Schermo nero

La legna crepita: una fiamma tremula illumina fiocamente la piccola stanza. Fuori scende la notte, ma non mi importa. Non ho più nulla da temere: in questa casucola di montagna, illuminato dalla luce del sole di giorno e dalla fiamma del camino o di una candela di notte, senza alcun dispositivo tecnologico o elettronico, non ho più paura. Sono certo che quassù, isolato dal mondo e dalle sue tecnologie, a contatto con nient’altro che non sia naturale, sono al sicuro. Volevo trovare il modo di parlarne con qualcuno, ma non ne ho avuto mai il coraggio; sono scappato, isolandomi da tutti, perdendo tutto ma ritrovando me stesso e la mia sanità mentale. Ho sbagliato però: tutti devono sapere quali terribili pericoli corrono nell’essere sempre connessi, sempre attorniati da aggeggi tecnologici, sempre con uno schermo sotto gli occhi – solo a pensarlo, adesso, rabbrividisco! Credo sia giunto il momento di lasciare una testimonianza perché, se dovesse succedermi qualcosa, o lui dovesse in qualche modo raggiungermi – non credo sia possibile, qui, avendo eliminato dalla mia vita il bisogno di utilizzare qualsiasi oggetto tecnologico – non voglio che la mia storia venga dimenticata.

*

Un grande negozio di elettronica è uno di quei luoghi in cui un uomo contemporaneo può sentirsi più fuori luogo e anacronistico che in ogni altro: esiste sempre un dispositivo migliore e più nuovo di quello che possediamo già e non si può non sentire quella sensazione di vecchiume e incompiutezza confrontando i nostri apparecchi elettronici con quelli più recenti.

Consapevole e tutt’altro che intento nel combattere questa schiavitù sociale della tecnologia, quel giorno – saranno passati all’incirca due anni, ma il suo ricordo è incredibilmente vivido e mi mette i brividi e mi mozza il respiro – passeggiavo stancamente in uno di questi grandi magazzini dell’elettronica.
Dopo circa mezz’ora passata ad esaminare i cartellini dei prezzi e delle caratteristiche degli smartphone, senza avere il coraggio di chiedere informazioni a nessuno dei commessi, cominciavano a farmi male parecchio gli occhi; le luci fredde dei neon, le luci riflesse dalle vetrinette, le luci colorate di tutti gli schermi accesi: in quel luogo tutto era luce, le ombre sembravano bandite e ciò dava all’ambiente un’aria da laboratorio scientifico, asettico, pronto a inghiottirti, rinchiuderti in una gabbia e usarti come cavia ai fini di qualche terribile esperimento. Quel malessere doveva essere per me un indizio, ma fui troppo stupido, troppo ingenuo, a non comprenderlo.

Scorsi, quasi per caso, vagando con lo sguardo stanco per il negozio, un angolo in penombra: i neon di quella zona dovevano essersi fulminati per qualche motivo e lasciavano in ombra soltanto un piccolo totem rosso che sorreggeva uno smartphone con lo schermo acceso. Senza uno scopo ben preciso, iniziai ad avvicinarmi. Cominciai anche ad avvertire un stridio ad altissima frequenza che aumentava di intensità con il mio procedere verso il totem. Giunto in prossimità del totem quel fischio stridulo divenne quasi insopportabile: la mia attenzione però era tutta attratta dallo smartphone: il suo schermo proiettava l’immagine di una scrivania in penombra e su di essa era posto un monitor di un computer con lo schermo completamente nero. Incuriosito presi il telefono tra le mani per esaminarlo, girandolo sul dorso e scorrendo con i polpastrelli la sua superficie: era liscio, come se fosse ricoperto di vetro, ad eccezione dei pulsanti presenti sui bordi del dispositivo; probabilmente durante questa operazione, inavvertitamente, pigiai il pulsante per spegnere lo schermo dello smartphone oppure questo si spense da solo, non saprei dirlo con esattezza. Ad ogni modo avvenne che, girando di nuovo lo smartphone per osservarlo frontalmente, mi ritrovai di fronte il suo schermo nero.

Fu in quel momento che lo vidi per la prima volta.
Un brivido freddo, di morte, percorse la mia schiena.
Avrei voluto urlare, la mia bocca era serrata, bloccata, trattenuta come da una morsa invincibile, al pari dei miei muscoli pietrificati da uno sguardo di medusa.
Lui era lì, in un angolo di quel display nero, a osservarmi con i suoi occhi di brace, nei quali vorticava un abisso di oblio e disperazione. Ghignava, con una smorfia ripugnante, mostrando delle lunghe zanne aguzze che penetravano nelle sue stesse carni, facendone fuoriuscire piccoli fiotti di sangue denso e bruno, che colava orribilmente lungo la sua dentatura, stemperandone l’accecante biancore.
Non sembrava possibile poter sfuggire ai suoi occhi: questi sembravano estendersi all’infinito, inghiottendo tutta la luce dell’ambiente, avvicinandosi, lenti e inesorabili ai miei, guidandomi a forza in un tunnel oscuro, senza alcuna via di uscita.
Inesorabilmente caddi dentro di lui, inghiottito dal suo sguardo, e credetti di discendere all’Inferno.

