Immaginate di essere immersi nella Parigi ottocentesca, come normali cittadini che passeggiano per le sue vie.
fermatevi a guardare il tramonto sul lungosenna, una vetrina di una vecchia libreria e l’interno di un caffè. Camminate, tra il rumore degli zoccoli che trainano una carrozza sul pavé della capitale,
Finché non girate un angolo che porta in Place de Grève.
Vedete una folla fuori di sé attorno a un palchetto costituito da assi legno. Urla e invocazioni più varie si combinano e si dilatano. Un delirio generale è calato come un morbo o una droga dal cielo rosa. Il nucleo di questo spettacolo però non è ancora il palchetto dove si staglia inesorabile la ghigliottina. Dalla bocca di un vicolo che confluisce nella piazza compare la carrozza che poco fa fungeva da sottofondo ai vostri passi: si frena e la portiera chiusa cede all’imbarazzo di tutti quegli sguardi aprendosi, lasciando scendere il prigioniero.
La folla si esalta e strepita ancora di più, ma gli occhi del miserabile sono come spenti, non rappresentano più un’anima ma un morto.
Probabilmente non sente niente al di fuori di sé, vede quelle bocche che mutano in forme animalesche ma non fuoriesce alcun suono, i suoi sensi allenati al pensiero della morte si stanno già abituando all’idea.
Ora viene condotto da due gendarmi, mentre dalla folla viene lanciato qualche ortaggio, al palco di legno.
Viene fatto stendere dal boia, con la testa all’altezza di un paniere che dovrà accoglierla. Sopra, la lama triangolare pregusta l’attesa del colpo.
La folla grida, il boia esulta.
Ti avvicini a una persona qualsiasi e chiedi ogni quanto succede una cosa del genere.
Ti viene risposto tre e se va bene anche quattro volte a settimana.

L’ultimo giorno di un condannato a morte, scritto da Victor Hugo nel 1829, descrive tutti i momenti che vive appunto il condannato, dal pronunciamento della sua pena all’ora che precede la sua esecuzione.
In questo breve scritto ambientato a Parigi, che sarà fondamentale anche linguisticamente per i capolavori che verranno dello scrittore parigino, si entra in prima persona nella mente di un borghese (presumibilmente) a cui restano sei settimane di vita da scontare in carcere.
Non sappiamo né chi sia né la sua colpa, in un certo senso Hugo vuole rendere universale il tema a cui si sta riferendo, che non è la storia di un uomo condannato a morte, ma in cosa consiste la condanna a morte. Tutti potremmo essere questo miserabile, che senza nemmeno accorgersene viene allontanato dai vivi verso una dimensione di morte. Qualsiasi segno di bellezza illusoria proveniente del tempo meteorologico o dai ricordi si infrange con l’angoscia disumana provata dal protagonista, il quale è anche vittima di allucinazioni e inevitabili deliri. Una delle fonti di maggior tristezza scaturisce dall’idea di dover lasciare madre, moglie e figlia in un mondo malato e cattivo senza un uomo che possa proteggerle, in questo senso è straziante la scena in cui, dopo un anno, gli è concesso di vedere la sua tenera prole che però non la riconosce.
Se come scriveva Ungaretti “la morte si sconta vivendo”, quella di un condannato è un’agonia non necessaria, in cui viene erroneamente fatto passare nell’immaginario comune che morire sia un battito di ciglia.
Hugo empatizza con chi è più difficile farlo, i reietti e i criminali, entrando nella loro psiche isolata dalle limitazioni del carcere, dando una voce che penetri nella coscienza di chi non vuole sentirsi dire le reali condizioni a cui è sottoposto qualsiasi condannato.
Lo scrittore si scaglia contro una società irrazionale che permette di macchiarsi del reato di omicidio e di eseguirlo come uno spettacolo.
La fede in Dio crolla nel momento in cui si assiste alla monotonia dei discorsi del prete, che preso più dal suo dovere che dalla sua vocazione pronuncia parole vuote e generiche, fatte di sola retorica e di nessuna vicinanza umana.
L’ultima speranza rimane la Grazia, (altra illusione) che può essere concessa soltanto dal Re, massima contrapposizione degli opposti alla condizione in cui giace il miserabile.

Victor Hugo mostra tutto lo sporco, il macabro e il disumano che si cela dietro la pratica della condanna a morte, prendendo probabilmente spunto dal saggio “Dei delitti e delle pene” (1764) di Cesare Beccaria, collaboratore de “il Caffè” dei fratelli Verri.
È il testo più importante dell’illuminismo italiano, in cui vengono per la prima volta apertamente attaccate sia la tortura che la condanna a morte.
Con Hugo, anche la Francia trova la sua autorevole voce contro la pena capitale, purtroppo poco incidente dato che i nostri cugini d’oltralpe si sono liberati di quest’uso solo nel 1981, ufficiandone l’incostituzionalità nel 2007.

Manuel Torre 

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