Il 2 ottobre 2018 Mimmo Lucano, sindaco sospeso di Riace, è stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta rifiuti e messo ai domiciliari. Due settimane dopo, il 16 ottobre, gli sono stati revocati i domiciliari, ma gli è stata inflitta una pena ancora più dura: il divieto di dimora a Riace. Tre giorni fa, però, la Cassazione si è espressa riguardo le accuse mosse nei confronti del sindaco e l’esilio che sta scontando da ormai quasi sei mesi, demolendo completamente l’impianto accusatorio della procura di Locri. Riguardo l’accusa di presunti illeciti nella gestione del servizio di raccolta di rifiuti, per la Corte Suprema non ci sarebbero elementi e prove a carico: non solo l’appalto è stato affidato in modo del tutto lecito – e nel formulare le accuse i magistrati calabresi non hanno dato importanza ad elementi situazionali fondamentali, come il fatto che solo le due cooperative scelte erano fornite di asinelli per la raccolta, come si era deciso precedentemente -, ma è stato fatto seguendo una specifica e chiara legge che consente “l’affidamento diretto di appalti in favore delle cooperative sociali finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate a condizione che gli importi del servizio siano inferiori alla soglia comunitaria”. O in poche parole: Mimmo Lucano non ha preso un soldo né favorito nessuno. Né tanto meno avrebbe combinato matrimoni di comodo favorendo in modo illegittimo e illegale alcuni migranti nell’ottenere il permesso di soggiorno. Per quanto riguarda il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, invece, l’accusa gli era stata mossa sulla base di un tentativo fallito di Lucano di far arrivare in Italia il fratello della sua compagna Lemlem: a questo riguardo la Cassazione ha sottolineato la presenza di una relazione affettiva tra i due come elemento fondamentale da valutare.

Mimmo Lucano, non appena saputa la notizia, ha detto “Io mi difendo nel processo, non dal processo”.

Perché è così che funziona: chi è sicuro di essere innocente lo dimostra in un processo e non evitandolo. E Mimì è sicuro di aver agito per il bene altrui, di altri essere umani che come lui hanno diritto alla vita e alla dignità. È un’Antigone che alla legge scritta non oppone la legge divina, ma quella umana non scritta, contro Salvini che, però, non è un Creonte, non agisce per il bene della sua comunità, non mira a seguire e a far seguire la legalità. Una resistenza sociale la sua, un’alternativa sociale e culturale al dominio delle famiglie mafiose, per cui è pronto ad affrontare qualsiasi pena. Nell’Apologia di Socrate, che si è sottoposto ad un processo e alla conseguente pena di morte senza tentare di sfuggirle – «Non voglio scappare, non bisogna mai commettere un’ingiustizia nemmeno quando la si riceve.» –, si leggono quelle che sarebbero state le sue parole: “Vada come sta a cuore al dio. Alla legge si obbedisce. Difendersi si deve”. E Lucano questo lo sa: se ha sbagliato, se ha agito davvero contro la legge, avrà la sua giusta condanna. Ma lui sta già scontando una condanna prima ancora che si abbiano le prove, pagando l’esilio per aver seguito la legge della compassione.

E così in pochi gesti e in poche parole il sindaco di Riace, che da solo si classifica tra gli ultimi, gli stessi che aiuta, tra i deboli, tra i nessuno di cui altrettanto nessuno si preoccupa finché non si tratta di propaganda politica, esce, al momento idealmente, a testa alta da accuse mirate a far desistere la resistenza sociale nel nostro Paese e quel naturale istinto di umanità da cui ogni essere umano dovrebbe essere mosso.

Mimmo Lucano è stato un Socrate. Salvini rimane un codardo.

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