Non so descrivere con precisione che cosa accadde: ricordo però di essere paralizzato, mentre delle figure nere, come ombre,  avviluppavano il mio corpo e lo straziavano, facendomi impazzire di dolore e terrore. Ero certo che, con quegli ultimi strazianti momenti, stesse terminando la mia vita: inerme e disperato, assistevo a questo inevitabile destino.

Poi, improvvisamente, la luce.
Un capannello di persone mi circondava e io giacevo, inerme e implorante, sul pavimento freddo del negozio. Un giovane commesso mi scuoteva, dicendomi che andava tutto bene e che presto sarebbe arrivata un’ambulanza.
Ben presto, fu tutto di nuovo buio.
Mi svegliai, probabilmente la sera stessa, in una camera d’ospedale. Un medico mi diceva che avevo avuto una terribile crisi di nervi ma che, dati i risultati delle analisi e degli accertamenti, godevo di perfetta salute e che, molto probabilmente, era stata dovuta unicamente da un forte periodo di stress.
Perché non dissi tutta la verità? Probabilmente nessuno mi avrebbe creduto e anche voi, quando leggerete questa mia raccapricciante storia, dubiterete della sua veridicità. Mi limitai ad annuire ed egli mi confermò che l’indomani sarei stato dimesso.
Il dottore mi parlava ancora ma improvvisamente mi sentii rabbrividire, di nuovo in preda ad un inspiegabile malessere: mi sentivo osservato, ma stanza eravamo presenti solo io e il dottore.
 – Va tutto bene? – mi chiese premurosamente.
 – Sì, sì, soltanto ancora un po’…
Le parole mi morirono in bocca. Il mio sguardo nervoso e impaurito si posò, quasi per caso, sullo schermo nero del televisore sulla parete alle spalle del dottore. Non oso immaginare quale fosse la mia espressione in quel momento: vidi il dottore cambiare cera, diventare pallido e guardarsi istintivamente alle spalle, come per difendersi da un pericolo incombente. La sua reazione non fu però quella che mi aspettavo: quando si girò egli aveva recuperato il colorito e sembrava assai calmo, in pieno controllo di sé.
L’evento, invece di placare il mio terrore, lo fece crescere ancora di più: il dottore non lo vedeva, ma luilui era lì!
In un angolo dello schermo nero del televisore i suoi occhi fiammeggianti mi scrutavano, pronti a inghiottirmi di nuovo.
Distolsi lo sguardo e, abbassandolo di colpo, presi a fissarmi le mani che non riuscivano a smettere di tremare.
 – Avrei bisogno di guardare un po’ di televisione… – aggiunsi con voce incerta.
 – Ne è sicuro? – mi chiese dubbioso.
 – Sì, sì… Nient’altro, davvero…
Non osavo alzare lo sguardo: non potevo rischiare di incontrare quegli occhi!
 – Va bene, per qualsiasi bisogno chiami pure un’infermiera. Arrivederci. – disse, posando il telecomando del televisore tra le mie mani.
Premetti di slancio il pulsante rosso dell’accensione: con la coda dell’occhio vidi il televisore accendersi ed emettere luce, mentre un’acuta voce femminile annunciava le previsioni del meteo. Restai con lo sguardo basso, immobile sulle mie mani che impugnavano il telecomando come un’arma, ancora per qualche minuto. Non trovavo il coraggio per guardare quello schermo, ora illuminato dalle immagini. E se lui fosse stato ancora lì? Che cosa avrei fatto? Sarei ricaduto nel suo abisso? E se nessuno mi avesse svegliato stavolta? Sarei riuscito a svegliarmi e a sfuggirgli? Oppure sarei rimasto suo prigioniero? Dio mio, che momenti, che indecisione, che terrore!
Trattenni il respiro e alzai gli occhi di colpo sul televisore.
Una signorina, vestita di rosa pallido, comunicava che domani ci sarebbe stato il sole.
Lui non c’era. Tirai un sospiro di sollievo.
Tenni la tivù accesa per tutta la notte e la mattina seguente, finché non fui dimesso.
Da quel momento la mia vita non è stata più la stessa.

