherine. Entrambe sono raggelate nell’infanzia, non conoscono che l’estremismo dei sentimenti ma è la prima che degli affetti fa una religione con tanto di regole e punizioni per i profani.

Truffaut prese la storia di mademoiselle Kohler (un nome, un programma) dal libro The Bride wore black (1940) di Cornell Woolrich, ma nel salto dalla pagina allo schermo presero il sopravvento il filtro stilistico di Hitchcock e l’eliminazione degli elementi più prosaici nel racconto degli omicidi e dell’inchiesta.

Truffaut non era interessato né ad una storia criminale né ad un racconto giudiziario: aveva in mente un mito in piccolo sulla Vendetta, una <<fiaba per adulti>> (Paola Malanga). Si affida ai colori netti e metafisici di Raoul Coutard per dare l’ambientazione giusta alle azioni di una mente logica, non turbata da rimorso o da instabilità interiore.

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Nell’uccidere i cinque goliardi che hanno portato alla morte suo marito, oggetto amato di una vita, con cui peraltro è cresciuta, Julie non conosce le isterie di una Marnie hitchcockiana. Da sposa innamorata diventa Erinni come se volesse essere al servizio del Dio Amore.

Non fosse nata prima di Tupac, l’assassina col volto sfumato di Jeanne Moreau (1928-2017) potrebbe dire, alla fine delle sue imprese, <<Only God can judge me now>>.

Questo rigore morale la porta a scagionare la maestra ingiustamente accusata al posto suo, a rifiutare le avances del pittore Fergus (Charles Denner). La lucidità, ai nostri occhi quasi sospesa, “fuori dal mondo” della killer protagonista non consente la facile voluttà come il facile scarico della colpa su degli innocenti.

La sposa in nero, ispiratrice della Beatrix tarantiniana, cammina seguendo un’armonia interna, un vettore morale incorruttibile e le musiche di Bernard Herrmann. La misura della sua interprete, in sintonia totale col regista, fa il resto.

 

Antonio Canzoniere

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