È difficile dare un’interpretazione ad American Gods, poiché, al contrario di quanto si pensi, riflette su molte questioni diverse tra loro, attualizzandole. Ed è proprio questo il grande merito di Gaiman: essere riuscito in un’analisi antropologica (sotto forma di romanzo fantasy) che riprendesse aspetti remoti e quanto mai catacretici.
Perché l’America, vista con gli occhi di un europeo, non può che apparire il luogo perfetto per lo svelarsi di certi meccanismi a noi ormai abituali; un vivaio vario ed eterogeneo dove la modernità è nata e si è sviluppata senza il velo di secoli di tradizioni radicate. Ma lo fa senza immischiarsi nelle faccende del quotidiano; porta il suo ragionamento ad un livello diverso, paradigmatico: la sua è una narrazione delle idee, delle tradizioni e dei comportamenti che da sempre l’uomo attua (e dai quali viene inevitabilmente influenzato). Al centro di tutto vi è il sorpasso della tradizione da parte della modernità, l’avvento di nuovi “dèi”, che si sostituiscono a quelli vecchi.

Vecchi dèi che nell’America contemporanea fanno fatica a sopravvivere, poiché l’uomo non è più disposto a sacrificarsi per loro: ed è qui che entra in scena la riflessione di René Girard. Nel suo saggio sul sacrificio (trad, it. Claudio Tarditi, a cura di Pierpaolo Antonello, Raffaello Cortina, Milano, 2004), Girard riprende temi a lui cari come il desiderio mimetico e il capro espiatorio, trasferendoli nell’analisi e nel confronto del sacrificio nella tradizione vedica e in quella cristiana.

I Brāhmana sono al centro della sua riflessione, poiché il loro tema rientra pienamente negli interessi dell’antropologo francese: non una riflessione sui meccanismi del sacrificio, quanto la messa in rilievo del sacrificio come disinnesco della rivalità mimetica fra deva e asura (dèi e demoni). Il sacrificio, per Girard, è il meccanismo che struttura, costruisce la civiltà.

Per porre fine ad una rivalità che sarebbe distruttiva, che annullerebbe l’intera comunità, c’è bisogno di un capro espiatorio: un individuo che diventi il fulcro del risentimento dell’intera comunità, che concentri su di sé tutta la violenza e, attraverso il suo sacrificio, liberi la comunità da quella tensione che porterebbe alla distruzione (in questo caso, nota Girard, la rivalità viene messa da parte e gli individui fra loro in lotta uniscono le forze contro un nemico comune: è il mimetismo stesso che sceglie il capro espiatorio, che unisce i rivali e favorisce il prolificarsi di un “odio riparatore”. Ciò che il desiderio mimetico divide, l’odio riparatore unisce). La particolarità di questo processo è che poi la vittima si sveste del suo status di nemico per indossare quello di salvatore, grazie a quella “forza riconciliatrice” (così la chiama Girard) innescata dal suo sacrificio: riconoscimento da parte della comunità del suo ruolo salvifico.

Questo meccanismo si riflette solo in parte nel romanzo di Gaiman: Shadow Moon, il protagonista, viene conteso da entrambe le fazioni (vecchi e nuovi dèi): è lui l’oggetto del desiderio, la vittima sacrificale e, infine, il salvatore. Ma la sua funzione salvifica non si assolverà nel suo sacrificio, poiché esso avrà un effetto sterile (sarà bensì la sua scesa in campo, lo svelamento dell’inganno a porre fine al conflitto): la sua morte sarà solo un inganno, conseguenza (architettata) del sacrificio di Mr. Wednesday. Poiché sarà proprio la morte di Mr. Wednesday a dare il via a quella guerra, a quel “sacrificio di sangue” che non dovrà solamente rompere (per poi ristabilire) l’ordine, ma soddisfare i “desideri ontologici” dei due manipolatori. La rivalità mimetica, qui, è soltanto apparente: viene giocata dall’accordo fra Mr. Wednesday e Mr. World, diventa un falso pretesto per dare il via ad un cambio di paradigma. Manca completamente quell’accordo tra nemici (piuttosto qui si ha un “accordo fra soci”: due malfattori che cercano di ingannare un’intera comunità solamente per soddisfare i propri scopi) che unisce nell’odio verso un nemico comune.

