Se dovessimo andare a pensare ad un motivetto o una canzone emblema del ventennio fascista del Bel Paese, la prima cosa che ci ritroveremmo a canticchiare sarebbe la celeberrima melodia di Faccetta Nera. Neanche a pensare, proprio a canticchiare. Dite quello che volete, è un motivetto che prende.

Ma soprattutto è Cultura. Forse non la stessa che ci sarà al Salone Internazionale del Libro a Torino ma è pur sempre Cultura.

Scritta da Renato Micheli nel 1935 per celebrare con rinnovata enfasi il periodo coloniale fascista, essa è divenuta nel corso del tempo emblema della gloria conquistatrice del regime ed è motivo d’orgoglio di quei soggetti che a tutt’oggi possiedono a casa un paio di bandiere con svastiche, una copia del Mein Kampf, e un busto del Duce che non fa mai male. La cosa divertente, per quanto sia lecito parlare di divertimento in tale contesto, è che in realtà a Mussolini non è che facesse impazzire. Anzi, a lui proprio non piaceva. Più volte provò a cambiarne il testo, riproponendone costantemente nuove versioni più affini alla visione del Duce, senza successo.

Perché il punto è che Faccetta Nera non sa essere solo razzista, ma anche sessista.

“Faccetta nera, bell’abissina
aspetta e spera che già l’ora si avvicina!
quando saremo insieme a te
noi ti daremo un’altra legge e un altro Re”

Essa rimanda all’idea dell’uomo italiano fascista il quale libera le donne di colore etiopi dalla schiavitù e se ne appropria con un atto di supremazia, di dominazione. Come l’Africa stessa, per secoli considerata come terra vergine da colonizzare e penetrare.

Racconta un’idea di liberazione dell’Etiopia – paese africano che era in quegli anni obiettivo coloniale dell’Italia – in cui ‘si inneggiava a una sorta di “unione” tra italiani ed etiopi’. L’unione era però solo con le donne etiopi, gli uomini ne erano esclusi: era un’unione sessuale e carnale” (The Post)

Non che Mussolini fosse turbato dall’oggettivazione della donna, ci mancherebbe, il problema risiedeva più nell’unione tra la razza italiana e quella etiope, in un contesto storico nel quale di lì a poco sarebbe state emanate le prime leggi razziali.

È impressionante del resto quanto il testo della canzone rimandi ad una visione dell’immigrazione quasi più d’accoglienza di quella attuale.

Faccetta nera, piccola abissina,
ti porteremo a Roma, liberata.
Dal sole nostro tu sarai baciata,
sarai in Camicia Nera pure tu.”

Non pare del resto che il significato originale di Faccetta Nera sia spesso compreso o inteso come tale dagli esponenti dell’estrema destra che lo sventolano assieme alle ideologie sulla purezza della razza.

Però è Storia ed è Cultura.

Il razzismo, il sessismo, e la violenza coloniale sono parte dell’espressione culturale del pensiero dell’epoca.

La deportazione delle donne come oggetti di lussuria, come simbolo della supremazia italiana che è unica via di libertà per le popolazioni africane, è Storia.

Sarebbe, alla luce di ciò, assurda e impensabile una legge che vieti tale libertà di espressione.

Pensate ad una legge che vieti e sanzioni qualsiasi idea fondata sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, che inciti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Pensate ad una legge che vieti e sanzioni ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Tale legge andrebbe contro la nostra Storia, contro questi pensieri e azioni che hanno definito la gloria italiana nella conquista dell’Africa.

Come accettare l’attacco alla Democrazia da parte di tale ipotetica legge? Perché rinunciare alla libertà di pensiero e di espressione del nostro passato?

Forse in Piemonte ne sanno qualcosa. Perlomeno il Sindaco e il Presidente quando hanno deciso di dare mandato di denuncia all’editore Francesco Polacchi, l’editore di AltaForte, la casa editrice vicina a CasaPound, per apologia di fascismo

Il fascismo oggi non è una cosa facile da dibattere sicuramente. La cultura del fascimo non è qualcosa di leggero di cui parlare. E non sarà una cosa facile soprattutto a Torino tra qualche giorno.

Ma sarà sicuramente interessante.

“Mi scusi Presidente, ma ho in mente il fanatismo
delle camice nere al tempo del fascismo,
da cui un bel giorno nacque questa Democrazia
che a farle i complimenti ci vuole fantasia”

Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano

Matteo Caruso


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