Lucky: l’addio di Harry Dean

Una brillante tonalità dorata avvolge la cittadina di Piru in California, abbraccia il paesaggio desertico, valorizza gli oggetti come le persone. La fotografia di Tim Suhrstedt fa apprezzare ancor di più i colori del film per il ricorso a pochi movimenti di camera: si preferisce la fissità, di certo utile quando si tratta di dare importanza ai primi piani.

È in senso estetico che Lucky (2017) di John Carroll Lynch (1963) risulta principalmente gradito. Il regista si fa più espositore che narratore: non costruisce, lascia all’atmosfera il compito di definire i personaggi.

Harry Dean Stanton (1926-2017) è il Lucky del titolo, sfruttato come pura presenza che alterna dolcezza a toni burberi, la testardaggine alla saggezza dell’età. Il protagonista di Paris, Texas (1984) non è sconosciuto ai fan di Twin Peaks ed è proprio a quell’universo che il regista di questo film fa riferimento costante.

Il Lynch più famoso, David (che col regista di Lucky condivide solo il cognome, senza parentela), come se non bastasse la presenza del suo attore feticcio, compare nel ruolo di Howard. Il suo personaggio perde una testuggine che era stata per anni il suo migliore amico: un uomo stravagante e allineato, quindi, con l’atmosfera del film.

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La sua presenza benigna vuole rimarcare al contempo il debito e l’affetto che Lucky ha verso uno dei suoi ispiratori. Lynchane sono infatti l’ambientazione weird e sospesa, la stravaganza provinciale, l’attrazione verso l’esercizio spirituale.

Non risulta però esser garante di forza e coerenza: è un film in chiave bassa, che poco sfrutta le possibilità narrative di una drammaturgia più complessa. Il materialismo sorridente e magnanimo di Lucky ne risulta svilito, annacquato: quando il protagonista potrebbe agire e fiorire attraverso l’esperienza, il film lo porta ad essere verboso.

Il talento di Stanton non è spinto verso esiti felici: è la sua naturalezza che garantisce semmai la simpatia del pubblico. Una scena che resta nella memoria in questo film senza mordente è di sicuro quella del canto alla festa del bambino messicano, di grandissima tenerezza.

John Carrol Lynch era alla prima esperienza in regia e questo spiega le mancanze e le occasioni perse del film. Una mano più esperta avrebbe premuto il pedale dell’emozione, applicato scelte estetiche più nette, risolvendo il tutto in un maggiore pragmatismo e slancio estetico.

Di certo è stata un’occasione persa ma rimane pur sempre un modo per vedere un grande attore come Stanton prima della sua scomparsa.

Antonio Canzoniere

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