Il poeta, salvo poche rare eccezioni, che altrettanto confermano questa regola, è un insoddisfatto. Poiché quando non è così, non è mai una persona semplicemente consapevole del suo talento, ma un esteta, il protagonista di un romanzo che ha per titolo il suo nome: e chi può negare che questa stessa tensione non sia indice di una recondita insoddisfazione?
Tra questi due estremi in cui la distanza si annulla, il filo conduttore di questa condizione letteraria che poi si trasforma in condizione umana è la parola.
Quel che si legge a poesia compiuta non è nel testo, ma in ciò che non si è espresso.
Bisogna sdoganare l’immagine del poeta che scrive soltanto in preda a qualche ispirazione divina: lo sforzo poetico, che all’apparenza può sembrare artificiale, consiste nello spremere qualunque dato, oggetto, sfumatura del reale, e ricavarne un senso. Esso consiste in un lavoro emotivamente massacrante, che culmina nella stanchezza, una parvenza di apatia verso la stessa parola che si è scritta, perché magari falsa o inadatta. Da ciò nasce un’altra delle operazioni che accomuna il fondo psicologico di ogni poeta: la revisione. Se gli fosse vietato antecedentemente di ritornare su un suo scritto, sarebbe molto probabile, per non dire certo, che esso rimarrebbe incatenato alla sua sedia senza porre mai un punto definitivo alla sua opera, lasciandola scorrere sui fogli infinitamente per la paura di essersi frainteso.
Quel che si trascrive è il lascito più esterno della coscienza che si accinge a scavarsi in fondo, il dettato di una sensazione che perennemente circola: una poesia non si stacca mai dal suo autore, entrambi sono destinati ad essere influenzati reciprocamente l’uno dall’altra.
La ricerca di questa parola assoluta segna il percorso dell’uomo-poeta, che vive ogni istante nel tentativo di scardinare ogni occasione, cercando di applicarsi nello sguardo un fendente invisibile che soverchi la realtà.
Questa ricerca si traduce in quel malessere che ha colpito chiunque si sia messo a fare poesia, che a volte diviene un’ossessione, ed è per questo che non si sceglie con presa coscienza di divenire poeta, perché forse se si sapesse delle conseguenze che comporta uno sforzo tale, simile al subire un effetto Larsen che punge acutamente tutti i sensi, con l’unica differenza della sua silenziosità, nessuno vi si accingerebbe.
Si comincia con la voglia di esprimersi e tutt’a un tratto il mondo e il suo fondo misterioso si trasformano in un codice che allo stesso tempo si mostra e si cela.
Al mistero e all’incertezza della vita comune si sovrappone dunque quello che è il supplemento di un’altra esistenza che vive entro i limiti dell’io, con tutte le sue conseguenze.
Ma è forse nell’epoca contemporanea la poesia di Eugenio Montale “Non chiederci la parola” quella in cui si colloca perfettamente lo stato d’animo postumo alla scrittura del suo autore, fatto di insoddisfazione. Eppure in questa resa risiede qualcosa che va oltre il non dire nulla: ovvero che spiegare il modo in cui il tutto non si può dire, perché inesplicabile, e forse inesistente, è la chiave per dirlo.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


L’unica sicurezza in questo magma ribollente è l’unicità della poesia.
Grazie alla soggettività di cui è ricco il mondo, la manifestazione poetica è varia e a se stante come i fiocchi di neve che si creano nel cielo, che come diversamente si formano, lievemente allo stesso modo si sciolgono sulla terra, distillandosi al di sotto della sua superficie così come le parole di una poesia sono destinate a toccare un’anima.

Manuel Torre

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