Africrazia: tra democratici e tentazioni autoritarie

“Nella nostra tradizione africana, non ci sono mai due capi. C’è, a volte, l’erede naturale del capo, ma qualcuno mi può nominare un solo villaggio con due capi? Ecco perché noi congolesi, nel desiderio di conformarci alle tradizioni del nostro continente, abbiamo deciso di concentrare tutte le energie dei cittadini di questo paese sotto la bandiera d’un solo partito nazionale.”

Queste parole sono di Mobutu Sese Seko e risalgono al 1974. A 45 anni di distanza la nostra percezione del potere in Africa non è cambiata molto. Se Mobutu parla estensivamente di “tradizione africana” è perché per i primi 30 anni di epoca postcoloniale il modello dominante in gran parte del continente era questo: generali, frequentissimi colpi di stato, guerre civili ed ex potenze coloniali che di volta in volta decidevano se appoggiare o avversare il golpista di turno. A tutto ciò concorrevano confini tra gli stati creati artificialmente senza alcun criterio storico o demografico (quindi la tribalizzazione di molti conflitti) e una totale assenza di transizione alla democrazia. Questo paradigma vede la sua fine con la sparizione dei blocchi della guerra fredda, quando le nazioni africane tornano grossomodo tutte sotto la sfera di influenza esclusiva degli ex coloni, che rendono chiaro in più di un’occasione di non gradire l’uniforme militare. Sarà forse per questo che per accreditarsi al mondo occidentale per molti dittatori bastò un giro in camerino, un nuovo abito. È proprio a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 che diversi paesi decidono di spezzare il sistema monopartitico e consentire la partecipazione alle opposizioni. Tra le nazioni coinvolte il Camerun, con Paul Biya, presidente dal 1982, che indisse elezioni aperte e le vinse nel 1992, il Gabon dove il Decano dei dittatori africani Omar Bongo è al governo dal 1967 quando vince le prime elezioni democratiche del suo paese nel 1993 o l’Uganda dove Yoweri Museveni, Capace in più giovane età di rovesciare il tiranno Idi Amin, diventò presidente nel 1986 e dieci anni dopo vinse le elezioni (senza partiti, banditi all’epoca, ma con candidati indipendenti) da lui indette ad inaugurazione di una nuova era democratica. Gli attuatori di questa “rivoluzione democratica” ricevettero il plauso di diversi leader occidentali.

Ad alcuni la recita non riuscì benissimo, come al presidente del Togo Gnassingbè Eyadema, che vince le elezioni con il 96% dei consensi e riesce comunque a far peggio di Teodoro Obiang Nguema della Guinea Equatoriale (unico paese ispanofono d’Africa) che con il suo 97,8% dei consensi diventa ufficialmente il presidente democraticamente eletto più amato di tutti i tempi, a giudicare dal riconoscimento internazionale che in un modo o nell’altro gli viene accordato. Tra tutti gli uomini appena citati, solo i presidenti di Gabon e Togo non si trovano più al loro posto per cause di forza maggiore. Dal 2005 infatti il Togo ha un nuovo leader, Faure Gnassingbè, il figlio di Gnassingbè Eyadema, mentre dal 2009 in Gabon comanda Ali Bongo, figlio di Omar. Mosse anche molto meno audaci rispetto a questi colpi di mano in passato hanno fatto alzare più di qualche sopracciglio in occidente, che invece tramite le sue aziende di stato non esita a intrattenere rapporti economici più che cordiali con i regnanti, nella piena consapevolezza di foraggiare essi e di non essere di alcun aiuto alle popolazioni locali. È il caso, una volta ancora, della Guinea Equatoriale e del Gabon, paesi che fanno affidamento quasi esclusivamente sulle risorse naturali del loro territorio, risorse sterminate a partire dal petrolio. Secondo i dati della Banca Mondiale, Guinea Equatoriale e Gabon sono rispettivamente il primo e il terzo paese più ricco d’Africa per PIL Pro Capite (reale) con 9700$ e 7400$ annui (rispetto a una media di circa 1800$ nel continente), grazie alle royalties versate da Total, Eni, Exxon, Shell e le altre big del petrolio. L’inganno di questi numeri è però dietro l’angolo, e si nasconde dietro altri dati che ci vengono in soccorso, come l’Indice di Sviluppo Umano o l’aspettativa di vita, la mortalità infantile e l’accesso ad acqua e cibo, questi pienamente conformi con la media del resto dei paesi africani (o addirittura inferiori), indice di disuguaglianze abissali, la sublimazione del pollo di Trilussa. Del resto l’inchiesta francese sui “Bien Mal Acquis” svelò l’utilizzo che Teodorìn “Teddy” Nguema Obiang (il figlio influencer del presidente, qui in posa alla casa bianca con i coniugi Obama) fece dei soldi pubblici con la connivenza delle compagnie petrolifere e allo stesso tempo rese noto il patrimonio immobiliare dei Bongo in Francia, del valore di circa 68 milioni di euro.

Ad oggi anche i paesi che sembravano aver intrapreso un percorso democratico sembrano aver frenato e le ragioni sono molteplici, diverse e di natura economica: il capitalismo di oggi non sembra ritenere rilevante la forma politica di chi lo mette in atto, e rispetto a ciò che la storia ci ha fino ad ora detto, non va a braccetto unicamente con le democrazie occidentali.  È per questo che se un paese democratico non riesce a tenere il passo (a causa dei maggiori vincoli) dei Narendra Modi, dei Xi Jinping e degli Erdogan di questo mondo, cresce la simpatia del capitalismo stesso verso questi ultimi, che ad oggi ne perpetrano la forma più efficiente e sfrenata, oltre a investire cifre enormi in Africa. La legittimazione di riforme antidemocratiche diventa una questione da nulla per un presidente africano che si pone come importatore di un modello vincente come quello delle potenze asiatiche. Questo è ciò che avviene anche in luoghi al di sopra di ogni sospetto come il Senegal, dove il presidente Macky Sall sta tentando di eliminare la figura del primo ministro dalla costituzione del paese. Nella stessa regione, in Guinea, il presidente Alpha Condé sta tentando disperatamente di inserire in costituzione un terzo mandato presidenziale (mossa in realtà piuttosto popolare tra i capi di stato del continente) che ne allunghi la carriera, mentre nel Benin in vista delle imminenti elezioni legislative il presidente Patrice Talon ha difatti estromesso i partiti d’opposizione ponendo condizioni di partecipazione impossibili da soddisfare. Questo processo di progressiva concentrazione del potere sembra avere successo un po’ in tutto il globo (Europa inclusa), e il risultato sarebbe un mondo con una piena integrazione economica tra le parti ma forti pulsioni nazionaliste e tensioni tra le nazioni, che in un contesto già frammentato come quello africano potrebbero essere letali.

Joel Paqui

SITOGRAFIA:

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