La funzione del sacrificio in Gaiman sembra ignorare del tutto quell’aspetto mimetico che invece in Girard è prevalente: non c’è alcuna rivalità, alcuna tensione mimetica dovuta ad un desiderio comune. In American Gods ogni atto sacrificale ha la funzione di uno scambio, è un prezzo da pagare.

E così lo è anche la genesi di Hinzelmann: nonostante le fasi del suo sacrificio vadano di pari passo con quelle analizzate da Girard – un bambino prima sacrificato dalla comunità e poi reso reliquia (dio) per finire poi quasi dimenticato (coboldo) -, non vi è alcun mimetismo, alcuna rivalità che generi l’atto sacrificale. Tutto viene fatto per evitare sciagure, quasi per scongiurare l’ira di dèi che, se non ricordati, muoiono: un patto fragile e aleatorio che resiste solo tramite inganni e menzogne.

Come rileva Girard, è qui che viene fuori la differenza tra il mitico e il biblico: il biblico svela la menzogna, demistifica l’infatuazione mimetica: cosa che in Gaiman non c’è. Nel romanzo questa demistificazione viene ignorata, Shadow non riesce mai a capire pienamente cosa lo spinga ad agire e quello che gli accade intorno, lasciandosi addosso, così, un’aura di misticismo. Ed è proprio questo carattere mistico che Girard cerca di svelare, contrapponendo la menzogna mitica alla verità biblica. Per l’antropologo francese l’ebraismo e il cristianesimo sono le uniche religioni che hanno annullato l’effetto del sacrificio, che ne hanno reso manifesta la violenza e la forza mimetica.

Gaiman non bada alle ragioni mimetiche, la sua riflessione si concentra esclusivamente su uno spostamento di significante: sacrificare un uomo a Odino o il proprio tempo davanti la televisione ha lo stesso effetto. Il sacrificio in American Gods è solamente un mezzo per conquistare potere, non per costruire le basi dell’ordine sociale (come nota Girard nel caso di Purusha). Così come la “ripetizione del sacrificio”: per Girard, appunto, è essenziale per una costruzione graduale degli apparati sociali; in Gaiman non c’è alcuna funzione costruttiva, viene ritualizzata solamente per mantenere l’ordine costituito (come nel caso dei ragazzi di Lake City).

Un effetto interessante che si può constatare, però, è come agiscano la drammatizzazione del sacrificio e la regolazione della violenza: il misticismo di Gaiman ha comunque la funzione di velare e spostare la violenza e la drammaticità del sacrificio da un referente all’altro. Proprio come nota Girard nel suo saggio, anche in American Gods gli spettacoli violenti hanno quella funzione di sostituire i riti sacrificali: dosando la violenza a seconda delle necessità, si minimizza dove ce n’è troppa e si enfatizza dove ce n’è poca.

Come deva e asura, anche vecchi e nuovi dèi si spartiscono idee, paradigmi. Manca, però, nell’opera di Gaiman, quel rapporto mimetico che in Girard è centrale. Gaiman non vuole svelare le contraddizioni che si celano dietro ogni atto sacrificale (sia esso un omicidio o passare mezz’ora davanti la televisione): anche se a volte tenta di andare in fondo alla questione, non ci riesce mai. Gli è più comodo rimanere in superficie, crogiolarsi e farsi affascinare da quel misticismo che contorna tutto il romanzo e che trascina Shadow per tutto il tempo.

Proprio la figura di Shadow diventa emblematica dell’intera vicenda e della figura dell’autore: travolto dagli eventi, cerca comunque di giungere ad una soluzione, senza mai riuscirci veramente, sfiorando sempre il punto di non ritorno: rifugiato in quello stato di “incoscienza gnoseologica” – data dall’impossibilità di arrivare realmente a capire le cause e ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni e dei meccanismi del mondo che lo circonda – e di ben celata infantilità, senza mai prendersi la responsabilità (e il rischio) di diventare adulto.

Emiliano Pagliuca

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