Il bello di fare lettere è che molto spesso ti pone davanti letture obbligatorie per gli esami, le quali possono trasformarsi in esperienze sorprendenti altrimenti inesplorate.
In questo esame, quello di letteratura contemporanea, tra gli altri testi spicca per contenuto e critica “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” (1916) libro di Luigi Pirandello, che per fama postuma impallidisce rispetto alle opere “Sei personaggi in cerca d’autore” (1921) e “Il fu Mattia Pascal” (1904).
Questo gioiello letterario si pone come una forte critica al positivismo dirompente di quei tempi, basandosi sulla contrapposizione tra cinema, visto come finzione della finzione, in cui viene meno il rapporto complementare col pubblico, e teatro, che rappresenta l’arte della rappresentazione nella sua versione pura. Tutto il dissenso di Pirandello verso la settima arte, di cui fu il primo a capire le dinamiche da industria ed estranianti (in un articolo sul Corriere della Sera del 1929, scrisse che il grande peccato del cinema era quello di voler imitare appunto il teatro), viene sintetizzato nel personaggio di Serafino Gubbio, verso la quale si sofferma questa riflessione. Di mestiere fa l’operatore, ovvero colui che gira la manovella atta a catturare le immagini della scena. La storia che si svolge nel presente di Serafino in realtà è quella di una grande ombra irrisolta del passato, partendo dalle sue aspirazioni umaniste mai soddisfatte, fino alla famiglia rovinata dalla morte presso la quale lavorava come insegnate. Ed è proprio questo nucleo narrativo quello in cui si svolge la vicenda, con vari intrecci. Uomo atemporale di una società che va veloce senza prendere più in considerazione i sentimenti umani, alienato a tal punto dal suo mestiere che finisce col divenire un essere impassibile, Serafino vive della sua mano che gira annichilendo ogni passione superflua, tanto da essere chiamato col nomignolo di “Si gira” (che era anche il nome originale del romanzo). Vive in un costante stato di repressione, come se dando adito alle sue reali aspirazioni possa sovraccaricarsi. Il personaggio inoltre sembra del tutto futile ai fini della vicenda, ed é qui che il destino di operatore gli si applica totalmente, compiendo con le sue analisi minuziose sulla coscienza altrui dei giri di manovella nella vita reale, in cui lui è sempre posto dietro lo svolgimento delle azioni. Solo una volta, all’interno del breve romanzo, sembra accendersi una fiaccola che fa avvertire Serafino come uomo ancora capace di innamorarsi, salvo poi dover per l’ultima volta ritirarsi dal campo oramai appassito delle emozioni, sempre per colpa di un esponente del cinema, ovvero un attore.
Ancora, vive un dramma logorante a tal punto da non far più male, che lo rende apparentemente apatico, cosa che in realtà è scaturita proprio dalla sua avvilita sensibilità: troppo ampia e coscienziosa della soggettività del reale in tempi così consumatori.
La vicenda si svolge tra ricordi idilliaci ormai inaccessibili e un futuro senza illusioni e promesse di felicità.
Serafino è disilluso perché è un uomo che ha accettato con parvenza di passività quello che la vita gli ha offerto, mantenendo dentro di sé la sua verità, tappando ogni fuoriuscita; col crollo di ogni aspettativa della gioventù osserva scorrere la vita, o meglio, quella spacciata per tale, con l’unica sua (anti)passione rimasta: l’impassibilità.

I Quaderni sono molto più che il personaggio di Serafino, ma qualcosa che in poche pagine tratta argomenti che spaziano dala cattiveria umana, alla nostalgia, la morte, la religione e la società. Carico di un impianto profondamente simbolista e allo stesso tempo intuitivo, con uno stile che alterna dialoghi incalzanti e polifonici a riflessioni universali, il libro è un piccolo capolavoro capace di trasportare il lettore nel purgatorio della soggettività Pirandelliano.

Manuel Torre

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