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Il 22 Marzo, Sadiq Khan, rifugiato pakistano, ha discusso la sua tesi di laurea magistrale in Diplomazia e Cooperazione Internazionale presso l’Università di Trieste. Scappato dai talebani, dopo aver dormito per la prima notte in Italia in una fredda cabina telefonica diviene esempio non solo per i suoi amici richiedenti asilo, ma anche per tutti noi.

 

Potresti parlarci del tuo viaggio dal Pakistan all’Italia e dei motivi che ti hanno portato a intraprenderlo?

Vivevo felicemente in Pakistan, insieme alla mia famiglia, ma dal 2006 la situazione iniziò lentamente a peggiorare, soprattutto per ciò che riguarda la sicurezza. Mio padre era uno dei leader del villaggio, come mio nonno, ma poiché al tempo era anche un soldato della UAE (United Arab Emirates) visitava il Pakistan una volta all’anno per un mese cercando di risolvere i problemi nati in sua assenza. In una di queste dispute del villaggio vennero coinvolti i talebani, che spararono a mio padre nella moschea locale. Da quel momento io e i miei fratelli abbiamo cercato in tutti i modi di avere una vita pacifica. Dopo essermi diplomato iniziai a studiare nell’università della mia città, successivamente chiusa dai talebani perché le materie scientifiche e l’inglese venivano considerate proibite. Mi minacciarono semplicemente perché ero uno studente.

Dopo decisi di trasferirmi in Afghanistan, dove ho lavorato in una società di costruzioni, dato che avevo studiato Ingegneria civile insieme a Relazioni Internazionali. Ingegneria civile non era la mia passione, ma garantiva più opportunità lavorative, mentre Relazioni Internazionali era la mia scelta principale. Dopo aver lavorato per un periodo per il WFP (World Food Program) trovai un lavoro all’UNHCR. Quest’ultimo era il lavoro dei miei sogni e, poiché durante le operazioni militari in Waziristan in Pakistan molti rifugiati si spostarono in Afghanistan, il mio compito era di aiutarli lavorando sul campo. La mia vita sembrava lentamente tornare alla normalità, tuttavia i talebani mi ritrovarono e minacciarano, per via del mio lavoro con UNHCR (un’organizzazione non-musulmana). Chiesi aiuto, ma data la situazione politica e sociale in Afghanistan la mia sicurezza non poteva essere garantita.

Decisi di lasciare l’Afghanistan, nonostante la mia famiglia non volesse che io rischiassi la vita nel lungo viaggio verso l’Europa, ma non esistevano molte opzioni. La scelta è stata dura: restando la mia esistenza veniva minacciata sicuramente, mentre partendo, esisteva comunque un pericolo, ma anche la possibilità di speranza per una vita migliore e sicura.

Attraversai il confine tra Pakistan e Iran, la parte più rischiosa del viaggio, insieme ad altre 15 persone, mentre dall’Iran alla Turchia eravamo circa 80 su un furgone. Da Teheran al confine turco-iraniano ci vollero 12-14 ore e successivamente camminammo dalle 17 alle 11 di mattina tra le montagne. ll percorso era molto rischioso, molte persone, non riuscendo più a camminare, rimasero indietro. Abbiamo visto molti cadaveri lungo la nostra strada. Fortunatamente, non solo arrivammo di notte al confine, ma siccome c’era un temporale riuscimmo ad aggirare la polizia di frontiera. Insieme ad altre 50 persone, mi fermai per 24 ore in una stanza così piccola da non poterci nemmeno stirare le gambe. Ci venne data acqua, sporca e non potabile. Il mio viaggio ricominciò di nuovo su un autobus, diretto a Istanbul, pieno di persone ammassate in ogni spazio libero, per 18 ore. Dopo essere stato 7 giorni a Istanbul, arrivai a Bodrum, un’isola turca. La prima notte provammo subito ad attraversare il mare, purtroppo la polizia turca ci scoprì e rimandò ad Izmir. La notte dopo ci riprovammo. Eravamo 8 persone su una barca non sicura, io ebbi il compito di guidarlo senza averne mai guidato uno. Dopo tre ore fortunatamente arrivammo a Kos, in Grecia, e solo dopo pochi giorni riniziai il viaggio. Ai tempi, le frontiere non erano ancora chiuse, quindi dalla Grecia all’Italia il viaggio non fu troppo lungo. Attraversai sia a piedi che con autobus Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia fino ad arrivare in Austria. Lì mi venne consigliato di chiedere aiuto in Italia, poiché in Germania non accettavano molte richieste di asilo da cittadini pakistani. Il mio viaggio dall’Afghanistan durò un mese e mezzo.