Da quel giorno ogni volta che il mio sguardo si sarebbe posato su uno schermo nero avrebbe visto quel ghigno e quegli occhi di fiamma, pronti a inghiottirmi e torturarmi fino all’ultimo respiro. Capite bene che la mia vita divenne impossibile; lui era sempre in agguato, pronto a materializzarsi in ogni display spento: degli smartphone, dei televisori, dei computer, dei forni a microonde, di qualsiasi dispositivo elettronico!
Quanti schermi incontriamo, con il nostro sguardo, ogni giorno? Pensateci bene: tantissimi. Pensate che cosa possa significare rischiare la morte – oh, non una morte qualsiasi, una morte atroce, soffocante e straziante! – ogni volta che i vostri occhi si posano su uno schermo nero: veder comparire quegli occhi, quel ghigno sanguinario e sentirsi paralizzati, senza poter muovere nessun muscolo, sentirsi bruciare e mordere le carni e sentirsi sempre più deboli, mentre un terribile stridio cresce sempre più, fino a coprire persino il battito del vostro cuore…
Non sapevo che cosa fare:  nessuno, all’infuori di me, poteva vederlo. Soltanto io, per qualche oscuro motivo, ero stato scelto per questo supplizio. Che cosa fare allora? Nessuno mi avrebbe creduto!

La sera seguente, appena mi dimisero dall’ospedale, tornai a casa: gettai lo smartphone nella tasca più remota della giacca, presi un taxi e, sempre tenendo lo sguardo basso per non rischiare di incontrare con gli occhi nessuno schermo nero, mi feci lasciare davanti al mio portone.
Girai la chiave nella serratura e, non appena fui in casa, una tempesta di stridii acutissimi e insopportabili mi fece sussultare: sudavo freddo, rabbrividivo, barcollavo e trattenni a stento un conato di vomito mentre, arrancando mi richiudevo la porta alle spalle. Ero terrorizzato: non osavo alzare lo sguardo dalla punta delle mie scarpe.
Lui era lì, nello schermo nero del televisore della salone, nello schermo nero del computer portatile aperto sul tavolo, nello schermo nero dello smartphone nella tasca della giacca, nello schermo nero della lavatrice in bagno, nello schermo nero del microonde in cucina.
Lui era lì, ancora, pronto ad inghiottirmi di nuovo.

Avrei voluto gettarmi a terra, cavarmi gli occhi dalle orbite e perforarmi i timpani con uno spillo, ma non so con quale forza mi trattenni. Sentivo i suoi occhi su di me, il suo orrido sguardo mi accompagnava in ogni mio movimento in casa e quel sibilo mi raschiava le ossa, facendomi accapponare la pelle e serrare i denti fino allo spasimo.
Le mani incespicavano sui pulsanti di accensione, ma riuscii nel mio intento.
Per primo accesi il televisore poi, sempre tenendo accuratamente gli occhi chiusi, accesi lo smartphone, poi il portatile, poi il microonde e infine la lavatrice.
Riaprii gli occhi: lui non c’era. Disattivai ogni impostazioni di risparmio energetico: tutti gli schermi dovevano restare accesi, ad oltranza, per tutta la notte.
L’indomani, forse, avrei trovato una soluzione.
Mi gettai esausto sul divano: ero sfinito dalla tensione e il sudore mi imperlava ancora la fronte e mi teneva appiccicata la camicia sulla pelle. Mi feci forza e mi alzai dal divano: una bella doccia mi avrebbe rimesso al mondo.

Mentre l’acqua calda scorreva sulla mia pelle, portando con sé il sudore e la tensione accumulata nelle ultime ore, mi sentivo stranamente tranquillo e persino euforico: dopotutto, per il momento, sarebbe bastato tenere tutti i dispositivi accesi per tenerlo lontano.
Non riuscivo, e forse neanche volevo, pensare a come avrei fatto nella vita quotidiana: ero felice perché quell’incubo, almeno per il momento, era sospeso.
Ma, come ho poi imparato a mie spese, proprio nei momenti di maggiore tranquillità e sicurezza di se stessi si celano i più grandi pericoli. Accadde qualcosa di imprevisto e la situazione, inevitabilmente, precipitò: tutta l’euforia divenne, ancora, terrore e disperazione.

