Un sogno chiamato Florida

Il tono che il regista Sean Baker dà al suo sesto film è quello della fiaba: segno di grande tatto ed intelligenza, soprattutto per essere in armonia con i piccoli protagonisti. Come stratagemma narrativo, questa frizione tra la leggerezza dello stile e la trama fa scintille: la dolcezza va a pari passo con l’orrore e lo fomenta.

Ci si concentra su una madre, Halley (Bria Vinaite, che sembra uscita da un film di Harmony Korine), una figlia, Moonee (Brooklyn Prince) ed il loro mondo, un motel della Florida.

Stanno vicine a Disney World, richiamato costantemente come fosse il castello cui attorno vivono loro, plebee in una slum fuori porta dai colori allucinati. Ironia della sorte, il loro motel si chiama Magic Castle ed il suo manager, Bobby Hicks (Willem Dafoe), è l’unico alleato delle due scapestrate.

La macchina segue soprattutto Moonee nei suoi giochi e nella scoperta di ciò che la circonda, spesso in compagnia dei suoi amici, forse più timidi ma altrettanto ignari del degrado del quartiere.

Baker non desidera l’intrigo di una trama complessa ma l’analisi dei sentimenti e dell’ambiente che la dilatazione delle scene e l’indugio della camera fissa gli consentono.

Si affida agli attori, immersi in location che portano allo straniamento o alla pietà. Per raggiungere un effetto visivo brillante, con colori densi valorizzati dalla sola luce naturale, il direttore della fotografia Alexis Zabe ha fatto ricorso alla pellicola da 35 mm. Se si vorrà ricercare il meglio del suo lavoro precedente, si vada a trovare Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas, magistrale per uso del colore, dei filtri e del grandangolo.

Pur pieno di tensione, il film ha una placidità, una calma sofferta che non si trasforma in freddezza: la camera è spesso ad altezza di bambino, quindi sceglie di adottare il punto di vista dell’innocenza, senza abbassarsi verso l’ingenuità. De Sica ne sarebbe stato felice.

Altri registi, magari d’estrazione europea, avrebbero operato una scelta cromatica livida, virata verso il grigio o fatto uso della camera a mano, senza accordarsi all’ambiente. Baker sa come concentrare l’attenzione con un montaggio efficace che raccorda la frequente fissità con movimenti fluidi della cinepresa.

Questa scioltezza del tocco prende il volo letteralmente nel finale, verso quella Disneyland che è il sogno dei bambini protagonisti e loro rifugio lontano dal mondo e dagli adulti. La chiusura avviene ex abrupto, spezzando il tono di un film che ispira, ancor più che stupore per il mondo descritto, un profondo malessere.

Piuttosto probabile è che parte del pubblico sia divisa sul finale ma il film in sé non viene toccato nella sua forza. Rimane intatto il piacere dato dalle interpretazioni e dall’atmosfera, così come la percezione che, pur con una trama sottilissima, l’effetto sia preciso e tranciante. Baker ha allontanato da sé la facile denuncia: è mosso dalla dolcezza e dalla pietà, non dall’ideologia programmatica che avrebbe appiattito il risultato.

Antonio Canzoniere

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