Cosa ti ricordi dei primi momenti in Italia e dei giorni al CARA di Gradisca d’Isonzo?

Arrivato finalmente a Udine, venni aiutato da dei volontari che mi consigliarono di andare a Gorizia dato che lì, di solito, le pratiche di richiesta di asilo venivano esaminate più velocemente. La prima notte a Gorizia fu dura, la polizia italiana mi fermò per prendermi le impronte e una volta che mi fu permesso di andarmene era ormai tardissimo. Non conoscevo nessuno e non sapevo a chi chiedere aiuto, così la notte del 14 novembre 2015 dormì in una cabina telefonica al freddo. La mattina successiva, grazie all’aiuto di altre persone, mi venne detto dove poter dormire e a chi rivolgermi. I quattordici giorni successivi li passai nella foresta vicino le rive dell’Isonzo, visto che le autorità italiane mi dissero che al momento non c’erano posti per potermi ospitare e che la soluzione migliore sarebbe stata quella di cambiare città. Io mi rifiutai e insieme ad altri ragazzi rimasi nelle foreste dove potevamo lavarci nel fiume e cucinare. Dopo questi giorni, venni portato al CARA di Gradisca d’isonzo.

Nel CARA, il Centro Accoglienza Richiedenti Asilo, venivano ospitate altre 600 persone in condizioni pessime, ma pur sempre meglio delle rive di un fiume. Il cibo e i servizi sanitari offerti non erano buoni, tuttavia non avevamo alternative. Lo staff cercava di fare il suo meglio e ci trattava bene, sebbene gli ospiti del CARA superassero ormai la capacità iniziale a causa della crisi migratoria. In una stanza eravamo nove persone. Lo stabile veniva presidiato dai militari che controllavano le uscite e gli ingressi. Era possibile uscire dalle 8 alle 20, non si poteva portare cibo all’interno e bisognava partecipare alla messa della sera. Poiché il cibo era pessimo spesso gli altri richiedenti accendevano fuochi nelle foreste durante l’orario di uscita per cucinare qualcosa. I contatti con gli altri abitanti della città erano veramente pochi, ma grazie all’aiuto delle insegnanti Elena e Sara, ho potuto frequentare un corso di italiano.

L’istruzione ha giocato un ruolo fondamentale nella tua vita, come hai potuto proseguire gli studi?

Quando entrai in contatto con la psicologa Daniela Humar e l’interprete Ionela al CARA, dopo alcune domande sul mio viaggio e la mia vita in Afghanistan e Pakistan, mi venne chiesto se volessi continuare gli studi e ovviamente risposi di sì. Iniziai a fare volontariato al CARA come interprete fino a quando finalmente la mia domanda di permesso di soggiorno venne accolta. Grazie all’aiuto di Danila, Ionela e Laura riuscì a chiedere una borsa di studio all’Università di Trieste. Quando sembrava finalmente tutto stabilizzarsi, mi dissero che dovevo essere trasferito ad uno SPRAR in Sud Italia, ma per fortuna grazie all’Intervento di Daniela venni trasferito a quello di Trieste. Durante il CARA, mi venne offerta la possibilità di fare un tirocinio di un mese e mezzo nella biblioteca dell’International Centre for Theoretical Physics. Grazie all’aiuto di Lucio, il direttore della Biblioteca, del signor Fernando, il direttore dell’ICTP, e del rettore dell’Università di Trieste mi venne offerto un lavoro part-time lì dove venni trattato da tutto lo staff e soprattutto dalla signora Giordana come un figlio. Trovai così una seconda famiglia in Italia. Ebbi inoltre l’opportunità di fare un Erasmus a Cracovia di cinque mesi. Tornato in Italia ripresi a lavorare all’ICTP e poco dopo mi laurerai  alla magistrale in Diplomazia e Cooperazione Internazionale con una tesi sulla Climate Migration in Bangladesh. Tutti erano contenti e felici per me, non solo la mia famiglia, ma anche tutte le persone che mi hanno supportato.