Si era ad inizio primavera: il giorno precedente, quello della mia sventura al negozio, era stato mite e il cielo, senza una nuvola, aveva messo tutti di buon umore; il giorno seguente, uscendo dall’ospedale, avevo notato come il tempo fosse cambiato: pesanti e minacciosi nuvoloni neri ingombravano il cielo, non promettendo nulla di buono; i miei problemi, al momento, come potrete facilmente immaginare, erano ben altri e purtroppo non vi diedi troppo peso.
Un lampo, improvviso, seguito da un boato, illuminò a giorno il bagno, facendomi sobbalzare nella doccia. Poi, fu tutto buio. Cominciava a piovere: lo scrosciare della pioggia sul vetro si mescolava alle sirene degli allarmi impazziti in lontananza. C’era un blackout in corso.
Mantenni la calma: in bagno, seppur senza elettricità e completamente al buio ero al sicuro. Indossai l’accappatoio e rapidamente uscì dalla doccia. Sentivo, al di là della porta chiusa del bagno, quel terribile stridio crescere d’intensità: lui era lì, ancora, e si era ripreso tutti gli schermi della casa.
Risi nervosamente, per stemperare la tensione. Passarono infiniti secondi: speravo che tornasse l’elettricità il prima possibile, mentre sentivo quell’orribile sibilio avvicinarsi e crescere d’intensità. Rabbrividivo ma, per darmi coraggio, presi ad ostentare sicurezza e iniziai a urlargli contro: “Tu non esisti! Tu qui non puoi arrivarci! Tu sei soltanto uno schermo nero!
Lo stridio aumentò ancora. Poi d’un tratto capii: la mia sicurezza mi avevo reso negligente. Fui scosso da un tremito incontrollabile, come un edificio percorso da una scossa sismica: i capelli e tutti i peli del mio corpo si drizzarono di colpo e il cuore, impazzito, sembrava volesse uscirmi dalle orecchie. Lo stridio era insopportabile: ebbi un conato di vomito che, stavolta, non riuscii a contenere; presi a torcermi le orecchie, cercando di porre rimedio a quel suono infernale.
Lì, nel buio, nello schermo nero di una vecchia radiosveglia che avevo persino dimenticato di avere, i suoi occhi mi fissavano orribilmente e, prima che potessi rendermene conto, fui di nuovo inghiottito in quell’abisso.

Non so che cosa sia accaduto dopo: ricordo solo che giù, in quell’abisso, avevo le gambe incatenate a un muro di roccia e infinite ombre si avvicinavano, lente e inesorabili a me, pronte a straziare il mio corpo con infiniti dolori; ricordo che in mano avevo una sega e che l’unica opportunità che avevo di sottrarmi a quel supplizio era tagliarmi gli arti. Ricordo il dolore della lama che penetra nella carne e stride sulle ossa, il sangue caldo che schizza sul mio viso; ma soprattutto ricordo quegli occhi e quel suo ghigno e il suo sguardo soddisfatto mentre mi mutilavo.

I miei vicini, spaventati dalle urla orribili che provenivano dal mio appartamento, sfondarono la porta per capire che cosa stesse accadendo. Mi trovarono sul pavimento del bagno, nudo, in una bagno di sangue, mentre con una sega tentavo di mutilarmi la gamba destra all’altezza del femore; la sinistra era già stata tagliata. Inutile dire che non sono un appassionato di bricolage e che, in casa, non ho mai avuto nessun attrezzo, né tantomeno una sega.

*

Fui trasportato d’urgenza in ospedale e sono salvo per miracolo: la gamba sinistra è andata e al suo posto ho una protesi, mentre la destra, fortunatamente, funziona ancora. Mi fu diagnosticata l’infermità mentale: fui sospeso da ogni attività lavorativa e trasferito in un ospedale psichiatrico, nel quale, urlando e strepitando, fui tenuto lontano da ogni dispositivo elettronico. La mia famiglia, semplicemente, mi ha abbandonato, rifiutandosi di accudirmi: persino mio fratello mi ha rifiutato, affermando che sarei potuto essere un pericolo per la crescita dei suoi due bambini; se ci fossero stati mamma e papà sarebbe stato tutto diverso ma, ahimé, ormai riposano da tanti anni. Vendetti tutte le proprietà e, una volta dimostrata la mia sanità mentale, acquistai questa piccola casa in montagna nella quale vivo da solo, isolato dal mondo, lontano da ogni forma di tecnologia.

Questa, per quanto inverosimile possa sembrare è la mia storia: so già che molti di voi leggendola rideranno, prendendola per un mucchio di fandonie inventate da un pazzo ossessionato dalla tecnologia. Per quanto possiate riderne, però, questa è la mia storia e ne porto i segni, ben visibili sulla mia pelle: tenetelo a mente voi scettici quando la leggerete ridacchiando e, una volta terminata la lettura, pensateci bene prima di spegnere lo smartphone, il tablet o il computer e posare i vostri occhi sul suo schermo nero.

Danilo Iannelli

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