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Quali sono stati i momenti più difficili come studente non solo straniero, ma anche rifugiato?

I momenti più difficile del mio percorso universitario sono sicuramente legati ai giorni al CARA. Poiché non potevo pagarmi i biglietti del trasporto pubblico e gli unici soldi che ottenevo erano con la vendita della ricariche telefoniche che ci venivano date, ogni mattina presto prendevo il furgone che portava i richiedenti asilo alle 8.00 in commissione  e che mi lasciava vicino l’università, nonostante le lezioni iniziassero alle 11. Il primo semestre, se qualcuno mi chiedeva di andare a prendere un caffè rifiutavo, dicendo che non lo bevevo perché da bravo pakistano ero abituato al tè, ma la realtà era che anche quei 50 centesimi a volte per me erano troppi e vitali. Grazie a Daniela e il piccolo aiuto economico che mi dava potevo pagarmi internet, utile per fare compiti e progetti universitari, e i biglietti del treno quando il furgone non andava in città. Durante il mio percorso universitario tante persone mi hanno aiutato economicamente, come Behija e Dora, e alle quali sono veramente grato.

Cosa ti piacerebbe dire agli altri ragazzi richiedenti asilo che vorrebbero proseguire gli studi?

Alcuni ragazzi al CARA mi dicevano che era inutile proseguire gli studi e che bisognava trovare un lavoro per avere abbastanza soldi per vivere, altri invece mi supportavano nella mia scelta e tifavano per me. Oggi, quelli che mi avevano consigliato di lasciar stare l’istruzione, sono ancora alla ricerca di un lavoro, mentre io tramite essa sono riuscito non solo a imparare la lingua, a ottenere rispetto e a integrarmi, ma ho anche finalmente una vita felice. Il vero modo per integrarsi in questa società è lo studio.

Cosa vorresti dire invece ai politici italiani?

Molti dei ragazzi che sono nei CARA vorrebbero studiare, ma spesso non incontrano persone che prendono a cuore la loro causa come ne ho trovate io lungo il mio percorso. il problema non sono solo la mancanza di informazioni e di aiuto nel disbrigo delle procedure, ma è lo stesso status di richiedente asilo a rendere complicata l’iscrizione. Spesso ragazzi che ormai vivono in Italia da anche più di tre anni non hanno il permesso di soggiorno e nonostante gli anni passati le loro pratiche sono ancora in alto mare. Bisognerebbe  quindi rimuovere questi ostacoli burocratici all’iscrizione universitaria e permettere a chi vuole di proseguire gli studi, così da poter poi essere più utili alla società una volta arrivato il permesso di soggiorno. Ho studiato l’impatto delle migrazioni durante il mio corso di laurea e il mio consiglio ai politici è di fare lo stesso. Studiare dove gli altri paesi sono riusciti in modo positivo ad affrontare il tema, può aiutare a creare un modello che funzioni anche in Italia. Gli immigrati possono contribuire al futuro dell’Italia e alla crescita del paese, ma solo se indirizzati e gestiti nel modo giusto.

Grazie Sadiq

Jovana Kuzman

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